martedì 17 febbraio 2009

La fine dell'accanimento terapeutico sul Pd


Finalmente Walter Veltroni ha messo fine all’accanimento terapeutico al quale aveva sottoposto il Partito Democratico. Il colpo di grazia più che dalla netta sconfitta elettorale sarda è stato inflitto dalla recente presa di posizione di Pierluigi Bersani, già da qualche giorno candidatosi più o meno ufficialmente alla successione di Veltroni. L’errore, ammesso che l’atteggiamento di oggi lo sia, più grave di Bersani, però, non sta nell’essersi proposto troppo presto come successore, bensì nel fatto che alle primarie di un anno e mezzo fa ritirò la sua candidatura spalancando intenzionalmente le porte verso un plebiscito a Veltroni. Una competizione più aperta avrebbe senz’altro reso l’immagine del Pd più disomogenea di quanto non sia apparsa nell’ottobre 2007, e avrebbe probabilmente evitato che il Segretario avesse condotto il partito esclusivamente secondo i suoi programmi e la sua idea di partito. L’illusione di un partito costruito su storie e culture diverse che potesse raggiungere la sintesi sulle posizioni della leadership è stato il male che ha ridotto il paziente Pd in condizioni sempre più gravi fino al reparto di rianimazione. Da domani, qualunque sia il traghettatore, forse Franceschini, il Pd proverà ad uscirne e a rimettersi in sesto, sperando che, per il suo bene, non si faccia ammaliare dal controproducente desiderio di soffocare il confronto e la diversità interna in nome dell’apparenza. Al congresso post-Europee saranno dunque più che mai necessari non dame di compagnia ma outsider capaci di tener testa al futuro Segretario. Enrico Letta potrebbe essere uno di questi.

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