venerdì 20 febbraio 2009

Allevi genio incompreso? No, non è un genio


Il pianista marchigiano è divenuto una star, almeno in Italia. Le sue melodie piacevoli e popolari raggiungono migliaia di fan, ma non conquistano il favore della critica. Che lo massacra

STAR – Due mesi fa l’aula del Senato lo aveva applaudito facendolo grande, ancor più grande e popolare di quanto non fosse prima, a gennaio Panorama ha lanciato una collana di cd dedicata ai grandi pianisti dedicandogli la prima uscita, mentre ieri sera ha avuto l’onore di introdurre la terza serata del Festival di Sanremo: Giovanni Allevi è ormai un personaggio da prima pagina. Ma chi è esattamente? Un genio della musica o un artista di successo come tanti altri? La gloria ottenuta repentinamente ci indirizzerebbe verso la prima opzione, ma le stesse parole del diretto interessato e le critiche ricevute negli ultimi tempi fanno sorgere più di un dubbio. Il quadro che fuoriesce ascoltando le parole di musicologi e artisti di musica classica, infatti, è più che mai severo: lo spessore di Allevi è molto più basso di come non sia nell’immaginario collettivo, la sua musica pure, la sua ascesa sarebbe, a detta di molti, il prodotto di un progetto costruito a tavolino.

LE SUE PAROLE – Il pianista nativo di Ascoli Piceno, a fine anno in una lettera pubblicata su La Stampa si era difeso dagli attacchi che gli erano stati rivolti all’indomani del concerto tra i senatori. Lo aveva fatto facendo leva sulla popolarità raggiunta fino a quel momento: “Fuori, con mia grandissima sorpresa, ho trovato una grande folla radunata davanti a Palazzo Madama, per salutare me e i professori d’orchestra”, “il pubblico, soprattutto giovane, accorre ai miei concerti, di pianoforte solo o con orchestra sinfonica, come fossero eventi rock, a Roma e a Milano come a Pechino, new York e Tokyo”. Parlò anche dei suoi brillanti studi (“Sono diplomato in pianoforte con 10/10. Sono diplomato in Composizione col massimo dei voti. Ho pubblicato le mie partiture musicali. Sono un dottore in Filosofia, laureato con Lode e ho pubblicato i miei scritti”) e criticò quella che lui definisce la lobby che condiziona il mondo della musica. Scriveva così: “A spartirsi la torta del potere musicale sono in pochi, una casta, impegnata a perpetrare la propria concezione dell’arte e la propria esistenza. E’ una lobby di potere fatta di protettori e protetti, nascosti nelle stanze di palazzi per molti irraggiungibili. Dalla casta emerge sempre lo stesso monito: la gente è ignorante, siamo noi i veri detentori della cultura”.

AUTOESALTAZIONE – Le parole sulla sua popolarità, sui brillanti studi e sulle presunte lobby, però, non entravano mai nel merito delle accuse subite. Una difesa insufficiente. La missiva era, infatti, la risposta alle parole di Uto Ughi, violinista di fama mondiale, che, intervistato dallo stesso quotidiano torinese, si era definito “offeso” dal concerto natalizio di Allevi e da quello che definiva un “investimento mediatico fatto su un interprete mai originale e privo del tutto di umiltà”, un “modestissimo musicista”: “Le composizioni sono musicalmente risibili – diceva Ughi - e questa modestia di risultati viene accompagnata da dichiarazioni che esaltano la presunta originalità dell’interprete. Se cita dei grandi pianisti del passato, lo fa per rimarcare che a differenza di loro lui è “anche” un compositore. Così offende le interpretazioni davvero grandi: lui è un nano in confronto a Horowitz, a Rubinstein. ma anche rispetto a Modugno e a Mina. Questo deve essere chiaro”. Della mancanza di umiltà e di fenomeno mediatico parlava anche Andrea Malan su Il Sole 24 Ore, che riprendeva anche l’intervista di Uto Ughi. Precisamente il giornalista parlava di un musicista la cui “autoesaltazione cresce col tempo” e provava a raccontare come sia stato creato il successo di Allevi. Verso la fine del 2004 i giornali italiani avrebbero annunciato il grande successo (e relativo tutto esaurito) del pianista al Blue Note di New York con toni trionfalistici. Ma i resoconti della stampa italiana non sarebbero stati accompagnati da un’eco simile sulla stampa americana. Sui giornali in lingua inglese, infatti, non si trovava traccia dell’exploit: nemmeno una riga che parlasse di Allevi nel tempio del jazz e di quei concerti che, ricorda Malan, erano stati organizzati in collaborazione con l’Istituto italiano di cultura, in corrispondenza della rassegna Jazz italiano a New York.

MARKETING - Da quell’evento avrebbe poi preso inizio una seconda fase. Dal 2005 sarebbe cominciata una “campagna di marketing martellante”, accompagnata dal “colpo di genio” di presentare Allevi non più come musicista fusion ma come musicista classico a pieno titolo. Si leggeva nell’articolo: “Se un genio incompreso, che fino a sei mesi prima meritava solo qualche trafiletto o le due righe dei programmi degli spettacoli, ottiene ora interviste in prima pagina, il merito non può essere solo della musica”. Altri musicisti e vari critici musicali non hanno fatto sconti ad Allevi. E’ stato descritto come un “direttore d’orchestra inesistente”, un “compositore modesto”, il suo successo - ancora una volta ripetono - “dovuto ad una abilissima strategia di marketing”. La sua musica è stata appellata perfino come “banale”, “brutta copia delle musiche da telefilm”, musica “di intrattenimento che va bene come sottofondo per un pomeriggio romantico”, o anche “adatta come colonna sonora di qualche fiction o sottofondo di hall di albergo”. “Allevi sta alla musica classica come Adriano Celentano sta alla filosofia teoretica”, si leggeva su Il Giornale prima del concerto di Natale.

RINASCIMENTO? - C’è una citazione nella home del sito ufficiale di Allevi che fa da benvenuto ai visitatori: “Stiamo tornando nel Rinascimento italiano, dove l’artista deve essere un po’ filosofo, un po’ inventore, un po’ folle, deve uscire dalla torre d’avorio e avvicinarsi al sentire comune”. Alla musica di grande valore culturale e artistico può corrispondere, quindi, la popolarità e l’apprezzamento dei più. Ritornava su questo concetto, centrale nella sua opera, anche nell’articolo di fine dicembre in cui si chiedeva: “Perché costringere il pubblico del nostro tempo a rapportarsi solo a capolavori concepiti secoli fa, e perdere così l’occasione di creare una musica nuova, verace espressione dei giorni nostri, che sia una rigorosa evoluzione della tradizione classica europea?”. La risposta era sintetizzata in quello che lui definiva “il mio progetto visionario”: “E’ necessario uno sforzo creativo a monte, piuttosto che insistere solo nell’educazione musicale, gettando le basi di una nuova musica colta contemporanea, che recuperi il contatto profondo con la gente. Ho provato a farlo, con le mie partiture e i miei scritti. E’ stato necessario”.

MUSICA COLTA? - Forse è questo volersi a tutti i costi rapportare ai classici della musica e non volersi identificare con un genere meno sofisticato che procura il giudizio negativo dei critici. La bellezza di una musica che prende spunto dalla musica classica riscuotendo consensi anche tra persone che non hanno mai masticato quel genere, viene offuscata da appellativi poco gratificanti. Quelle stesse produzioni presentate semplicemente nella dimensione di una contaminazione tra diversi generi contemporanei, senza la presunzione di presentarle esclusivamente come “musica dallo sviluppo rigoroso”, o “nuova musica colta contemporanea”, sarebbero oggi state immuni da spiacevoli disapprovazioni. I pezzi di Allevi, nonostante le centinaia di migliaia di copie vendute, rischiano, o hanno rischiato, di non essere nemmeno considerati per quello che sono: ottime, piacevoli, rilassanti, belle melodie, che non risultano mai noiose. E le critiche sembrano il prezzo da pagare da Allevi per aver provato a fare il passo più lungo della gamba, per aver provato ad inserire quelle melodie nella schiera della musica colta.

martedì 17 febbraio 2009

La fine dell'accanimento terapeutico sul Pd


Finalmente Walter Veltroni ha messo fine all’accanimento terapeutico al quale aveva sottoposto il Partito Democratico. Il colpo di grazia più che dalla netta sconfitta elettorale sarda è stato inflitto dalla recente presa di posizione di Pierluigi Bersani, già da qualche giorno candidatosi più o meno ufficialmente alla successione di Veltroni. L’errore, ammesso che l’atteggiamento di oggi lo sia, più grave di Bersani, però, non sta nell’essersi proposto troppo presto come successore, bensì nel fatto che alle primarie di un anno e mezzo fa ritirò la sua candidatura spalancando intenzionalmente le porte verso un plebiscito a Veltroni. Una competizione più aperta avrebbe senz’altro reso l’immagine del Pd più disomogenea di quanto non sia apparsa nell’ottobre 2007, e avrebbe probabilmente evitato che il Segretario avesse condotto il partito esclusivamente secondo i suoi programmi e la sua idea di partito. L’illusione di un partito costruito su storie e culture diverse che potesse raggiungere la sintesi sulle posizioni della leadership è stato il male che ha ridotto il paziente Pd in condizioni sempre più gravi fino al reparto di rianimazione. Da domani, qualunque sia il traghettatore, forse Franceschini, il Pd proverà ad uscirne e a rimettersi in sesto, sperando che, per il suo bene, non si faccia ammaliare dal controproducente desiderio di soffocare il confronto e la diversità interna in nome dell’apparenza. Al congresso post-Europee saranno dunque più che mai necessari non dame di compagnia ma outsider capaci di tener testa al futuro Segretario. Enrico Letta potrebbe essere uno di questi.

lunedì 16 febbraio 2009

Il Pdl e le sue anime


Negli ultimi anni Berlusconi sta dimostrando di essere molto più in gamba come leader politico e Presidente del Pdl anzichè come Presidente del Milan. Gli avvicinamenti al centrodestra berlusconiano degli ex Udc Baccini, Pionati, Giovanardi, un tempo leader di primo piano del partito centrista, del democristiano Pizza, oggi Sottosegretario, dei liberaldemocratici Scalera e Dini, protagonisti della caduta del governo Prodi, del senatore De Gregorio e, ultimo in ordine cronologico, dell’ex Ministro Mastella, che ha concluso la sua ultradecennale esperienza col centrosinistra, molto probabilmente saranno più efficaci delle cessioni di Shevchenko e dei vari acquisti di Olivera, Emerson, Cafu, Flamini, Gilardino. La forza attrattiva del Popolo della Libertà gli consente oggi di essere il principale contenitore dell’area che si rifà al vecchio centro democristiano. Ma l’abbondanza non sempre giova e qualche dubbio, parafrasando Antonio Lubrano, “nasce spontaneo”. Riusciranno tutte queste nuove pedine del partito berlusconiano, oggi più che mai variegato, a convivere con l’area socialista, quella liberale e quella post-Msi, senza dimenticare i più stretti collaboratori del Cavaliere tra cui gli irriducibili dirigenti provenienti dalla Fininvest? Contribuiranno le nuove pedine senza problemi all’ampliamento dell’area di riferimento del Pdl e alla relativa crescita di consensi col superamento del 40%? Finchè ci sarà il Cavaliere a fare la sintesi di tutto coloro che si rifanno al Pdl non ci saranno problemi. Il caso Englaro l’ha dimostrato: nessun liberale, nessun repubblicano, nessun laico ha alzato il dito contro il volere del Capo. Solo un senatore e un deputato su circa 400 parlamentari pidiellini hanno osato rilasciare dichiarazioni che remavano contro la posizione filo-vaticana dettata dalla leadership. Il problema sarà il dopo-Berlusconi. Quale sarà la posizione di un partito dove le componenti che gli hanno dato vita per definizione sono in contrasto tra di loro? Si deve provare a cercare fin da ora un nuovo collante efficace quanto Berlusconi. Qualcosa che vada oltre il marketing politico e la mera politica populistica scritta leggendo i sondaggi. E bisogna farlo prima che sia troppo tardi.

martedì 10 febbraio 2009

Fini in pericolo?

Fini assume atteggiamenti da destra repubblicana. Rifiuta ragionamenti populistici e difende il ruolo e l’autorevolezza del Presidente della Repubblica rispettando in toto le sue scelte. Non entra nella bagarre politica, sia per darsi un profilo quanto più istituzionale possibile, più degli ultimi due predecessori, Casini e Bertinotti, sia per non sentirsi suddito della direzione berlusconiana che detta tempi e modi a maggioranza ed esecutivo. La Russa, da sempre uno dei più vicini ai forzisti, e Gasparri, però non lo seguono nella sua presa di distanze dal Cavaliere, segnando un confine tra il Presidente di Alleanza Nazionale e gli attuali reggenti del partito. La sensazione è che oramai il Presidente del Consiglio sia riuscito a monopolizzare in lungo e in largo il Popolo della Libertà, che nascerà alla Fiera di Roma tra poco più di un mese e che a questo punto sembra essere semplicemente una versione allargata di Forza Italia, nella forma e nella sostanza. Nella forma perché all’orizzonte non si intravedono segnali e sforzi nella direzione di un forte radicamento sul territorio e di una rilevanza della partecipazione della base al progetto, nella sostanza perché il progetto di organigramma finora annunciato prevede un Presidente (Berlusconi) eletto dall’assemblea al di sotto del quale sarebbe posta una triade di coordinatori (composta da La Russa, Verdini e Bondi, berlusconiana doc e per due terzi forzista), e al di sotto ancora una direzione composta da venti esponenti, che saranno nominati dal Presidente e poi eletti dall’assemblea e non saranno direttamente scelti da quella che sarà una platea di circa 1200 delegati. una struttura decisamente presidenziale. In questo quadro l’attuale Presidente della Camera corre il rischio di vedersi emarginato, e il posto politico di peso, senza incarichi dirigenziali, garantitogli all’interno del Pdl fin dall’inizio potrebbe essere mezzo insufficiente per raggiungere il fine di succedere in futuro a Berlusconi alla guida del partito unico del centrodestra.

sabato 7 febbraio 2009

Notizia in secondo piano

Come capita spesso, anche in questi giorni, una notizia eclatante fa calare l’attenzione su altre circostanze, che meriterebbero anch’esse la prima pagina. La vicenda di Eluana Englaro e il conflitto istituzionale tra il Governo e il Capo dello Stato ha fatto passare quasi inosservata un'altra notizia: la proposta di riforma del processo penale, presentata in conferenza stampa dal Ministro della Giustizia Angelino Alfano.

Col pretesto di garantire la parità tra accusa e difesa, si priva i pubblici ministeri di strumenti importanti. Non potranno più essere aperti fascicoli sulla base di confidenze o articoli giornalistici. E dopo l’assoluzione in primo grado non si potrà più essere chiamati ad un secondo o terzo grado. Circa trenta articoli sui quali si scatenerà una battaglia.