domenica 20 dicembre 2009

La Lega non teme Galan: “Il 2 o 3% non cambierebbe nulla”

Per i leghisti, nel caso di un’eventuale iniziativa solitaria del governatore uscente, il Ministro Zaia, candidato alla guida del Veneto, non correrebbe alcun rischio

Gli inquilini leghisti di Montecitorio e Palazzo Madama ostentano la soddisfazione di chi sa di aver portato a casa un risultato importante e la serenità di chi sente di non correre alcun rischio di capovolgimenti di fronte: il Veneto è della Lega e Luca Zaia è ufficialmente il nuovo candidato del centrodestra berlusconiano per la guida di una regione da quindici anni governata dal pidiellino Giancarlo Galan, al quale oggi tocca ricoprire il difficile ruolo di vittima sacrificale di un Pdl costretto, al cospetto dell’avanzata delle camicie verdi, a negarsi necessariamente di una poltrona di prestigio.

IL PDL SCONFITTO - Qualche parlamentare leghista non usa mezzi termini per commentare le minacce di Galan di correre con una lista propria nella competizione primaverile e il disappunto del partito berlusconiano in Veneto per la scelta, partorita a Roma, di affidare la regione alla Lega: “Il Pdl veneto gli va in buona parte dietro (a Galan, nda) perchè oltre ai voti della Lega in Veneto il nostro candidato porterà ancor maggiori consensi, effetto traino del candidato alla lista che lo esprime. Tradotto dal politichese: un sacco di eletti del Pdl veneto saranno trombati!”. Il coordinamento regionale del Pdl ha affidato ad una nota l’arduo compito di manifestare il malessere che vive il partito in queste ore: per la precisione si rivendica la “dignità del Pdl Veneto e la centralità per la tenuta del Pdl in Veneto nella persona del Presidente Giancarlo Galan rispettando l’autonomia del Coordinamento Regionale nelle scelte e nelle trattative per gli assetti futuri del Veneto”.

POSSIBILI SCENARI - Una dichiarazione che, però non tutto il Pdl veneto sottoscrive. Il governatore uscente riceve inviti a Roma affinché accetti un Ministero, l’Udc lo vorrebbe alleato in uno schieramento moderato, mentre una parte del partito, tra cui il sindaco di Padova, avallano la decisione romana e non si accodano al coro di critiche per la guida leghista. Sarebbero pochi altri, invece, e su questo fanno leva i leghisti facendo riferimento ai probabili “trombati” vittime del boom leghista, quelli disposti a seguirlo anche nel caso di corsa solitaria. Cosa comporta la candidatura del Ministro delle Politiche Agricole? Nella spartizione degli incarichi, sia a livello di partito, che di governo regionale, il Pdl potrà essere ricompensato e fare da contrappeso alla leadership consegnata nelle mani del partito di Bossi, dal quale intanto si provvede accuratamente a minimizzare sia la portata degli eventuali sostenitori di Galan, sia gli attriti interni alla coalizione.

REAZIONI LEGHISTE - “E’ un momento particolare – confessa un senatore della Lega provando a gettare acqua sul fuoco delle polemiche - il Pdl sta un po’ soffrendo, ma credo che alla fine prevarrà la ragionevolezza, dimostrata da Bossi e Berlusconi”. Ma quanto potrebbe valere un’iniziativa solitaria di Galan. Stando al pronostico di un altro parlamentare leghista le camicie verdi possono fin da adesso dormire sonni tranquilli, qualsiasi sia la scelta del Presidente uscente: “Non c’è nessun problema. In una regione dove Pdl e Lega fanno il 65% perdere il 2 o 3% non cambia nulla”.

martedì 29 settembre 2009

Auguri speciali per Berlusconi

Chissà se il Presidente ci penserà su, ora...

da Giornalettismo...

Buon compleanno, Silvio! Gli auguri che piacciono a te

venerdì 28 agosto 2009

Berlusconi fa causa: Repubblica ha finito le cartucce?


L’azione legale di Silvio Berlusconi è una sorpresa. Quando si ha qualcosa da nascondere, di solito, si tende al silenzio e alla scomparsa dalla scena pur di far finire tutta la vicenda compromettente in un dimenticatoio. L’inattesa mossa odierna mette il Presidente del Consiglio, invece, in una posizione di forza rispetto a tutti quelli che negli ultimi mesi hanno in maniera molto decisa, avversari politici e non, cercato di sfruttare gli scandali o presunti scandali che lo hanno visto protagonista pur di sferrare un duro colpo all’immagine del Cavaliere: prima la storia di Papi e Noemi, poi i racconti dei festini a Villa Certosa e Palazzo Grazioli.

Fine dei giochi? La sensazione è che il gruppo L’Espresso, che tanto impegno aveva profuso nella disperata ricerca di prove sempre più pesanti che potessero incastrare Berlusconi, abbia esaurito tutte le cartucce a sua disposizione e che il Cavaliere, in virtù di questo, sia potuto partire al contrattacco. E la citazione in giudizio sembra un modo come un altro per sottolineare che tutta quella caciara di Repubblica sulle escort e sui festini, in fondo, non ha condotto ai risultati sperati. Sarebbe bastato aspettare ancora un po’: prima o poi si sarebbero dovuti stancare anche loro di pubblicare nella versione on line le fatidiche domande, dieci quesiti che sicuramente il Cavaliere non ha notato solo oggi o l’altro ieri. Risalgono ad inizio giugno ed anche quelle sarebbero tranquillamente svanite nel nulla, così come il letto di Putin, i regalini, le cene e le feste di compleanno.

Se l’era cavata bene, finora, Silvio. Le interviste a Noemi Letizia, zie di Noemi, ex ragazzo di Noemi, Patrizia D’Addario, Barbara Montereale, le registrazioni nascoste, non erano bastate a creare quella indignazione tale da compromettere seriamente la sua leadership nel partito, nella maggioranza e nel governo. Avrà avuto – penserete – sicuramente man forte dai tg compiacenti, su questo non ci piove, ma un contributo ancora più proficuo di quello dimostrato da Augusto Minzolini and company l’ha indubbiamente ricevuto dall’assuefazione del popolo italiano alle storie poco “onorevoli” del nostro Presidente: i cittadini-elettori-consumatori gli han perdonato così tante storie giudiziarie e professionali, storie che – quelle sì – avrebbero potuto davvero minare alla sua immagine, che non son riusciti a trovare il coraggio e la forza per condannarlo per qualche peccatuccio veniale. “Non sono un santo”, ha ribadito lui stesso un mesetto fa. Come dargli torto?

mercoledì 29 aprile 2009

Sondaggi: continua il volo del Pdl


I sondaggi politico-elettorali realizzati in questo mese e pubblicati sul sito ufficiale della Presidenza del Consiglio non danno adito a dubbi: continua la tenuta del centrodestra in vista delle Elezioni Europee. La crescita dei consensi a vantaggio di governo, premier e maggioranza nel corso del 2008 non può, di fatto, alla luce dei dati di oggi, essere considerata più come una semplice luna di miele vissuta all'indomani del voto.
I numeri continuano a sorridere al Popolo della Libertà, oramai in continua crescita dal mese di dicembre: dal 37,1% si passò 38,6%, poi al 39,4 di febbraio e al 39,8 di marzo. Ora il partito berlusconiano supera la soglia del 40% (40,3% per la precisione, 3 punti sopra il risultato delle Politiche di un anno fa).
Ma il dato rilevante è che tutto ciò non avviene a discapito della Lega Nord. Il partito di Bossi da inizio 2009 si tiene saldo intorno al 10%, 2 punti sopra il dato della tornata elettorale di dodici mesi fa.
Complessivamente il centrodestra può vantare il 50% dei consensi, che gli consente di mantenere un rilevante vantaggio (circa 18 punti) sul duo composto da PD e IdV.
Il Partito Democratico si risolleva dal momento più buio guadagnando qualcosina (passa dal 23,9% al 25,6%), ma lo fa erodendo presumibilmente qualcosina all'Italia dei Valori che cala per il secondo mese consecutivo scendendo dall'8,2 al 7,6% di consensi.
L'Udc di Casini (5,8%) si manterrebbe costante rispetto al mese di marzo perdendo solo un decimo di punto e non dovrebbe avere problemi a mantenersi oltre la soglia di sbarramento del 4%. Soglia intorno alla quale, invece, è in bilico la lista composta da Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani. Un leggero calo a ridosso delle urne potrebbe essere fatale. Non dovrebbero farcela a superare lo sbarramento l'altra lista di sinistra, Sinistra e Libertà, valutata tra il 2 e il 2,5%, e il nuovo simbolo che unisce Movimento per l'Autonomia di Lombardo, La Destra di Storace, il Partito Pensionati di Fatuzzo e l'Alleanza di Centro di Pionati, che, accorpati, si attesterebbero intorno al 3%.

lunedì 27 aprile 2009

Ritardi

Il Giornale ieri parlava della tv dalemiana Red, una macchina che brucia ingenti finanziamenti pubblici. Con Giornalettismo c'eravamo arrivati due mesi fa.

giovedì 9 aprile 2009

Coincidenze/2

Qualche giorno fa ho scritto per Giornalettismo un articolo sul massacro degli omosessuali in Iraq: Era meglio con Saddam. Guardate oggi, dopo due giorni, cosa trovo su Repubblica. Coincidenze. Atto secondo.

giovedì 2 aprile 2009

Il centrodestra mai così in vantaggio



Il gap tra coalizione berlusconiana e Pd ed Idv ha raggiunto il massimo storico. Dai 9 punti delle Elezioni Politiche di un anno fa si è giunti ai circa 20 punti percentuali di distacco rilevati nei sondaggi di oggi

Le rilevazioni post-congresso del Popolo della Libertà non sono arrivate ancora, ad eccezione di quella operata da Crespi Ricerche, quindi sarebbe meglio attendere per valutare l'entità dei flussi elettorali generatisi con la manifestazione del più grande partito del Paese.
Sta di fatto che i sondaggi politico-elettorali realizzati nel mese di marzo parlano di un abisso tra le due coalizioni composta da Popolo della Libertà e Lega Nord da una parte e da Partito Democratico e Italia dei Valori dall'altra. Il divario sarebbe infatti cresciuto fino a superare in alcuni casi i 20 punti percentuali. Sono circa 10 le rilevazioni relative al mese del congresso.
Il Pdl si attesterebbe intorno al 40% (39,9%) e sarebbe, stando alla media di tutti i sondaggi, l'unica forza politica a crescere insieme al Pd, che salirebbe dal 23,2 di febbraio al 23,9% di marzo. Calano leggermente la Lega Nord (dal 10,3 al 10,1%) e l'Idv (dall'8,6 all'8,3%).
L'Udc di Casini passa, invece, dal 6,6 al 5,6%.
Perdono un decimo di punto sia La Destra di Storace, ferma all'1,7%, sia il Movimento per l'Autonomia di Lombardo (1%).
L'area a sinistra del Pd, dal partito Socialista fino a Rifondazione Comunista vale il 6,1% dei consensi. A febbraio era al 6,2%. Sinistra e Libertà, la nuova formazione che raggruppa Socialisti, Verdi, Sinistra Democratica e Movimento per la Sinistra di Vendola non va mai oltre lo sbarramento del 4% (è al 2,7%). La falce e martello, invece, raggiunge il 4,3% circa del consenso e dimostra di potersela giocare per piazzare europarlamentari a Strasburgo.

lunedì 9 marzo 2009

La sinistra ha deciso: si ricomincia da 2


Mancano ancora un annuncio e una presentazione ufficiale, ma sembra cosa fatta lo schieramento di quella sinistra attualmente extra-parlamentare: due liste unitarie parteciperanno alla corsa per l’Europa di inizio giugno

DUE LISTE UNITARIE - Lo sgarbo veltroniano dello sbarramento al 4% ha costretto tutta l’ala alla Sinistra del Partito Democratico ad un frettoloso esame di coscienza che ha partorito un unanime resoconto della situazione: se non si vuol rimanere fregati bisogna restare uniti e bisogna farlo meglio di quanto non sia stato fatto un anno fa con la lista Arcobaleno. Rimettere insieme anticapitalisti alla Ferrero e Diliberto e riformisti alla Nencini e Craxi sarebbe potuto costare caro per la seconda volta consecutiva a poco più di un anno di distanza. Ed ecco che tutto quel che c’è a sinistra del Pd e dell’Italia dei Valori di Tonino Di Pietro decide di affrontare l’impresa delle europee e di racimolare qualche seggio a Strasburgo correndo su due binari distinti. Due liste unitarie: una che unirà Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani, ed un’altra, già battezzata Sinistra per la Libertà, che unirà gli ex rifondaroli del Movimento per la Sinistra di Vendola e Bertinotti, gli ex diessini di Sinistra Democratica, il Partito Socialista e i Verdi, gli unici che avevano avuto qualcosa da ridire in un primo momento sulla nuova aggregazione.

DA DOVE SI PARTE – Il dado è tratto. L’impresa è difficile, ma non impossibile, anche perché al di sotto dei numeri del 2008 è difficile andare. Sinistra Arcobaleno e Partito Socialista alle ultime Elezioni Politiche hanno raccolto rispettivamente il 3,1 e l’1% dei consensi. Considerando che alle prossime Europee la competizione è proporzionale pura, senza alcun premio di maggioranza, il voto utile che li ha senz’altro penalizzati un anno fa, può essere svuotato quasi del tutto della sua importanza. La preferenza al posto della lista bloccata, inoltre, caricherà di maggiore rilevanza il territorio e potrà avvantaggiare i partiti minori. Cinque anni fa, ad esempio, la somma di Forza Italia e Alleanza Nazionale superò di poco il 30% dei consensi. Inutile dire che sarà feroce anche la “competizione interna”. Il crescere degli uni ostacolerà gli altri. Il successo (superamento dello sbarramento) da parte di una delle due liste significherà l’insuccesso degli altri. Difficile pensare ad uno scenario in cui si vada insieme oltre il 4%, è molto più probabile che si verifichi il contrario: entrambi i soggetti sconfitti e piantati al di sotto della fatidica soglia. Di tutto questo ci parlano i numeri, quando mancano tre mesi esatti alla chiamata alle urne. Stando agli ultimi sondaggi politico-elettorali l’area a sinistra del Pd vale molto di più dei 4 punti e mezzo racimolati lo scorso anno: chi dice 5 (Digis), chi 6 (Crespi Ricerche), chi addirittura 9 punti (Ipr Marketing). Ma si tratta di cifre sufficienti solo per uno solo dei contendenti.

ASPETTANDO I RADICALI – Un apporto non secondario in termini numerici potrebbe giungere dai Radicali che ad aprile corsero nelle fila del Pd ottenendo ben 9 parlamentari nelle liste bloccate veltroniane e che non si sono ancora espressi sulla nuova lista. Ricevono inviti dai “cugini” del Partito Socialista. Il primo a citarli era stato il segretario Nencini, che alla vigilia dell’accordo diceva: “Sarà necessario promuovere una alleanza che vada dai Radicali al movimento di Vendola, dai Verdi a Sinistra Democratica. Una alleanza fra riformisti da riproporre nelle elezioni amministrative del prossimo giugno. Un 'Patto per il futuro' che si opponga alle violenze fatte alla Costituzione ed alla democrazia italiana e che dia voce alla sinistra delle libertà”. Dopo l’accordo Marco Di Lello è stato ancora più esplicito sull’eventuale partecipazione di Pannella, Bonino e company: “I radicali con Pannella sono ancora titubanti, ma per loro la porta sarà sempre aperta, anzi spalancata, fino all'ultimo minuto utile”. Quel punticino percentuale veramente non farebbe male alla causa laico-riformista.

I SIMBOLI – Le preoccupazioni di una parte dei Verdi sono rientrate e le obiezioni accolte. Nel cerchio di Sinistra e Libertà oltre al simbolo del Gue (Sinistra Unitaria Europea) e a quello del Pse, che sanciscono una sorta di par condicio tra reduci di Rifondazione e socialisti di Ps e Sd, sarà presente quello della Federazione dei Verdi (Sole che ride) che non ha per nulla intenzione di sciogliersi in una nuova forza politica, qualora dopo le elezioni questa esperienza elettorale dovesse tradursi in un nuovo soggetto. I Verdi, infatti, ci tengono a precisare che, dove possibile, alle Amministrative correranno col loro simbolo. Non hanno dubbi invece su come essere rappresentati sulla scheda nemmeno gli altri. Fa sapere l’ex Ministro Ferrero: “Proponiamo di partire dal simbolo di Rifondazione Comunista e vogliamo, nel rispetto della pari dignita' di ogni soggetto, aggregare tutti i partiti, le associazioni, i movimenti che su questa prospettiva anticapitalistica di uscita a sinistra dalla crisi vogliono spendersi”.

giovedì 5 marzo 2009

Dove son finiti i voti del Pd


I sondaggi attribuiscono 10 punti in meno al Pd rispetto alle ultime Elezioni Politiche. Chi ha rubato quei voti?

Oggi si parla tanto di crollo del Partito Democratico nei sondaggi. Le ultime rilevazioni sono senz’altro allarmanti e la nuova guida del Pd ha di fronte una strada tutta in salita. Alla fine del 2008 il partito di Veltroni era sceso al di sotto del muro del 30%, 6-7 punti sotto quell’ottimo 33,2% dei consensi racimolato alle Politiche di aprile. Da qualche settimana, invece, si parla di 22-23%, oltre 10 punti in meno rispetto a undici mesi fa. Dove son finiti i consensi del Pd? La risposta è semplice: quasi tutti sono rimasti intorno a sé. L’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro ha superato il 9% (5 punti in più rispetto alle Politiche); l’area della Sinistra a sinistra del Pd, dopo il flop di aprile 2008, in un anno ha guadagnato un punto e mezzo, assestandosi a circa il 5,5% (alle Politiche la Sinistra Arcobaleno si era fermata al 3,1% e il Partito socialista all’1%). L’Udc è in continua crescita: la media dei sondaggi politicoelettorali pubblicati sul sito ufficiale della Presidenza del Consiglio parla di una ascesa dal 4,8% di dicembre 2008 al 5,3% di gennaio, fino al 7% di febbraio (circa un punto e mezzo sopra il risultato di un anno fa). Possiamo, quindi, affermare che dall’area che va dall’Udc fino a Rifondazione Comunista sia scomparso solo un punto e mezzo percentuale, confluito presumibilmente dall’altra parte della barricata (Pdl e Lega). Negli ultimi undici mesi si sarebbe passati complessivamente dal 47,1 al 45,4% dei consensi.

venerdì 20 febbraio 2009

Allevi genio incompreso? No, non è un genio


Il pianista marchigiano è divenuto una star, almeno in Italia. Le sue melodie piacevoli e popolari raggiungono migliaia di fan, ma non conquistano il favore della critica. Che lo massacra

STAR – Due mesi fa l’aula del Senato lo aveva applaudito facendolo grande, ancor più grande e popolare di quanto non fosse prima, a gennaio Panorama ha lanciato una collana di cd dedicata ai grandi pianisti dedicandogli la prima uscita, mentre ieri sera ha avuto l’onore di introdurre la terza serata del Festival di Sanremo: Giovanni Allevi è ormai un personaggio da prima pagina. Ma chi è esattamente? Un genio della musica o un artista di successo come tanti altri? La gloria ottenuta repentinamente ci indirizzerebbe verso la prima opzione, ma le stesse parole del diretto interessato e le critiche ricevute negli ultimi tempi fanno sorgere più di un dubbio. Il quadro che fuoriesce ascoltando le parole di musicologi e artisti di musica classica, infatti, è più che mai severo: lo spessore di Allevi è molto più basso di come non sia nell’immaginario collettivo, la sua musica pure, la sua ascesa sarebbe, a detta di molti, il prodotto di un progetto costruito a tavolino.

LE SUE PAROLE – Il pianista nativo di Ascoli Piceno, a fine anno in una lettera pubblicata su La Stampa si era difeso dagli attacchi che gli erano stati rivolti all’indomani del concerto tra i senatori. Lo aveva fatto facendo leva sulla popolarità raggiunta fino a quel momento: “Fuori, con mia grandissima sorpresa, ho trovato una grande folla radunata davanti a Palazzo Madama, per salutare me e i professori d’orchestra”, “il pubblico, soprattutto giovane, accorre ai miei concerti, di pianoforte solo o con orchestra sinfonica, come fossero eventi rock, a Roma e a Milano come a Pechino, new York e Tokyo”. Parlò anche dei suoi brillanti studi (“Sono diplomato in pianoforte con 10/10. Sono diplomato in Composizione col massimo dei voti. Ho pubblicato le mie partiture musicali. Sono un dottore in Filosofia, laureato con Lode e ho pubblicato i miei scritti”) e criticò quella che lui definisce la lobby che condiziona il mondo della musica. Scriveva così: “A spartirsi la torta del potere musicale sono in pochi, una casta, impegnata a perpetrare la propria concezione dell’arte e la propria esistenza. E’ una lobby di potere fatta di protettori e protetti, nascosti nelle stanze di palazzi per molti irraggiungibili. Dalla casta emerge sempre lo stesso monito: la gente è ignorante, siamo noi i veri detentori della cultura”.

AUTOESALTAZIONE – Le parole sulla sua popolarità, sui brillanti studi e sulle presunte lobby, però, non entravano mai nel merito delle accuse subite. Una difesa insufficiente. La missiva era, infatti, la risposta alle parole di Uto Ughi, violinista di fama mondiale, che, intervistato dallo stesso quotidiano torinese, si era definito “offeso” dal concerto natalizio di Allevi e da quello che definiva un “investimento mediatico fatto su un interprete mai originale e privo del tutto di umiltà”, un “modestissimo musicista”: “Le composizioni sono musicalmente risibili – diceva Ughi - e questa modestia di risultati viene accompagnata da dichiarazioni che esaltano la presunta originalità dell’interprete. Se cita dei grandi pianisti del passato, lo fa per rimarcare che a differenza di loro lui è “anche” un compositore. Così offende le interpretazioni davvero grandi: lui è un nano in confronto a Horowitz, a Rubinstein. ma anche rispetto a Modugno e a Mina. Questo deve essere chiaro”. Della mancanza di umiltà e di fenomeno mediatico parlava anche Andrea Malan su Il Sole 24 Ore, che riprendeva anche l’intervista di Uto Ughi. Precisamente il giornalista parlava di un musicista la cui “autoesaltazione cresce col tempo” e provava a raccontare come sia stato creato il successo di Allevi. Verso la fine del 2004 i giornali italiani avrebbero annunciato il grande successo (e relativo tutto esaurito) del pianista al Blue Note di New York con toni trionfalistici. Ma i resoconti della stampa italiana non sarebbero stati accompagnati da un’eco simile sulla stampa americana. Sui giornali in lingua inglese, infatti, non si trovava traccia dell’exploit: nemmeno una riga che parlasse di Allevi nel tempio del jazz e di quei concerti che, ricorda Malan, erano stati organizzati in collaborazione con l’Istituto italiano di cultura, in corrispondenza della rassegna Jazz italiano a New York.

MARKETING - Da quell’evento avrebbe poi preso inizio una seconda fase. Dal 2005 sarebbe cominciata una “campagna di marketing martellante”, accompagnata dal “colpo di genio” di presentare Allevi non più come musicista fusion ma come musicista classico a pieno titolo. Si leggeva nell’articolo: “Se un genio incompreso, che fino a sei mesi prima meritava solo qualche trafiletto o le due righe dei programmi degli spettacoli, ottiene ora interviste in prima pagina, il merito non può essere solo della musica”. Altri musicisti e vari critici musicali non hanno fatto sconti ad Allevi. E’ stato descritto come un “direttore d’orchestra inesistente”, un “compositore modesto”, il suo successo - ancora una volta ripetono - “dovuto ad una abilissima strategia di marketing”. La sua musica è stata appellata perfino come “banale”, “brutta copia delle musiche da telefilm”, musica “di intrattenimento che va bene come sottofondo per un pomeriggio romantico”, o anche “adatta come colonna sonora di qualche fiction o sottofondo di hall di albergo”. “Allevi sta alla musica classica come Adriano Celentano sta alla filosofia teoretica”, si leggeva su Il Giornale prima del concerto di Natale.

RINASCIMENTO? - C’è una citazione nella home del sito ufficiale di Allevi che fa da benvenuto ai visitatori: “Stiamo tornando nel Rinascimento italiano, dove l’artista deve essere un po’ filosofo, un po’ inventore, un po’ folle, deve uscire dalla torre d’avorio e avvicinarsi al sentire comune”. Alla musica di grande valore culturale e artistico può corrispondere, quindi, la popolarità e l’apprezzamento dei più. Ritornava su questo concetto, centrale nella sua opera, anche nell’articolo di fine dicembre in cui si chiedeva: “Perché costringere il pubblico del nostro tempo a rapportarsi solo a capolavori concepiti secoli fa, e perdere così l’occasione di creare una musica nuova, verace espressione dei giorni nostri, che sia una rigorosa evoluzione della tradizione classica europea?”. La risposta era sintetizzata in quello che lui definiva “il mio progetto visionario”: “E’ necessario uno sforzo creativo a monte, piuttosto che insistere solo nell’educazione musicale, gettando le basi di una nuova musica colta contemporanea, che recuperi il contatto profondo con la gente. Ho provato a farlo, con le mie partiture e i miei scritti. E’ stato necessario”.

MUSICA COLTA? - Forse è questo volersi a tutti i costi rapportare ai classici della musica e non volersi identificare con un genere meno sofisticato che procura il giudizio negativo dei critici. La bellezza di una musica che prende spunto dalla musica classica riscuotendo consensi anche tra persone che non hanno mai masticato quel genere, viene offuscata da appellativi poco gratificanti. Quelle stesse produzioni presentate semplicemente nella dimensione di una contaminazione tra diversi generi contemporanei, senza la presunzione di presentarle esclusivamente come “musica dallo sviluppo rigoroso”, o “nuova musica colta contemporanea”, sarebbero oggi state immuni da spiacevoli disapprovazioni. I pezzi di Allevi, nonostante le centinaia di migliaia di copie vendute, rischiano, o hanno rischiato, di non essere nemmeno considerati per quello che sono: ottime, piacevoli, rilassanti, belle melodie, che non risultano mai noiose. E le critiche sembrano il prezzo da pagare da Allevi per aver provato a fare il passo più lungo della gamba, per aver provato ad inserire quelle melodie nella schiera della musica colta.

martedì 17 febbraio 2009

La fine dell'accanimento terapeutico sul Pd


Finalmente Walter Veltroni ha messo fine all’accanimento terapeutico al quale aveva sottoposto il Partito Democratico. Il colpo di grazia più che dalla netta sconfitta elettorale sarda è stato inflitto dalla recente presa di posizione di Pierluigi Bersani, già da qualche giorno candidatosi più o meno ufficialmente alla successione di Veltroni. L’errore, ammesso che l’atteggiamento di oggi lo sia, più grave di Bersani, però, non sta nell’essersi proposto troppo presto come successore, bensì nel fatto che alle primarie di un anno e mezzo fa ritirò la sua candidatura spalancando intenzionalmente le porte verso un plebiscito a Veltroni. Una competizione più aperta avrebbe senz’altro reso l’immagine del Pd più disomogenea di quanto non sia apparsa nell’ottobre 2007, e avrebbe probabilmente evitato che il Segretario avesse condotto il partito esclusivamente secondo i suoi programmi e la sua idea di partito. L’illusione di un partito costruito su storie e culture diverse che potesse raggiungere la sintesi sulle posizioni della leadership è stato il male che ha ridotto il paziente Pd in condizioni sempre più gravi fino al reparto di rianimazione. Da domani, qualunque sia il traghettatore, forse Franceschini, il Pd proverà ad uscirne e a rimettersi in sesto, sperando che, per il suo bene, non si faccia ammaliare dal controproducente desiderio di soffocare il confronto e la diversità interna in nome dell’apparenza. Al congresso post-Europee saranno dunque più che mai necessari non dame di compagnia ma outsider capaci di tener testa al futuro Segretario. Enrico Letta potrebbe essere uno di questi.

lunedì 16 febbraio 2009

Il Pdl e le sue anime


Negli ultimi anni Berlusconi sta dimostrando di essere molto più in gamba come leader politico e Presidente del Pdl anzichè come Presidente del Milan. Gli avvicinamenti al centrodestra berlusconiano degli ex Udc Baccini, Pionati, Giovanardi, un tempo leader di primo piano del partito centrista, del democristiano Pizza, oggi Sottosegretario, dei liberaldemocratici Scalera e Dini, protagonisti della caduta del governo Prodi, del senatore De Gregorio e, ultimo in ordine cronologico, dell’ex Ministro Mastella, che ha concluso la sua ultradecennale esperienza col centrosinistra, molto probabilmente saranno più efficaci delle cessioni di Shevchenko e dei vari acquisti di Olivera, Emerson, Cafu, Flamini, Gilardino. La forza attrattiva del Popolo della Libertà gli consente oggi di essere il principale contenitore dell’area che si rifà al vecchio centro democristiano. Ma l’abbondanza non sempre giova e qualche dubbio, parafrasando Antonio Lubrano, “nasce spontaneo”. Riusciranno tutte queste nuove pedine del partito berlusconiano, oggi più che mai variegato, a convivere con l’area socialista, quella liberale e quella post-Msi, senza dimenticare i più stretti collaboratori del Cavaliere tra cui gli irriducibili dirigenti provenienti dalla Fininvest? Contribuiranno le nuove pedine senza problemi all’ampliamento dell’area di riferimento del Pdl e alla relativa crescita di consensi col superamento del 40%? Finchè ci sarà il Cavaliere a fare la sintesi di tutto coloro che si rifanno al Pdl non ci saranno problemi. Il caso Englaro l’ha dimostrato: nessun liberale, nessun repubblicano, nessun laico ha alzato il dito contro il volere del Capo. Solo un senatore e un deputato su circa 400 parlamentari pidiellini hanno osato rilasciare dichiarazioni che remavano contro la posizione filo-vaticana dettata dalla leadership. Il problema sarà il dopo-Berlusconi. Quale sarà la posizione di un partito dove le componenti che gli hanno dato vita per definizione sono in contrasto tra di loro? Si deve provare a cercare fin da ora un nuovo collante efficace quanto Berlusconi. Qualcosa che vada oltre il marketing politico e la mera politica populistica scritta leggendo i sondaggi. E bisogna farlo prima che sia troppo tardi.

martedì 10 febbraio 2009

Fini in pericolo?

Fini assume atteggiamenti da destra repubblicana. Rifiuta ragionamenti populistici e difende il ruolo e l’autorevolezza del Presidente della Repubblica rispettando in toto le sue scelte. Non entra nella bagarre politica, sia per darsi un profilo quanto più istituzionale possibile, più degli ultimi due predecessori, Casini e Bertinotti, sia per non sentirsi suddito della direzione berlusconiana che detta tempi e modi a maggioranza ed esecutivo. La Russa, da sempre uno dei più vicini ai forzisti, e Gasparri, però non lo seguono nella sua presa di distanze dal Cavaliere, segnando un confine tra il Presidente di Alleanza Nazionale e gli attuali reggenti del partito. La sensazione è che oramai il Presidente del Consiglio sia riuscito a monopolizzare in lungo e in largo il Popolo della Libertà, che nascerà alla Fiera di Roma tra poco più di un mese e che a questo punto sembra essere semplicemente una versione allargata di Forza Italia, nella forma e nella sostanza. Nella forma perché all’orizzonte non si intravedono segnali e sforzi nella direzione di un forte radicamento sul territorio e di una rilevanza della partecipazione della base al progetto, nella sostanza perché il progetto di organigramma finora annunciato prevede un Presidente (Berlusconi) eletto dall’assemblea al di sotto del quale sarebbe posta una triade di coordinatori (composta da La Russa, Verdini e Bondi, berlusconiana doc e per due terzi forzista), e al di sotto ancora una direzione composta da venti esponenti, che saranno nominati dal Presidente e poi eletti dall’assemblea e non saranno direttamente scelti da quella che sarà una platea di circa 1200 delegati. una struttura decisamente presidenziale. In questo quadro l’attuale Presidente della Camera corre il rischio di vedersi emarginato, e il posto politico di peso, senza incarichi dirigenziali, garantitogli all’interno del Pdl fin dall’inizio potrebbe essere mezzo insufficiente per raggiungere il fine di succedere in futuro a Berlusconi alla guida del partito unico del centrodestra.

sabato 7 febbraio 2009

Notizia in secondo piano

Come capita spesso, anche in questi giorni, una notizia eclatante fa calare l’attenzione su altre circostanze, che meriterebbero anch’esse la prima pagina. La vicenda di Eluana Englaro e il conflitto istituzionale tra il Governo e il Capo dello Stato ha fatto passare quasi inosservata un'altra notizia: la proposta di riforma del processo penale, presentata in conferenza stampa dal Ministro della Giustizia Angelino Alfano.

Col pretesto di garantire la parità tra accusa e difesa, si priva i pubblici ministeri di strumenti importanti. Non potranno più essere aperti fascicoli sulla base di confidenze o articoli giornalistici. E dopo l’assoluzione in primo grado non si potrà più essere chiamati ad un secondo o terzo grado. Circa trenta articoli sui quali si scatenerà una battaglia.

giovedì 29 gennaio 2009

Qualcuno si farà male

Tutte le forze politiche parlamentari approvano lo sbarramento al 4% per le Elezioni Europee credendo che gli unici danneggiati siano fuori da Montecitorio e Palazzo Madama. Ma fino a giugno la strada è lunga e qualcuno tra i favorevoli potrebbe lasciarci le penne

IL PRECEDENTE - Stando al sito ufficiale della Presidenza del Consiglio, nei soli mesi di febbraio e marzo 2008, alla vigilia delle Elezioni Politiche, furono effettuati da oltre dieci istituti di ricerca diversi circa 70 sondaggi politico-elettorali, che, più o meno settimanalmente, per conto di emittenti televisive, giornali e partiti, misuravano le intenzioni di voto dell’elettorato italiano. La Sinistra Arcobaleno, che raggruppava Rifondazione Comunista, Verdi, Comunisti italiani e Sinistra Democratica, in tutte quelle rilevazioni non era mai stata scesa al di sotto del 6%, raggiungendo anche picchi del 9: la media del consenso della formazione della sinistra radicale settimana per settimana si muoveva di poco ed era piuttosto rassicurante perchè stabile intorno al 7%. Roba da dormire sonni tranquilli. Ma la realtà fu diversa: alle urne la formazione guidata da Fausto Bertinotti subì una sonora e storica sconfitta, ottenendo solamente il 3,2% circa dei voti in entrambi i rami del Parlamento, scendendo, così, al di sotto del muro del 4%, che era lo sbarramento richiesto per ottenere rappresentanza alla Camera dei Deputati. Al Senato era richiesto addirittura l’8% su scala regionale. Nessun deputato, quindi. E nemmeno un senatore. Dirigenze decapitate. E pensare che quei partiti separatamente avevano ottenuto solamente due anni prima oltre il 10% dei consensi!

LA TORTA - La proposta di passaggio dal proporzionale puro (senza sbarramento) al proporzionale con sbarramento al 4% rende tutte le forze parlamentari felici. Questa volta potranno ottenere più seggi a Strasburgo, spartendosi la torta con pochi intimi, senza considerare la sinistra oramai extraparlamentare e le piccole forze che nelle singole circoscrizioni possono riuscire a racimolare un posticino per l’Europarlamento. Nel 2004, ad esempio, riuscirono ad ottenere seggi europei il Partito Pensionati (nella Circoscrizione Nord-Ovest), la Lista Bonino (nel Nord-Ovest e nella circoscrizione Nord-Est), Alternativa Sociale della Mussolini al Centro e la Fiamma Tricolore al Sud: su 79 seggi ben 14 andarono ad appannaggio di liste che ottennero meno del 4% su scala nazionale. Partito Democratico e Popolo della Libertà, essendo i due partiti più grandi, verranno premiati con una fetta maggiore della torta addizionale da spartire. Maggiore di quella destinata a Lega Nord, Udc e Italia dei Valori. Ma questi tre partiti sono sicuri di riuscire a varcare la nuova soglia?

GLI SCENARI/1 - Bisogna tener presenti due tendenze. Punto primo: come si è detto all’inizio, i sondaggi non sono infallibili. I trend (di crescita o decrescita) segnalati dalle rilevazioni e rapportati ai fatti politici sono molto indicativi e quasi sempre veritieri, ma se consideriamo il consenso indicato dai sondaggi in termini assoluti il discorso è diverso. L’esperienza recente della Sinistra Arcobaleno è lì a ricordarcelo. E, aggiungo, qualora questo assunto (inattendibilità dei sondaggi) fosse falso, dovremmo conseguentemente prendere atto per forza della estrema elasticità dell’elettorato. Delle due l’una. O sono inattendibili i sondaggi o sono gli elettori ad essere estremamente “flessibili”. L’Italia dei Valori viene data oggi nei sondaggi ai massimi storici, ben al di sopra del 4%. Ma se considerate il flop imprevisto dell’Arcobaleno nell’ultima tornata elettorale, quando veniva dato al 7%, e se considerate che alle ultime due elezioni Politiche l’Idv ha ottenuto rispettivamente il 2,3% e il 4,4% (miglior risultato in una consultazione nazionale), siete così sicuri che il partito di Di Pietro abbia vita facile? Anche una campagna elettorale di poche settimane condotta male può portare al tracollo.

GLI SCENARI/2 - Punto secondo: con le preferenze i consensi tendono ad orientarsi verso forze minori, i partiti più piccoli hanno una maggiore forza attrattiva senza lista bloccata, perché è maggiormente premiata la presenza sul territorio rispetto a quella nei media nazionali. Tra 2004 (Europee e preferenze) e 2008 (Politiche e liste bloccate) nessun partito piccolo, dell’ordine dell’1-2% ha avuto un exploit, semmai è avvenuto il contrario con qualche piccola forza che si è vista dimezzata nei consensi. Questo vanifica quasi del tutto l’effetto voto-utile al quale abbiamo assistito dieci mesi fa, quando, pur di ostacolare una vittoria del centrodestra il popolo della sinistra si orientò verso il Pd di Walter Veltroni e l’Idv di Di Pietro. Ovviamente lo stesso discorso vale per l’Udc di Casini che ha sempre oscillato negli ultimi 4 anni sempre tra il 5,8 e il 6,8%. Ma vale di meno per la Lega che è data sulle cifre di aprile (8-9%), dati molto rassicuranti, come quelli della Sinistra un anno fa.

domenica 25 gennaio 2009

Del Pdl non si sa nulla

Partito medievale o partecipativo? A 60 giorni dal congresso che sancirà la nascita ufficiale della più grande forza politica del Paese non si conoscono ancora le idee e i progetti riguardanti la struttura e l’organizzazione

PARENTI SERPENTI – C’è un eterno conflitto all’interno del Popolo della Libertà, che la crisi di oggi del Partito Democratico tende ad accentuare e che va al di là delle brame di potere o di ruoli di prestigio: non si tratta, infatti, di un conflitto in essere per accaparrarsi un incarico istituzionale o un chissà quale posticino di comando. Il problema è nell’essenza di quello che sarà il più grande partito del Paese nei prossimi anni (e non più, quindi, semplicemente una lista elettorale o un gruppo parlamentare). Il quadro sulle regole che caratterizzerà il giovane soggetto politico del centrodestra non è ben chiaro. “C’è la preoccupazione che nasca un soggetto politico di grandi dimensioni, quale sarà il Pdl, senza regole interne e privo di meccanismi chiari per la scelta dei candidati”, avverte Gianni Alemanno, intervistato da Libero. Per il Sindaco di Roma è importante che ci siano delle regole dettate dallo statuto e che vengano ferreamente rispettate. E’ grossomodo ciò che sostiene anche Ignazio La Russa: “C'è ancora una dialettica perché il nuovo soggetto dovrà avere regole precise sulle modalità di scelta della classe dirigente e sulle decisioni politiche“.

QUALE PARTITO? - C’è bisogno di regole, dunque. Non si può nemmeno lontanamente immaginare che il futuro partito possa eleggere i propri dirigenti così come avvenuto finora il Forza Italia: Presidente per acclamazione e coordinatori regionali con una missiva. Ma allora quali dovrebbero essere queste regole? Plebisciti o elezioni? Forza mediatica o territoriale? Lista bloccata o preferenza? Sono queste le domande alle quali il popolo di Forza Italia e quello di Alleanza Nazionale devono dare una risposta. E devono farlo in fretta, perché mancano due mesi solamente al primo congresso del Pdl (la data è fissata, almeno per ora, al 27 marzo, a 15 anni esatti dalla prima vittoria del centrodestra guidato da Silvio Belusconi). Gli uomini di Gianfranco Fini parlano di democrazia e partecipazione e di un ruolo di peso per l’attuale Presidente della Camera, addirittura ipotizzando una sorta di doppia guida; i forzisti, che provano a sfuggire l’argomento, si limitano a parlare di forte leadership del Cavaliere. Il contrasto è noto e logico. Se da una parte Forza Italia ha sempre dato il meglio di sé nelle consultazioni in cui il territorio è poco rilevante (Politiche con liste bloccate), Alleanza Nazionale ha sempre goduto di un miglior radicamento sul territorio, prediligendo la preferenza e riducendo il divario con gli alleati in termini di consenso nelle Elezioni Amministrative e Regionali. E’ ovvio, quindi, che differenti sistemi elettivi per per la scelta dei dirigenti del futuro partito, potranno avvantaggiare ora i forzisti, ora gli aennini.

MEDIEVALE O DEMOCRATICO? - Quanto di più preciso si riesce a trovare tra le dichiarazioni degli esponenti del partito di Berlusconi, sono le parole di una settimana fa del coordinatore Denis Verdini: “Il presidente Fini ha ragione quando chiede regole chiare e precise per garantire la massima trasparenza e democrazia all'interno del Pdl. Infatti, sono più di due mesi che ho consegnato una bozza di statuto agli amici di An, in particolare al reggente del partito La Russa. Si tratta di uno statuto largamente democratico che dà indicazioni precise sugli organi decisionali del soggetto unitario, con regole chiare, anche in riferimento al tesseramento. Il nostro obbiettivo è rendere sempre più vicini gli elettori a questo grande progetto. Non c'è nessuna pretesa ma questo testo rappresenta un'ottima base di partenza”. Quanto c’è di veritiero nelle parole di Verdini? Molto poco, almeno stando a quanto afferma la pidiellina Stefania Craxi, intervenuta otto giorni dopo alla manifestazione in memoria del padre Bettino: “L'Italia non può essere governata come nel Medioevo con una sequela di vassalli, valvassori e valvassini”. Poi indica la strada: ”Ferma la stabilità del leader e di un ristretto gruppo di dirigenti del partito, occorrono momenti di democrazia che assicurino il rinnovo della classe dirigente e la promozione dei meritevoli. Il Pdl deve ritrovare forme di nuova democrazia interna sulla base di nuove idee e sulle scelte dei candidati, senza tuttavia rimanere imbrigliata nei vecchi riti della politica”. Alle polemiche di inizio gennaio di Fini nei confronti della sua stessa maggioranza, che gode alla Camera di numeri rassicuranti, per la fiducia posta sul decreto anticrisi, è susseguito un chiarimento tra lo stesso Presidente della Camera e il Capo del Governo, con un reciproco invito a “parlarsi di più”. Da quel richiamo di Fini, che molti leggevano come una sorta di autodifesa nel tentativo di non rimanere relegato ai margini nella maggioranza e nel nascente partito, più che un chiarimento, sembra essere nata una tregua in attesa di un prossimo scontro sui nodi irrisolti.

domenica 18 gennaio 2009

Lega, Idv e Udc mai così in alto dalle Politiche. Crolla il Pd

Dall'inizio dell'anno l'unico sondaggio politico-elettorale relativo alle intenzioni di voto degli italiani reso pubblico è quello effettuato da Ipsos e presentato durante la trasmissione Ballarò del 12 gennaio. Questa rilevazione ha suscitato notevole interesse per il fatto di aver segnalato il consenso del Partito Democratico nell'ordine del 25%: stando a tutti i sondaggi pubblicati sul sito ufficiale della Presidenza del Consiglio dei Ministri (sondaggipoliticoelettorali.it) il dato relativo al partito di Veltroni è il più basso rilevato dalle Elezioni Politiche di aprile fino ad oggi. Alle urne il Pd aveva raccolto il 33,2% dei consensi (Camera dei Deputati).
Ma la rilevazione dell'istituto di ricerca ci dà anche altri segnali importanti. L'Udc di Casini viene dato al 6%, l'Italia dei Valori di Di Pietro al 9,5%, la Lega Nord all'11,2%. Il consenso di queste forze politiche non era mai stato così alto negli oltre 20 sondaggi pubblicati sul sito ufficiale negli ultimi nove mesi.

mercoledì 14 gennaio 2009

Veti continui

Le forze minori nelle alleanze politiche premono verso la leadership della coalizione. Esercitare il proprio "potere contrattuale" e ribadire il proprio potere di veto per ottenere l'attenzione nei media e nell'elettorato

E’ il caso di ripetere ciò che avevo scritto circa una settimana fa. Tutti i governi e tutte le maggioranze che li sostengono indipendentemente dai numeri di cui dispongono in Parlamento sono costretti a confrontarsi con i veti ora di questa, ora di quella forza politica. Il pomo della discordia non è la norma da approvare in sé per sé, ma il consenso, la visibilità, lo spot propagandistico.
Salvare Malpensa o introdurre una tassa di 50 euro per gli immigrati valgono per la Lega Nord molto più che il salvataggio di un aeroporto o una giusta nuova entrata per le casse dello Stato: sono vessilli da sbandierare nella prossima campagna elettorale, mostrando ai propri elettori e a quelli potenziali la validità delle proprie idee, la capacità di far valere le proprie proposte e di tramutare in atti concreti le promesse elargite alla vigilia della tornata elettorale.
Stesso discorso può essere fatto per la sinistra radicale. Una tantum di 150 euro ai pensionati vale molto di più di un aiuto alle fasce più deboli della popolazione: diventa la prova della propria vicinanza a quella gente, indipendentemente della reale necessità della distribuzione di quelle risorse finanziarie.
Il no alla missione militare in Afghanistan valeva per Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi l’etichetta del pacifismo senza se e senza ma, molto di moda a quei tempi.
Il no al riconoscimento delle coppie di fatto dei Popolari Udeur rendeva Mastella l’ultimo baluardo dei cattolici contro l’attacco laicista all’istituzione della famiglia. Cosa che per un partito dell’1-2% rende davvero più popolari.

martedì 13 gennaio 2009

Preferenze a oltranza

Il leader dell’Udc Casini rimpiange oggi le preferenze che avrebbe potuto imporre quattro anni fa. Nel momento della discussione l’unico a chiederle con forza era stato l’allora segretario Follini. La rottura lo costrinse alle dimissioni e alla fuoriuscita dal partito

FINTI PARTITI - Sul sito dell’Udc viene riportata qualche dichiarazione di un’intervista rilasciata da Pier Ferdinando Casini a Repubblica. Il segretario, tra l’altro, parla dell'ipotesi di superamento dell’attuale formazione di centro per creare un’offerta politica moderata alternativa a Partito Democratico e Popolo della Libertà più ampia di quella attuale. Si legge: “Per Casini l'assetto attuale si puntella con l'abolizione delle preferenze, i finti congressi, i finti partiti e quindi crediamo che questo non serva al futuro del Paese. Dobbiamo ricostruire un rapporto diverso tra i cittadini e la politica che non sia autoreferenziale com'e' ora”. Una chiara stoccata all’attuale legge proporzionale con premio di maggioranza in vigore per il rinnovo del Parlamento: il cosiddetto “porcellum”.

IL PORCELLUM - Verso la fine della legislatura 2001-2006 fu abolito dalla ex Casa delle Libertà il sistema maggioritario uninominale per far posto alla nuova legge elettorale per le Elezioni Politiche; una legge che, di fatto, fa sì che deputati e senatori, più che essere eletti vengano nominati dalle rispettive segreterie dei partiti. Poche persone, in effetti, possono stabilire con un margine di errore minimo la quasi totalità dei rappresentanti dei cittadini a Montecitorio e Palazzo Madama. L’ex Presidente della Camera, che oggi si dice così radicalmente avverso ad una legge elettorale che prevede liste bloccate, fu uno dei fautori della proposta nel momento della sua approvazione. Il partito centrista, di cui allora era segretario Marco Follini, mentre Casini ricopriva la carica di Presidente della Camera, avrebbe potuto tranquillamente bloccare l’iter della legge approvata negli ultimi giorni disponibili (sei mesi prima delle urne).

VOCE ISOLATA - Il solo Follini si oppose tra le fila del partito alla scelta di andare verso la legge, che oggi, alla luce delle due ultime tornate elettorali politiche nazionali (2006 e 2008), ha portato in Parlamento più mogli, fratelli, amici, colleghi, vallette e personaggi dello spettacolo di quanto non accadesse in precedenza. Follini di lì a poco si sarebbe dimesso da segretario e avrebbe abbandonato il partito senza mai più rientrarvi. I finti partiti e i finti congressi di cui oggi parla Casini sarebbero potuti essere meno finti se si fosse opposto col suo partito alla legge definita “una porcata” dal suo stesso ideatore. Proprio in quella trattativa tra le forze che componevano il centrodestra la mediazione ebbe i suoi frutti. La Lega Nord temeva uno sbarramento al 4%. Fu abbassato al 2%. Il Nuovo Psi di De Michelis e Caldoro, piccolo numericamente (aveva raccolto solo l’1% dei consensi cinque anni prima nella parte proporzionale), vedeva scomparire le possibilità di ottenere seggi. Comparve la norma del “ripescaggio” della lista più grande al di sotto dello sbarramento del 2%.

sabato 10 gennaio 2009

I conti di Tremonti

Dopo l’esperienza negativa della legislatura 2001-2006 il Ministro dell’Economia del Pdl ripropone previsioni molto positive. Ce la farà a proseguire l’opera di risanamento di Prodi e Padoa Schioppa?

TREMONTI 01 - Analizzando le previsioni di inizio legislatura (2001), all’inizio della sua nuova esperienza come Ministro dell’Economia dopo il ’94, Giulio Tremonti aveva senza dubbio intenzione di continuare sulla strada del risanamento avviata dal centrosinistra dei governi Prodi-D’Alema-Amato. L’eredità raccolta dai suoi predecessori (Visco-Del Turco) consisteva in un saldo primario di oltre 100.000 miliardi delle vecchie lire (circa 56 miliardi di euro). Il nuovo inquilino di via XX Settembre puntò il dito ancora più in alto prevedendo che alla fine del suo nuovo mandato (nel 2006) l’avanzo primario avrebbe raggiunto e superato gli 80 miliardi di euro, il che significava un livello del debito al 92,8% del Pil dopo cinque anni. Inutile dire che i risultati furono diametralmente opposti alle aspettative. A fine legislatura i 56 miliardi di avanzo erano diventati solo 2, la spesa pubblica che sarebbe dovuta aumentare del 16% rispetto al 2001 aumentò del 28% con la spesa sanitaria particolarmente fuori controllo. Durante l’esperienza berlusconiana al governo del Paese, infatti, balzò dai 70 ai 100 miliardi di euro, un aumento di circa il 45% (Tremonti aveva previsto un aumento del 16%). Non fu tenuta a bada nemmeno la crescita della spesa per i redditi da lavoro dipendenti che sarebbe dovuta essere moderata, al di sotto della media. Sotto controllo rimase, però, la spesa previdenziale, per via della riforma e dell’introduzione del cosiddetto “scalone”. E fu così che dal 2005 in poi il debito pubblico dopo dieci anni ricominciò a crescere.

PADOA SCHIOPPA 06 - Poi arrivò il governo di Romano Prodi e il conto della pubblica amministrazione riprese a respirare. Il rapporto deficit/Pil era giunto al 4%. Con l’avvento di Tommaso Padoa Schioppa al super Ministero dell’Economia e delle Finanze, i conti tornarono ben presto sul binario giusto. L’indebitamento scese sotto il 3%. In soli 2 anni furono recuperati oltre 40 dei 56 miliardi dell’avanzo primario di un tempo. Le entrate tributarie aumentarono ad un ritmo doppio di quanto previsto e la spesa pubblica fu tenuta sotto controllo. “Il miglioramento conferma la tendenza emersa già dallo scorso anno di un allargamento della base imponibile, imputabile anche all’efficacia degli interventi di recupero dell’evasione fiscale adottati”, faceva sapere il governo nel 2007. Le previsioni furono addirittura migliorate in corso d’opera, nel suo secondo anno di attività l’esecutivo avvicinò gli obiettivi di finanza pubblica. Le previsioni di pareggio di bilancio (azzeramento dell’indebitamento netto) e di abbassamento del debito sotto la soglia del 100% del prodotto interno lordo furono migliorate. Gli obiettivi sarebbero stati raggiunti nel 2010, non più nel 2011.

TREMONTI 08 – Col 2009 dovrebbe iniziare la riscossa di Tremonti, che si è spinto con la Relazione Previsionale e Programmatica di fine settembre oltre le previsioni della sua passata esperienza. L’Italia punta a raddoppiare l’avanzo primario di fine 2008 (nel 2013 dovrebbe raggoungere quota 90 miliardi, dai 40 di oggi). Dal 2,6 attuale al 5% circa del Pil. Le entrate dovrebbero crescere ad un passo una volta e mezzo superiore alle spese, mentre il debito dovrebbe scendere fino al 91,9% del Pil.

mercoledì 7 gennaio 2009

Problemi di maggioranza

I veti non appartengono esclusivamente alle maggioranze parlamentari esigue, come quelle del governo Prodi II (2006-2008). Anche il centrodestra berlusconiano che gode di numeri soddisfacenti in entrambi i rami del Parlamento ha il suo bel da farsi per sedare gli animi. Molto probablmente la sinistra radicale avrebbe influenzato l’azione dell’esecutivo nella passata legislatura anche se la maggioranza dell’allora Unione a Palazzo Madama non fosse stata legata ad un filo. Oggi la Lega Nord non molla su Malpensa, e impone come priorità tra le riforme quella del “suo”federalismo fiscale, mentre Alleanza Nazionale lotta per legittimare la sua quota di partecipazione al Popolo della Libertà. Inizialmente ha dovuto tener duro nella formazione del nuovo governo per ottenere una giusta e degna rappresentanza, in seguito, sulla tentata riforma elettorale per le Europee, ha sventato il pericolo di abolizione delle preferenze (ipotesi gradita al Presidente del Consiglio). In questi giorni viene avanzata l’ipotesi di promozione a Ministro dei Sottosegretari Michela Vittoria Brambilla (Salute) e Ferruccio Fazio (Turismo), entrambi forzisti. Per il partito di Fini, che ha raccolto su scala nazionale, sia alle Elezioni Politiche di quasi tre anni fa, sia alle Europee di 4 anni e mezzo fa, più della metà dei voti di Forza Italia, sarebbe inaccettabile ritrovarsi all’interno del costituendo Pdl rappresentato in misura inferiore al 30%. Le fibrillazioni interne alla maggioranza di questi giorni alle voci di un rimpasto nel governo sono la prova provata che Berlusconi non avrà la strada spianata. Lo hanno lasciato intendere con le loro dichiarazioni Andrea Ronchi e Maurizio Gasparri. Ancora più esplicito è stato Francesco Storace dal suo blog.

venerdì 2 gennaio 2009

Sondaggi: per Ipr l'Idv è il terzo partito

Mentre il Pd rimane ancora al di sotto della soglia del 30% a 5 punti dalle Politiche, l'Italia dei Valori per la prima volta viene segnalata al di sopra della Lega Nord in un sondaggio politico-elettorale

Si riparte con l'Italia dei Valori terzo partito del Paese. Nel mese di dicembre l'unico sondaggio disponibile circa le intenzioni di voto degli italiani è stato quello di Ipr marketing, realizzato tra il 20 novembre e il 4 dicembre e pubblicato il 16. Secondo questa rilevazione il divario tra centrodestra e centrosinistra scenderebbe a 10 punti dai circa 15 rilevati da quasi tutti gli istituti di sondaggi nei mesi scorsi a partire dal dopo-elezioni. Scenderebbero infatti sotto il muro del 50% la coalizione composta da Popolo della Libertà, Lega Nord e Movimento per l'Autonomia e sotto il 40% il Pdl berlusconiano (nel 90% dei casi da giugno in poi era dato al di sopra di quella soglia).
Calerebbe, secondo Ipr, oltre al Pdl (39%) anche la Lega (7,5%, al di sotto delle medie precedenti), mentre rimarrebbe nella norma l'Mpa (0,9%).
Il centrosinistra, invece, ottiene per Ipr il 36,8% dei consensi. Il 28% il Partito Democratico, l'1% i Radicali e il 7,8% l'Italia dei Valori di Antonio di Pietro, un vero boom per il partito dell'ex pm, che per la prima volta supera nei sondaggi la Lega Nord.
Bassissimo rispetto alle Europee di 5 anni fa, quando superò ampiamente la soglia del 10% è il dato relativo alla Sinistra radicale (5,5%), trainata da Rifondazione Comunista che da sola otterrebbe il 2,3% dei voti. Fermi allo 0,6% i Comunisti Italiani e all'1,3% sia i Verdi che Sinistra Democratica.
In crescita rispetto alle ultime Elezioni Politiche il Partito Socialista (1,3%), in calo La Destra (1,5%).