martedì 9 dicembre 2008

Il liberista che non t'aspetti

Mentre i giornali vicini al centrodestra inneggiano al liberismo di Giulio Tremonti e rassicurano i liberisti, dal più importante aggregatore dell’area liberal piovono critiche a governo e ministri

Le accuse alla sinistra tassatrice, rea di mettere le mani nelle tasche degli italiani, illiberale, violatrice della libertà dell’individuo, ostile a chi nella vita fa, produce, crea ricchezza, hanno accompagnato con successo Silvio Berlusconi nella sua avventura politica e lo hanno aiutato a diventare l’emblema italiano del liberismo economico: meno Stato, più mercato. O almeno, emblema avrebbe dovuto esserlo. Sono passati 14 anni dalla discesa in campo del Cavaliere e adesso, viste le misure adottate nel decreto anticrisi, i liberal-liberisti italiani sono incazzati neri, o quanto meno delusi dalla politica economica del governo. Ne prendiamo atto grazie al principale think thank italiano dell’area liberal-liberista-conservatrice: Tocqueville – La città dei liberi (“un aggregatore per blog liberali, conservatori, neoconservatori, riformatori e moderati” si legge nella presentazione del pensatoio ideologicamente vicino al centrodestra).

OGGETTIVISTA – Venerdì scorso campeggiava in prima pagina l’articolo di Oggettivista, dal titolo Poteva andare molto peggio, che era un duro e vero affondo nei riguardi del Popolo della Libertà. Si leggeva tra le righe: “Tutti i liberisti sono sconcertati dalla deriva statalista del governo “delle libertà”. Bastava leggere il programma per non rimanere scioccati: il programma ufficiale del Pdl, pubblicato e diffuso nella primavera del 2008, era socialdemocratico nella sua essenza, prevedendo più interventi pubblici e aggiustamenti del funzionamento dello Stato massimo italiano, non certo una sua riduzione”. Sotto accusa non solo la linea politica, ma anche i singoli provvedimenti, come la recente tassa-Sky: “Va tutto bene? No. Perché il risultato è sempre un aumento delle tasse (spacciate come tasse ad hoc, come quella su Sky, che in realtà si spalmano su tutti o quasi tutti gli italiani per i loro effetti collaterali) e della spesa pubblica, un freno alle privatizzazioni e un’ulteriore regolamentazione. Si poteva fare di meglio? Sì. Perché la libertà non è un qualcosa che si può affermare quando le cose vanno bene e da archiviare quando c’è crisi. Anzi, quando c’è crisi la libertà è ancora più urgente”. Meno dura la critica al piano anticrisi: “In tutta l’Europa e negli Usa lo Stato sta intervenendo in modo molto più massiccio. Ormai c’è la convinzione generalizzata (legittimata dal nuovo Nobel per l’economia Paul Krugmann) che sia lo Stato a dover salvare i risparmiatori, creare posti di lavoro “socialmente utili”, regolare i prezzi e imporre nuove regole contro gli “speculatori”, un po’ come si faceva negli anni ‘30, il decennio d’oro dello Stato totale. A fronte di questa tendenza, i 6,3 miliardi di euro del pacchetto anticrisi di Tremonti (lo 0,4% del Pil) sono una piuma rispetto ai macigni di interventismo che si vedono altrove. Soprattutto, in Italia non si nota la nascita di nuove grandi strutture permanenti statali. Non c’è l’equivalente di una nuova Iri, insomma”.

SALON VOLTAIRE - Poi ci sono i liberisti incazzati perché il liberismo e il liberalismo, quelli autentici, li vorrebbero per davvero, ma non lo trovano in giro, da nessuna parte. Su Salon Voltaire si leggeva lo stesso giorno (venerdì scorso) Ma quale "mercato libero": è un oligopolio di offerte ai danni della domanda, in cui la crisi globale diviene solo lo spunto per compiere un’analisi di più ampia portata. Scriveva l’autore: “Non ci sono più i liberali-liberisti e libertari d’una volta. Beati noi che ancora crediamo alle differenze tra Stati Canaglia, con despoti medievali sopravvissuti nel Sud-Est del Mondo, e Stati Virtuosi, retti da illuminati ed equanimi reggitori della res publica che hanno scelto per puro masochismo il più freddo Nord-Ovest”. Poi si ritorna sulla crisi di oggi: “Ma a nessuno è venuto in mente che il patatrac è accaduto non per "eccesso di mercato libero", ma per "difetto di mercato libero". Un finto mercato in cui la parte più importante, la domanda, i consumatori, era tenuta all’oscuro del contenuto della merce venduta. Un mercato così non verrebbe tollerato neanche alla fiera settimanale di dromedari di Islamabad, tra mercanti puzzolenti di assafetida e fieno greco. C’era bisogno di vestirsi di blu e andare profumati in ufficio a Wall Street o alla City?”. Due sono le questioni che bisogna affrontare per liberarsi di questa trappola del finto liberalismo. Primo, le responsabilità: “Com’è che la polizia finanziaria dell’FBI non ha operato arresti a migliaia, svuotando Guantanamo dei finti terroristi islamici e riempiendola di veri terroristi infiltrati a Wall Street per carenza di controlli e connivenze politiche?”. Secondo, il riequilibrio dei poteri: “Ora che la bilancia si è rotta, occorre rimettere i piatti allo stesso livello. E si deve soprattutto rafforzare il piatto della domanda, nel senso di innalzarla finalmente al medesimo livello di poteri e di informazione che leggi troppo addomesticate dalle lobbies hanno finora assegnato all’offerta, cioè ai produttori”. Per Salon Voltaire: “Gli Stati dovrebbero diventare davvero liberali in tutto, visto che beni e servizi toccano tutti gli aspetti della società”. E presenta la sua ricetta al riguardo: “Il venditore è l’unico a conoscere bene il bene venduto. Nessun acquirente può davvero sapere che cosa si nasconde nella scatola. Questo è il marcio del finto mercato, per niente libero. Del resto, quando parlano tra loro finanzieri e industriali per "mercato" intendono una cosa sola: il pubblico, i potenziali acquirenti. E dunque, perché gli Stati finto-liberali dell’Occidente non danno ampi poteri agli acquirenti che compensino la loro inferiorità contrattuale? Anche i codici civili andrebbero riscritti: sono sempre dalla parte del venditore, non del mercato”.

1776 - Sempre attraverso Tocqueville veniamo a conoscenza di un ulteriore nuovo affondo anti-Tremonti. Le parole sono del blog 1776: “Deprimente Tremonti ieri sera a Porta a Porta. Andava d'amore e d'accordo con Sansonetti che ha recitato la solita formuletta su ridistribuzione e diseguaglianza, dando pure prova della sua raffinata capacità di analisi economica incolpando della crisi odierna Ronald Reagan. Così, tanto per dire un cazzata di sinistra. E Tremonti ascoltava compiaciuto. Replicando con la formuletta della libertà malvagia del capitalismo che deve essere regolata dallo stato onnisciente e virtuoso”. 1776 si spinge oltre e ricorda quanto scritto sul Corriere della Sera da Galli della Loggia: “Ecco che cos' è per lo più la destra italiana: una caricatura della sinistra”.

IL FOGLIO - Recita così il pezzo di Francesco Forte pubblicato su Il Foglio del primo dicembre: “Leggendo il decreto anticrisi del governo si scopre che il ministro Giulio Tremonti, l’antimercatista, è molto più liberale o liberista dei suoi colleghi degli altri stati europei e perfino dei professori Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, in costante polemica con l’antimercatismo tremontiano. La linea Tremonti di questo decreto è più coerente con l’economia sociale di mercato neoliberale di Einaudi e Ropke (e con l’economia di mercato “sociale” di Vanoni) anche rispetto alle tesi di Mario Monti, che si autodefinisce paladino dell’economia sociale di mercato”.

L’OCCIDENTALE - Per Piercamillo Falasca, che ha scritto su L’Occidentale, invece, “ad oggi, i liberisti non pentiti possono essere soddisfatti di come il Governo sta reagendo alla crisi” e aggiunge nel pezzo “Non ci resta che applaudire le scelte di Tremonti, il quale ha saputo tenere a bada gli istinti di spesa della maggioranza e le obiezioni esterofile dell’opposizione”. Direi che l’analisi di Falasca sia un po’ troppo generosa nei confronti del governo. Nel pezzo si specifica che l’“iniezione di liquidità nel sistema per via fiscale” e “qualche intervento di sostegno ai redditi” hanno “un costo molto limitato, appena lo 0,3 per cento del Pil, soprattutto se paragonato a ciò che per fortuna non è stato fatto, vale a dire lasciarsi prendere dal desiderio di intervenire pesantemente nell’economia, di imitare altri paesi europei nello sfruttare gli inediti spazi concessi dall’Europa su Maastricht e di riproporre vecchie ricette di politica industriale”. Si fa riferimento per giustificare gli esili margini di movimento di cui gode il governo italiano in termini di politica fiscale, alle scelte scellerate degli anni Ottanta, quando il debito pubblico fu fatto crescere a dismisura dall’allora pentapartito. Sicuramente concordiamo, non possiamo certamente permetterci il lusso di un massiccio intervento pubblico, ma nel suo piccolo non poteva fare qualcosina anche il governo Berlusconi 2001-2006 che quel debito ha contribuito a farlo crescere erodendo i circa 5 punti di avanzo primario che aveva ereditato dal centrosinistra, che, numeri alla mano, per ridurre il debito un buon lavoro l’aveva fatto dal ’96 in poi?

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