martedì 16 dicembre 2008

Di Pietro avanza: Pd, sveglia!

Per Antonio Di Pietro tutto fila liscio. Anche la sconfitta abruzzese del suo candidato, preventivabile, è indolore. Quello che palesemente balza agli occhi all’indomani del voto, infatti, è quel 15% di consensi messi in cassaforte dall’Italia dei Valori, si tratta di oltre il doppio dei voti ottenuti in Abruzzo alle Elezioni Politiche di aprile. Il Partito Democratico, invece, continua a perdere colpi: i circa 20 punti percentuali di consensi ottenuti sono solo il 60% di quelli raccolti otto mesi fa. La leadership, la collocazione europea, le liti interne, l’organizzazione, sono i nodi irrisolti che continuano imperterriti ad erodere il principale partito di opposizione. Che fare? I problemi si risolvono dalla radice e la direzione nazionale del 19 dicembre dirà poco o niente, bisognerà aspettare le Europee e il dopo Europee. Un’ulteriore batosta per il partito di Walter Veltroni lo condannerebbe a lasciare la guida, e senza una sconfitta dovrebbe lasciare lo stesso, al congresso autunnale. L’ideale sarebbe un congresso anticipato in primavera, ma oramai tutti hanno messo da parte questa ipotesi: dicevano che sarebbe stato controprodicente andare ad una resa dei conti con un congresso anticipato mettendo nero su bianco tutte le difficoltà e gli attriti, roba da masochisti. E allora si va avanti alla giornata. Veltroni ha giocato le sue chances un anno fa con la strategia dell’”andiamo da soli” e gli è andata male fin da subito. La giocata non è riuscita. Al Senato la sua coalizione avrebbe potuto ritrovarsi dopo le Politiche in una situazione di sostanziale pareggio per via di questa goffa legge elettorale, ma Popolo della Lbertà e Lega Nord hanno fatto man bassa di voti e seggi e non c’è stato più nulla da fare.
Massimo D’Alema sostiene oggi, ma forse anche prima, che il partito deve guardare tanto alla sinistra quanto al centro per stabilire alleanze, nuove alleanze. Diceva in un’intervista al Riformista: “Noi siamo la forza leader di un qualsiasi governo alternativo alla destra. Forza guida, ma non esclusiva né autosufficiente”. Alleati con chi? Gli interlocutori possono essere solo due: il Partito Socialista e l’Udc. Avanti così, con un Di Pietro col coltello dalla parte del manico, che impone candidati ed esercita un potere di veto che richiama quello della sinistra radicale ai tempi del governo Prodi, non si può andare. La sua opposizione, che tanto piace al popolo di centrosinistra, sfacciata e dura nei confronti della maggioranza e del Presidente del Consiglio, è il vero pericolo: più tempo passa più l’Idv cresce, fino ad ora a rtimi esponenziali (2,3% alle Politiche 2006, 4,4% nel 2008, i sondaggi di queste settimane parlano di un consenso che oscilla tra il 6 e l’8%). Si legge oggi sul blog di Di Pietro: “L’Italia dei Valori "ha vinto" (15,1% dei votanti, rispetto il 2,5% delle precedenti regionali), perché rappresenta ogni giorno di più il popolo italiano e non perché sta “erodendo” il consenso del Partito Democratico come si affrettano a sostenere alcuni alti dirigenti del Pd”. Excusatio non petita, accusatio manifesta: l’Italia dei Valori sta erodendo consenso al Pd.

lunedì 15 dicembre 2008

I marxisti temono i servizi segreti

Pochi giorni fa Silvio Berlusconi in occasione della presentazione del libro di Bruno Vespa ha definito “marxista-leninista” l’opposizione del Pd. Cosa ne pensano i veri marxisti-leninisti del Pmli Partito Marxista Leninista Italiano? Riportiamo integralmente il comunicato stampa:

L'accusa del neoduce Berlusconi ai partiti della sinistra parlamentare di essere dei marxisti-leinisti è un'enorme e palese bugia. Costui sa bene che nessuno di essi, e nemmeno il PRC e il PdCI, ha a che vedere col marxismo-leninismo. Ai suoi occhi, tutti coloro che in qualche misura si oppongono alla sua politica interna e estera mussoliniana sono marxisti-leninisti, perfino l'innocuo, frastornato e rincretinito PD di Veltroni.

L'uso del termine "marxista-leninista" da parte del nuovo Mussolini non ci tocca per niente. Anche se per Berlusconi, e a ragione, i marxisti-leninisti sono i veri nemici, suoi, del capitalismo e del regime neofascista, presidenzialista, federalista e interventista da lui instaurato sulla base del "piano di rinascita democratica" della P2 di Gelli e dello stesso Berlusconi.

Non passerà molto che il neoduce sarà costretto ad attaccare direttamente il nostro Partito, il PMLI, che da 14 anni non perde un solo giorno per denunciarlo come il nuovo Mussolini. Intanto ha mosso il giornale fascista di AN, "Il Secolo d'Italia", che ieri, in prima pagina, ha lanciato un sinistro segnale contro il PMLI attraverso un titolo apparentemente ironico, "L'Italia ha un faro marxista e non lo sa", riferendosi al 5° Congresso nazionale del nostro Partito che si è tenuto vittoriosamente a Firenze nei giorni 6, 7 e 8 dicembre. Si tratta evidentemente di una segnalazione a Maroni, ministro dell'interno, ai servizi segreti e ai gruppi nazi-fascisti per mettere a tacere il PMLI.

martedì 9 dicembre 2008

Il liberista che non t'aspetti

Mentre i giornali vicini al centrodestra inneggiano al liberismo di Giulio Tremonti e rassicurano i liberisti, dal più importante aggregatore dell’area liberal piovono critiche a governo e ministri

Le accuse alla sinistra tassatrice, rea di mettere le mani nelle tasche degli italiani, illiberale, violatrice della libertà dell’individuo, ostile a chi nella vita fa, produce, crea ricchezza, hanno accompagnato con successo Silvio Berlusconi nella sua avventura politica e lo hanno aiutato a diventare l’emblema italiano del liberismo economico: meno Stato, più mercato. O almeno, emblema avrebbe dovuto esserlo. Sono passati 14 anni dalla discesa in campo del Cavaliere e adesso, viste le misure adottate nel decreto anticrisi, i liberal-liberisti italiani sono incazzati neri, o quanto meno delusi dalla politica economica del governo. Ne prendiamo atto grazie al principale think thank italiano dell’area liberal-liberista-conservatrice: Tocqueville – La città dei liberi (“un aggregatore per blog liberali, conservatori, neoconservatori, riformatori e moderati” si legge nella presentazione del pensatoio ideologicamente vicino al centrodestra).

OGGETTIVISTA – Venerdì scorso campeggiava in prima pagina l’articolo di Oggettivista, dal titolo Poteva andare molto peggio, che era un duro e vero affondo nei riguardi del Popolo della Libertà. Si leggeva tra le righe: “Tutti i liberisti sono sconcertati dalla deriva statalista del governo “delle libertà”. Bastava leggere il programma per non rimanere scioccati: il programma ufficiale del Pdl, pubblicato e diffuso nella primavera del 2008, era socialdemocratico nella sua essenza, prevedendo più interventi pubblici e aggiustamenti del funzionamento dello Stato massimo italiano, non certo una sua riduzione”. Sotto accusa non solo la linea politica, ma anche i singoli provvedimenti, come la recente tassa-Sky: “Va tutto bene? No. Perché il risultato è sempre un aumento delle tasse (spacciate come tasse ad hoc, come quella su Sky, che in realtà si spalmano su tutti o quasi tutti gli italiani per i loro effetti collaterali) e della spesa pubblica, un freno alle privatizzazioni e un’ulteriore regolamentazione. Si poteva fare di meglio? Sì. Perché la libertà non è un qualcosa che si può affermare quando le cose vanno bene e da archiviare quando c’è crisi. Anzi, quando c’è crisi la libertà è ancora più urgente”. Meno dura la critica al piano anticrisi: “In tutta l’Europa e negli Usa lo Stato sta intervenendo in modo molto più massiccio. Ormai c’è la convinzione generalizzata (legittimata dal nuovo Nobel per l’economia Paul Krugmann) che sia lo Stato a dover salvare i risparmiatori, creare posti di lavoro “socialmente utili”, regolare i prezzi e imporre nuove regole contro gli “speculatori”, un po’ come si faceva negli anni ‘30, il decennio d’oro dello Stato totale. A fronte di questa tendenza, i 6,3 miliardi di euro del pacchetto anticrisi di Tremonti (lo 0,4% del Pil) sono una piuma rispetto ai macigni di interventismo che si vedono altrove. Soprattutto, in Italia non si nota la nascita di nuove grandi strutture permanenti statali. Non c’è l’equivalente di una nuova Iri, insomma”.

SALON VOLTAIRE - Poi ci sono i liberisti incazzati perché il liberismo e il liberalismo, quelli autentici, li vorrebbero per davvero, ma non lo trovano in giro, da nessuna parte. Su Salon Voltaire si leggeva lo stesso giorno (venerdì scorso) Ma quale "mercato libero": è un oligopolio di offerte ai danni della domanda, in cui la crisi globale diviene solo lo spunto per compiere un’analisi di più ampia portata. Scriveva l’autore: “Non ci sono più i liberali-liberisti e libertari d’una volta. Beati noi che ancora crediamo alle differenze tra Stati Canaglia, con despoti medievali sopravvissuti nel Sud-Est del Mondo, e Stati Virtuosi, retti da illuminati ed equanimi reggitori della res publica che hanno scelto per puro masochismo il più freddo Nord-Ovest”. Poi si ritorna sulla crisi di oggi: “Ma a nessuno è venuto in mente che il patatrac è accaduto non per "eccesso di mercato libero", ma per "difetto di mercato libero". Un finto mercato in cui la parte più importante, la domanda, i consumatori, era tenuta all’oscuro del contenuto della merce venduta. Un mercato così non verrebbe tollerato neanche alla fiera settimanale di dromedari di Islamabad, tra mercanti puzzolenti di assafetida e fieno greco. C’era bisogno di vestirsi di blu e andare profumati in ufficio a Wall Street o alla City?”. Due sono le questioni che bisogna affrontare per liberarsi di questa trappola del finto liberalismo. Primo, le responsabilità: “Com’è che la polizia finanziaria dell’FBI non ha operato arresti a migliaia, svuotando Guantanamo dei finti terroristi islamici e riempiendola di veri terroristi infiltrati a Wall Street per carenza di controlli e connivenze politiche?”. Secondo, il riequilibrio dei poteri: “Ora che la bilancia si è rotta, occorre rimettere i piatti allo stesso livello. E si deve soprattutto rafforzare il piatto della domanda, nel senso di innalzarla finalmente al medesimo livello di poteri e di informazione che leggi troppo addomesticate dalle lobbies hanno finora assegnato all’offerta, cioè ai produttori”. Per Salon Voltaire: “Gli Stati dovrebbero diventare davvero liberali in tutto, visto che beni e servizi toccano tutti gli aspetti della società”. E presenta la sua ricetta al riguardo: “Il venditore è l’unico a conoscere bene il bene venduto. Nessun acquirente può davvero sapere che cosa si nasconde nella scatola. Questo è il marcio del finto mercato, per niente libero. Del resto, quando parlano tra loro finanzieri e industriali per "mercato" intendono una cosa sola: il pubblico, i potenziali acquirenti. E dunque, perché gli Stati finto-liberali dell’Occidente non danno ampi poteri agli acquirenti che compensino la loro inferiorità contrattuale? Anche i codici civili andrebbero riscritti: sono sempre dalla parte del venditore, non del mercato”.

1776 - Sempre attraverso Tocqueville veniamo a conoscenza di un ulteriore nuovo affondo anti-Tremonti. Le parole sono del blog 1776: “Deprimente Tremonti ieri sera a Porta a Porta. Andava d'amore e d'accordo con Sansonetti che ha recitato la solita formuletta su ridistribuzione e diseguaglianza, dando pure prova della sua raffinata capacità di analisi economica incolpando della crisi odierna Ronald Reagan. Così, tanto per dire un cazzata di sinistra. E Tremonti ascoltava compiaciuto. Replicando con la formuletta della libertà malvagia del capitalismo che deve essere regolata dallo stato onnisciente e virtuoso”. 1776 si spinge oltre e ricorda quanto scritto sul Corriere della Sera da Galli della Loggia: “Ecco che cos' è per lo più la destra italiana: una caricatura della sinistra”.

IL FOGLIO - Recita così il pezzo di Francesco Forte pubblicato su Il Foglio del primo dicembre: “Leggendo il decreto anticrisi del governo si scopre che il ministro Giulio Tremonti, l’antimercatista, è molto più liberale o liberista dei suoi colleghi degli altri stati europei e perfino dei professori Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, in costante polemica con l’antimercatismo tremontiano. La linea Tremonti di questo decreto è più coerente con l’economia sociale di mercato neoliberale di Einaudi e Ropke (e con l’economia di mercato “sociale” di Vanoni) anche rispetto alle tesi di Mario Monti, che si autodefinisce paladino dell’economia sociale di mercato”.

L’OCCIDENTALE - Per Piercamillo Falasca, che ha scritto su L’Occidentale, invece, “ad oggi, i liberisti non pentiti possono essere soddisfatti di come il Governo sta reagendo alla crisi” e aggiunge nel pezzo “Non ci resta che applaudire le scelte di Tremonti, il quale ha saputo tenere a bada gli istinti di spesa della maggioranza e le obiezioni esterofile dell’opposizione”. Direi che l’analisi di Falasca sia un po’ troppo generosa nei confronti del governo. Nel pezzo si specifica che l’“iniezione di liquidità nel sistema per via fiscale” e “qualche intervento di sostegno ai redditi” hanno “un costo molto limitato, appena lo 0,3 per cento del Pil, soprattutto se paragonato a ciò che per fortuna non è stato fatto, vale a dire lasciarsi prendere dal desiderio di intervenire pesantemente nell’economia, di imitare altri paesi europei nello sfruttare gli inediti spazi concessi dall’Europa su Maastricht e di riproporre vecchie ricette di politica industriale”. Si fa riferimento per giustificare gli esili margini di movimento di cui gode il governo italiano in termini di politica fiscale, alle scelte scellerate degli anni Ottanta, quando il debito pubblico fu fatto crescere a dismisura dall’allora pentapartito. Sicuramente concordiamo, non possiamo certamente permetterci il lusso di un massiccio intervento pubblico, ma nel suo piccolo non poteva fare qualcosina anche il governo Berlusconi 2001-2006 che quel debito ha contribuito a farlo crescere erodendo i circa 5 punti di avanzo primario che aveva ereditato dal centrosinistra, che, numeri alla mano, per ridurre il debito un buon lavoro l’aveva fatto dal ’96 in poi?

martedì 2 dicembre 2008

Casini è il nuovo Prodi?

L’ESPERIMENTO - Da quando si è cominciato a parlare insistentemente di un futuro accordo tra Partito Democratico e Udc su scala nazionale? Dalla campagna elettorale per le Provinciali trentine, per la precisione. Svoltesi meno di un mese fa hanno visto il candidato del Pd, Lorenzo Dellai, vincere con l’appoggio dell’Udc. Walter Veltroni non si limitò allora solamente alla frase di rito “Il clima sta cambiando”, si spinse oltre: “Il risultato ottenuto dal nostro schieramento incarna una nuova e coerente ispirazione riformista e una visione di moderno autonomismo“. Fu più esplicito Enrico Letta: “Il modello delle Provinciali in Trentino è l'unico con il quale possiamo vincere anche a livello nazionale“. Sulla stessa lunghezza d’onda di Letta l’ex Ministro Pierluigi Bersani: “L'alleanza Pd-Udc è stata la più credibile. Ed è la stessa strada da seguire, sia a livello locale che nazionale“. Il Presidente di centrosinistra della Provincia di Milano, Filippo Penati, parlò di “modello su cui ci si può lavorare”. Dall’altra parte il Segretario centrista Lorenzo Cesa, non nascose la soddisfazione sua e del suo partito: “I nostri elettori hanno votato massicciamente per Dellai e siamo contenti del risultato. È stato un esperimento positivo che abbiamo sostenuto con convinzione in tutta la campagna elettorale, sia io che Casini”.

IL NUOVO PRODI - Sta per nascere l’Alleanza di Centro, risultato di un’ennesima fuga dall’Udc, dopo quelle messe in atto da Marco Follini (Italia di Mezzo), Carlo Giovanardi (Popolari Liberali) e Mario Baccini (Federazione dei Cristiano Popolari). Sono pesanti le parole pronunciate sabato scorso dal promotore del nuovo movimento, Francesco Pionati, il senatore appena fuoriuscito dall’Udc per dirigersi verso il centrodestra berlusconiano perchè insoddisfatto della linea dell’ex Presidente della Camera, ostile ad ogni tentativo di ricongiungimento con i vecchi alleati pidiellini: “Secondo me qualcuno ha garantito a Pier Ferdinando Casini che sarà lui il nuovo Prodi, il prossimo candidato del centrosinistra alla Presidenza del Consiglio”. Una cosa simile l’aveva già detta Carlo Giovanardi un mesetto fa, guardacaso proprio all’indomani della vittoria trentina di Dellai targata Pd-Udc: ”Casini dopo aver ricoperto altissimi incarichi di governo nel centrodestra ambisce di fatto a tornare al governo con lo schieramento opposto”. E’ solo suggestione?

I DUBBI - I sondaggi parlano di un elettorato centrista molto più vicino al Popolo della Libertà che al Pd. E questo non è un mistero. Fin troppo facile immaginare che dopo 14 anni di convivenza col centrodestra berlusconiano anche l’elettorato si sia identificato in quella parte politica e difficilmente capirebbe il salto del fosso. Punto secondo: non credo che per l’elettorato di sinistra, che in nome del voto utile ha appoggiato Veltroni alle Politiche di aprile affossando la sinistra radicale gradirebbe una operazione simile. “Ma ve li immaginate Totò Cuffaro e Giuseppe Lumia che fanno la campagna elettorale insieme nella stessa regione?” si chiederebbe tra sé e sé l’elettore medio diessino/socialista/post-comunista. Entrambi sono stati candidati ed eletti al Senato della Repubblica come capilista alle ultime elezioni Politiche, entrambi in Sicilia. Il primo nell’Udc, il secondo nel Partito Democratico. Cuffaro ad inizio anno, negli stessi giorni della caduta del Governo Prodi, è stato condannato per favoreggiamento nei confronti della mafia a 5 anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici; Lumia è uno dei simboli della lotta alla mafia, il pentito Nino Giuffrè parlò di un attentato ai suoi danni progettato da Cosa Nostra e da Bernardo Provenzano, poi mai attuato.