lunedì 24 novembre 2008

Yes, we can't

Cosa non va nel Partito Democratico

LEADERSHIPWalter Veltroni è stato eletto segretario di un nuovo partito, il Partito Democratico, alla sua nascita, circa un anno fa, attraverso una competizione primaria nella quale nessuno degli altri concorrenti avrebbe potuto ostacolare la sua trionfale vittoria (il ritiro della candidatura di Pierluigi Bersani gli spianò, infatti, la strada verso gratificanti percentuali bulgare); ha stabilito una nuova strategia per il neonato partito decidendo di rompere con i vecchi alleati, sancendo nuovi accordi elettorali e di fatto rompendo tutti gli schemi che tenevano inchiodato da troppi anni il quadro politico ad un “bipolarismo maccheronico”; sei mesi dopo l’inizio della missione ha subìto una dura sconfitta alle Elezioni Politiche che hanno visto trionfare il centrodestra con una maggioranza solida in entrambi i rami del Parlamento; infine, ha continuato a guidare il partito, che tra l’altro riscuote quasi un terzo dei consensi degli italiani, dai banchi dell’opposizione, come leader della minoranza. Sarebbe un sogno continuare a guidare il Pd senza imbattersi in critiche pungenti e opposizioni interne di rilievo. I dubbi e le incertezze, in uno scenario in cui il centrosinistra non sembra avere i numeri per ottenere una vittoria sulla coalizione berlsconiana nemmeno nelle prossime tornate elettorali, sono fisiologici, normali, logici. La scelta dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro come unico alleato suscita non pochi mugugni nella casa democratica. Il leader dell’Idv è legato troppo ad un’opposizione dura all’esecutivo targato Pdl-Lega Nord e ciò preclude spazi al dialogo maggioranza-minoranza nonché a spiragli di accordi elettorali con l’Udc di Pier Ferdinando Casini, espressamente avverso ad entrare in coalizione con l’ex-pm molisano. Le alleanze larghe sul modello Unione per molti sono l’unica soluzione, ed è una soluzione avversa all’impronta maggioritaria che Veltroni vuol dare al “suo” Pd.

LITI - Il duello D’Alema-Veltroni è una telenovela giunta all’ennesima puntata. In un intervista a La Stampa Enrico Letta dice: “Se tutto si riduce a una sfida tra dalemiani e veltroniani, il Pd è destinato al fallimento”. E spiega “Se tutto il partito dovesse dividersi tra dalemiani e veltroniani questo rischierebbe di fare passare il Pd per la mera continuazione dei Ds, e l'intero progetto fallirebbe”. Dalle colonne di Repubblica il fondatore Eugenio Scalari entra nei dettagli: “Con la stupefacente luna di miele tra Berlusconi e la pubblica opinione, diventarono sempre più evidenti, nacquero fondazioni che sotto l'apparenza culturale si atteggiavano a vere e proprie correnti. In particolare quella guidata da D'Alema che si dette addirittura un assetto territoriale. L'obiettivo sembrò esser quello di logorare la leadership veltroniana anche a costo di danneggiare la compattezza del partito ancora in fase organizzativa”. Il pizzino in diretta televisiva di Nicola Latorre è la prova provata che uno scontro all’interno del Pd c’è. Un dalemiano doc che fa sponda ad Italo Bocchino per controbattere a quello che dovrebbe essere un suo alleato non ha bisogno di commenti, come non ha bisogno di commenti nemmeno il voto dello stesso dalemiano doc a sostegno della candidatura di Riccardo Villari alla presidenza della Vigilanza Rai, la cui elezione sta scombussolando non poco la segreteria del Pd e tutto ciò che ha a che fare con Walter Veltroni. Era Leoluca Orlando il nome scelto per quell’incarico dall’opposizione, l’opposizione targata Pd-Idv, targata Veltroni. Riuscirà il Partito Democratico ad arrivare vivo e vegeto alle Elezioni Europee di giugno o ci sarà bisogno di anticipare il congresso previsto per l’autunno in primavera? La resa dei conti congressuale da un lato potrebbe condurre ad una nuova pax, dall’altra ad una “sanguinosa” guerra intestina, soprattutto se, come sostiene Massimo Cacciari, si dovesse di scutere della leadership di Veltroni e non di programmi e di linea politica: “Sarebbe il suicidio del Pd”.

COLLOCAZIONE EUROPEA - Il nodo della collocazione europea del Partito Democratico è una vicenda vecchia. Il problema risale ai tempi della lista Uniti dell’Ulivo delle Europee 2004, quando gli europarlamentari eletti nelle fila dei Democratici di Sinistra e della Margherita andarono a collocarsi rispettivamente nel Partito Socialista Europeo e nel gruppo dei Democratici e Liberali per l’Europa. Son passati quasi cinque anni e ben due Elezioni Politiche, ma soprattutto L’Ulivo si è fatto partito. E il nodo ritorna al pettine. Gli ex-Popolari non demordono. Anche se Enrico Letta tende a minimizzare parlando di “problema non insormontabile”, con un’intervista rilasciata da Francesco Rutelli a Panorama il punto collocazione internazionale ritorna alla ribalta. Collocazione che per l’ex sindaco di Roma “non può essere legata nè all'Internazionale socialista nè al Partito socialista europeo”. E’ l’ipotesi appoggiata anche dall’ex Ministro Beppe Fioroni, che, per la serie “così eravamo rimasti”, pone l’accento su quella che è l’ultima soluzione prospettata, un gruppo a parte tra i banchi di Strasburgo: “Finora abbiamo sempre discusso di una federazione con il Pse in Europa. E va bene, ma qui c’è chi dice che il Pd va nell’Internazionale socialista. Non era questo il presupposto con cui siamo entrati nel Pd e allora sì che serve un congresso”. Sulla stessa lunghezza d’onda le dichiarazioni di Renzo Lusetti e Gianni Vernetti. Vannino Chiti, invece, rilancia l’ipotesi pro-Pse e risponde a chi non ritiene nemmeno pensabile che il Pd confluisca in toto nel gruppo Socialista: “Il Pd è una forza riformista e dunque deve stare con i riformisti in Europa e nel mondo. Deve continuare a lavorare perchè il gruppo socialista europeo diventi la casa di tutti i riformisti”. Anche il vicecapogruppo alla Camera Marina Sereni rema contro il Rutelli-pensiero: “Sono inutili e dannose le prese di posizione che partono dall'esclusione di un percorso comune con il Pse che oggi, in Europa, rappresenta la più larga aggregazione di forze riformatrici”.

TERRITORIO – Rilanciare il Pd? “Partiamo dal territorio” si sente dire da più parti. Afferma Enrico Letta: “La nostra riscossa deve partire dai livelli territoriali. Dobbiamo costruire un partito federalisto vero. Dico di più: dobbiamo de-romanizzare il partito”. Chiamparino, ministro ombra per le Riforme parla di trasformazione dell’”attuale federazione di correnti in una federazione dei territori”, tutto ciò “per strappare il Pd dalla guerriglia tra le correnti”. Il sindaco di Torino, in vista delle amministrative, lascerebbe ai territori la “scelta dei coordinatori, delle alleanze politiche, delle candidature, delle leadership, dei programmi”. Cacciari si dice “perfettamente d’accordo” con la proposta di Chiamparino: “Ci vuole una struttura autonoma da Roma che possa prendere decisioni autonomamente. Invece il Pd continua ad essere un organismo centralistico”. Favorevole si dice anche Piero Fassino, e non solo lui nel Pd. Ma siamo sicuri che dare nuovo lustro ai territori sia la giusta cura? Sicuramente alle Amministrative una maggiore attenzione al territorio gioverebbe non poco al centrosinistra, i successi della Lega insegnano molto in tal senso. Ma se parliamo di consultazioni nazionali, beh, ci vuol ben altro per guarire i mali del Pd. In passato le vittorie alle Politiche e alle Europee incassate dal centrodestra storicamente meno radicato “alla base”, hanno coinciso con ottime affermazioni di Forza Italia prima e Popolo della Libertà poi, forze politiche che hanno avuto e hanno nel carisma e nelle capacità comunicative di Silvio Berlusconi uno dei loro punti di forza. Cinque anni fa il centrosinistra stravinse le Elezioni Comunali e Provinciali, ma non riuscì nello stesso giorno (!) a portare a casa il successo delle Europee. I risultati ci consegnarono, in un periodo di palpabile bassa popolarità per l’allora Governo Berlusconi II, una situazione di sostanziale pareggio. La neonata lista Uniti nell’Ulivo si fermò al 31,1%, dato equivalente alla sommatoria di Ds e Margherita alle Politiche di tre anni prima. Territorio sì, ma fino ad un certo punto: le Amministrative non avevano fatto da traino.

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