venerdì 28 novembre 2008

Calamita Pdl

Piccoli e grandi moderati attratti dalla vincente ex Casa delle Libertà

La cosiddetta Luna di Miele del governo Berlusconi continua e ne è un segnale chiaro l’evidente forza attrattiva del Popolo della Libertà verso le diverse cellule moderate che si staccano da altri luoghi per accomodarsi nella accogliente casa berlusconiana, la casa che naviga dritta verso il successo delle Europee. Infatti, se le alleanze del Partito Democratico dovessero rimanere queste, se la leadership veltroniana non dovesse essere messa in discussione e se lo stesso Segretario non si mettesse egli stesso in discussione con un congresso anticipato, ci sarà poco da discutere di vittorie e sconfitte nei prossimi mesi. Il quadro è chiaro.

INIZIO 2008 - Il Pdl, dicevo, è davvero una calamita. Due senatori margheritini, Giuseppe Scalera e Lamberto Dini, al momento della nascita del Partito Democratico diedero vita ad un nuovo movimento, quello dei Liberaldemocratici. Pochi mesi più tardi furono tra i protagonisti della caduta del governo Prodi II, negando la fiducia al centrosinistra insieme a Clemente Mastella e Tommaso Barbato dell’Udeur. Indette elezioni anticipate per l’aprile 2008, i Liberaldemocratici passarono dall’altra parte della barricata. Scalera è ora un deputato, Dini senatore. Furono eletti entrambi nelle fila del Pdl. Posti assicurati nelle liste bloccate. Un mese dopo il giuramento del nuovo governo i Liberaldemocratici si sciolsero per entrare a far parte a pieno titolo del Popolo delle Libertà. Il Pdl era davvero una calamita in quel periodo, quando Carlo Giovanardi lasciò il partito di Casini per fondare i Popolari Liberali, anch’essi pronti un giorno a confluire nel Pdl, ed ha continuato ad esserlo dopo lo schiacciante successo che gli ha assicurato una solida maggioranza in entrambi i rami del Parlamento.

PRIMA DEL VOTO – Alla vigilia delle Elezioni Politiche di aprile la Democrazia Cristiana di Giuseppe Pizza vinse il ricorso al Consiglio contro l’esclusione decretata al momento della presentazione delle liste dal Viminale, causa l’eccessiva somiglianza tra il simbolo Dc e quello dell’Udc di Casini. La vittoria nel ricorso ottenuta a pochi giorni dal voto avrebbe potuto far slittare di 2/3 settimane il voto di aprile e dare grandissima visibilià al partito di Pizza, molto piccolo numericamente. La Dc evitò lo slittamento delle urne rinunciando a presentarsi sulla scheda elettorale, e garantendo il proprio appoggio alla coalizione berlusconiana con la quale aveva stabilito un “accordo tecnico” per il Senato. Pizza è oggi Sottosegretario all’Istruzione, Università e Ricerca.

DOPO IL VOTO – Una calamita il Pdl lo è stato anche per il senatore Mario Baccini, eletto ad aprile tra le fila dell’Udc e per l’Udc candidato alla carica di Sindaco di Roma poche settimane prima della decisione di staccarsi dal partito centrista per approdare nella nuova casa del centrodestra. Baccini per l’occasione ha fondato a maggio la Federazione dei Cristiano Popolari. Ironia della sorte, ad inizio anno, dopo l’annuncio da parte di Fini e Berlusconi della nascita di una lista unitaria Fi-An (poi divenuta Popolo della Libertà), Baccini insieme a Bruno Tabacci aveva dato il via al progetto della Rosa Bianca, una nuova forza politica alternativa alle coalizioni di Veltroni e Berlusconi, posta al centro dello scacchiere politico italiano. In attesa di una decisione da parte del loro leader Casini se aderire o no alla nuova casa del centrodestra, loro avevano già stabilito che era giunto il momento di rompere col Cavaliere. Come si cambia.

ULTIME ATTRAZIONI - Il Pdl è stato una calamita pochi giorni fa per il senatore Sergio De Gregorio, che ha sciolto il suo movimento Italiani nel Mondo, sorto nel 2006 all’indomani della rottura con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, partito nel quale era stato eletto alle Politiche dello stesso anno. Il Pdl è stato una calamita, ultimo in ordine cronologico, per il portavoce dell’Udc, Francesco Pionati, ex giornalista del Tg1, poco interessato alle voci che vogliono il partito dello scudo crociato possibile alleato in futuro del Partito Democratico.

mercoledì 26 novembre 2008

Il Parlamento secondo Facebook

Le elezioni politiche fatte dal web. Proviamo a scoprire quale risultato uscirebbe dalle urne se a votare fosse solo il popolo della rete.

Le intenzioni di voto degli italiani le conosciamo. Sono quelle fuoriuscite dalle urne l'aprile scorso e quelle che molti istituti di sondaggi ci comunicano settimanalmente. Ma come sarebbe il Parlamento italiano se gli elettori si comportassero come i navigatori di Internet iscritti ai tanti gruppi politici presenti su Facebook? Il quadro sarebbe davvero particolare. La Lega Nord va fortissimo, è il primo gruppo italiano tra i partiti politici, seguita dal Partito Democratico. L'Italia dei Valori incalza il Popolo della Libertà nonostante alle urne raccolga un consenso quasi dieci volte inferiore. Rifondazione andrebbe ben oltre lo sbarramento ottenendo più di 50 seggi alla Camera, mentre l'Udc sarebbe fuori dal Parlamento e sarebbe una delle più piccole forze politiche. Forza Nuova per poco non riuscirebbe a superare la soglia del 4%.

RISULTATI ELEZIONI POLITICHE in base agli iscritti ai gruppi di FACEBOOK (Camera dei Deputati)

LEGA NORD (circa 7.700 iscritti) 34,1% (244 seggi)
POPOLO DELLA LIBERTA' (3.000 iscritti) 13,3% (95 seggi)
MOVIMENTO PER L'AUTONOMIA (50 iscritti) 0,2% (1 seggio)
TOTALE PDL + LEGA NORD+ MPA (10.700 iscritti) 47,6% (340 seggi)

PARTITO DEMOCRATICO (4.850 iscritti) 21,5% (159 seggi)
ITALIA DEI VALORI (2.450 iscritti) 10,8% (80 seggi)
TOTALE PD + ITALIA DEI VALORI (7.300 iscritti) 32,3% (239 seggi)

RIFONDAZIONE COMUNISTA (1.550 iscritti) 6,9% (51 seggi)
FORZA NUOVA (800 iscritti) 3,6%
SINISTRA DEMOCRATICA (600 iscritti) 2,7%
LA DESTRA (550 iscritti) 2,4%
PARTITO DEI COMUNISTI ITALIANI (350 iscritti) 1,6%
PARTITO SOCIALISTA (300 iscritti) 1,3%
SINISTRA CRITICA (200 iscritti) 0,9%
UNIONE DI CENTRO (150 iscritti) 0,7%


RISULTATI ELEZIONI POLITICHE 2008 (CAMERA DEI DEPUTATI)

POPOLO DELLA LIBERTA' 37,4%
LEGA NORD 8,3%
MOVIMENTO PER L'AUTONOMIA 1,1%
TOTALE PDL + LEGA NORD+ MPA 46,8%

PARTITO DEMOCRATICO 33,2%
ITALIA DEI VALORI 4,4%
TOTALE PD + ITALIA DEI VALORI 37,6%

UNIONE DI CENTRO 5,6%
LA SINISTRA L'ARCOBALENO 3,1%
LA DESTRA - FIAMMA TRICOLORE 2,4%
PARTITO SOCIALISTA 1,0%
TOTALE altri 3,5%

lunedì 24 novembre 2008

Yes, we can't

Cosa non va nel Partito Democratico

LEADERSHIPWalter Veltroni è stato eletto segretario di un nuovo partito, il Partito Democratico, alla sua nascita, circa un anno fa, attraverso una competizione primaria nella quale nessuno degli altri concorrenti avrebbe potuto ostacolare la sua trionfale vittoria (il ritiro della candidatura di Pierluigi Bersani gli spianò, infatti, la strada verso gratificanti percentuali bulgare); ha stabilito una nuova strategia per il neonato partito decidendo di rompere con i vecchi alleati, sancendo nuovi accordi elettorali e di fatto rompendo tutti gli schemi che tenevano inchiodato da troppi anni il quadro politico ad un “bipolarismo maccheronico”; sei mesi dopo l’inizio della missione ha subìto una dura sconfitta alle Elezioni Politiche che hanno visto trionfare il centrodestra con una maggioranza solida in entrambi i rami del Parlamento; infine, ha continuato a guidare il partito, che tra l’altro riscuote quasi un terzo dei consensi degli italiani, dai banchi dell’opposizione, come leader della minoranza. Sarebbe un sogno continuare a guidare il Pd senza imbattersi in critiche pungenti e opposizioni interne di rilievo. I dubbi e le incertezze, in uno scenario in cui il centrosinistra non sembra avere i numeri per ottenere una vittoria sulla coalizione berlsconiana nemmeno nelle prossime tornate elettorali, sono fisiologici, normali, logici. La scelta dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro come unico alleato suscita non pochi mugugni nella casa democratica. Il leader dell’Idv è legato troppo ad un’opposizione dura all’esecutivo targato Pdl-Lega Nord e ciò preclude spazi al dialogo maggioranza-minoranza nonché a spiragli di accordi elettorali con l’Udc di Pier Ferdinando Casini, espressamente avverso ad entrare in coalizione con l’ex-pm molisano. Le alleanze larghe sul modello Unione per molti sono l’unica soluzione, ed è una soluzione avversa all’impronta maggioritaria che Veltroni vuol dare al “suo” Pd.

LITI - Il duello D’Alema-Veltroni è una telenovela giunta all’ennesima puntata. In un intervista a La Stampa Enrico Letta dice: “Se tutto si riduce a una sfida tra dalemiani e veltroniani, il Pd è destinato al fallimento”. E spiega “Se tutto il partito dovesse dividersi tra dalemiani e veltroniani questo rischierebbe di fare passare il Pd per la mera continuazione dei Ds, e l'intero progetto fallirebbe”. Dalle colonne di Repubblica il fondatore Eugenio Scalari entra nei dettagli: “Con la stupefacente luna di miele tra Berlusconi e la pubblica opinione, diventarono sempre più evidenti, nacquero fondazioni che sotto l'apparenza culturale si atteggiavano a vere e proprie correnti. In particolare quella guidata da D'Alema che si dette addirittura un assetto territoriale. L'obiettivo sembrò esser quello di logorare la leadership veltroniana anche a costo di danneggiare la compattezza del partito ancora in fase organizzativa”. Il pizzino in diretta televisiva di Nicola Latorre è la prova provata che uno scontro all’interno del Pd c’è. Un dalemiano doc che fa sponda ad Italo Bocchino per controbattere a quello che dovrebbe essere un suo alleato non ha bisogno di commenti, come non ha bisogno di commenti nemmeno il voto dello stesso dalemiano doc a sostegno della candidatura di Riccardo Villari alla presidenza della Vigilanza Rai, la cui elezione sta scombussolando non poco la segreteria del Pd e tutto ciò che ha a che fare con Walter Veltroni. Era Leoluca Orlando il nome scelto per quell’incarico dall’opposizione, l’opposizione targata Pd-Idv, targata Veltroni. Riuscirà il Partito Democratico ad arrivare vivo e vegeto alle Elezioni Europee di giugno o ci sarà bisogno di anticipare il congresso previsto per l’autunno in primavera? La resa dei conti congressuale da un lato potrebbe condurre ad una nuova pax, dall’altra ad una “sanguinosa” guerra intestina, soprattutto se, come sostiene Massimo Cacciari, si dovesse di scutere della leadership di Veltroni e non di programmi e di linea politica: “Sarebbe il suicidio del Pd”.

COLLOCAZIONE EUROPEA - Il nodo della collocazione europea del Partito Democratico è una vicenda vecchia. Il problema risale ai tempi della lista Uniti dell’Ulivo delle Europee 2004, quando gli europarlamentari eletti nelle fila dei Democratici di Sinistra e della Margherita andarono a collocarsi rispettivamente nel Partito Socialista Europeo e nel gruppo dei Democratici e Liberali per l’Europa. Son passati quasi cinque anni e ben due Elezioni Politiche, ma soprattutto L’Ulivo si è fatto partito. E il nodo ritorna al pettine. Gli ex-Popolari non demordono. Anche se Enrico Letta tende a minimizzare parlando di “problema non insormontabile”, con un’intervista rilasciata da Francesco Rutelli a Panorama il punto collocazione internazionale ritorna alla ribalta. Collocazione che per l’ex sindaco di Roma “non può essere legata nè all'Internazionale socialista nè al Partito socialista europeo”. E’ l’ipotesi appoggiata anche dall’ex Ministro Beppe Fioroni, che, per la serie “così eravamo rimasti”, pone l’accento su quella che è l’ultima soluzione prospettata, un gruppo a parte tra i banchi di Strasburgo: “Finora abbiamo sempre discusso di una federazione con il Pse in Europa. E va bene, ma qui c’è chi dice che il Pd va nell’Internazionale socialista. Non era questo il presupposto con cui siamo entrati nel Pd e allora sì che serve un congresso”. Sulla stessa lunghezza d’onda le dichiarazioni di Renzo Lusetti e Gianni Vernetti. Vannino Chiti, invece, rilancia l’ipotesi pro-Pse e risponde a chi non ritiene nemmeno pensabile che il Pd confluisca in toto nel gruppo Socialista: “Il Pd è una forza riformista e dunque deve stare con i riformisti in Europa e nel mondo. Deve continuare a lavorare perchè il gruppo socialista europeo diventi la casa di tutti i riformisti”. Anche il vicecapogruppo alla Camera Marina Sereni rema contro il Rutelli-pensiero: “Sono inutili e dannose le prese di posizione che partono dall'esclusione di un percorso comune con il Pse che oggi, in Europa, rappresenta la più larga aggregazione di forze riformatrici”.

TERRITORIO – Rilanciare il Pd? “Partiamo dal territorio” si sente dire da più parti. Afferma Enrico Letta: “La nostra riscossa deve partire dai livelli territoriali. Dobbiamo costruire un partito federalisto vero. Dico di più: dobbiamo de-romanizzare il partito”. Chiamparino, ministro ombra per le Riforme parla di trasformazione dell’”attuale federazione di correnti in una federazione dei territori”, tutto ciò “per strappare il Pd dalla guerriglia tra le correnti”. Il sindaco di Torino, in vista delle amministrative, lascerebbe ai territori la “scelta dei coordinatori, delle alleanze politiche, delle candidature, delle leadership, dei programmi”. Cacciari si dice “perfettamente d’accordo” con la proposta di Chiamparino: “Ci vuole una struttura autonoma da Roma che possa prendere decisioni autonomamente. Invece il Pd continua ad essere un organismo centralistico”. Favorevole si dice anche Piero Fassino, e non solo lui nel Pd. Ma siamo sicuri che dare nuovo lustro ai territori sia la giusta cura? Sicuramente alle Amministrative una maggiore attenzione al territorio gioverebbe non poco al centrosinistra, i successi della Lega insegnano molto in tal senso. Ma se parliamo di consultazioni nazionali, beh, ci vuol ben altro per guarire i mali del Pd. In passato le vittorie alle Politiche e alle Europee incassate dal centrodestra storicamente meno radicato “alla base”, hanno coinciso con ottime affermazioni di Forza Italia prima e Popolo della Libertà poi, forze politiche che hanno avuto e hanno nel carisma e nelle capacità comunicative di Silvio Berlusconi uno dei loro punti di forza. Cinque anni fa il centrosinistra stravinse le Elezioni Comunali e Provinciali, ma non riuscì nello stesso giorno (!) a portare a casa il successo delle Europee. I risultati ci consegnarono, in un periodo di palpabile bassa popolarità per l’allora Governo Berlusconi II, una situazione di sostanziale pareggio. La neonata lista Uniti nell’Ulivo si fermò al 31,1%, dato equivalente alla sommatoria di Ds e Margherita alle Politiche di tre anni prima. Territorio sì, ma fino ad un certo punto: le Amministrative non avevano fatto da traino.

lunedì 17 novembre 2008

Coincidenze

La settimana scorsa ho scritto un pezzo sul rapporto tra il web, Facebook e la politica su Giornalettismo. Guardate cosa ho visto pubblicato stamane su La Stampa e su Repubblica. Coincidenze.

sabato 15 novembre 2008

100.000 volte "Scusa" ad Obama

A meno di dieci giorni dall'uscita poco felice su Barack Obama da parte del nostro Presidente del Consiglio, su Facebook ha tagliato un traguardo importante e quanto meno sorprendente il gruppo made in Italy che chiede scusa al neo-eletto Presidente degli Stati Uniti d'America: Sorry Barack for our prime minister.. Obama scusa, Berlusconi è un coglione. Sono addirittura centomila le facce che si sono aggiunte al gruppo che dal 12 novembre è amministrato da Matteo Miramari e Guido Dassori e che è diventato nel numero di aderenti il primo in assoluto tra quelli riguardanti il nostro Presidente del Consiglio, il terzo al mondo tra quelli riguardanti Barack Obama.
Nella pagina di descrizione del gruppo si rievoca l'episodio che ha suscitato così tanto clamore: "Neanche dopo ventiquattro ore dalla vincita delle elezioni del nuovo Presidente americano Barack Hussein Obama, il premier italiano Silvio Berlusconi, nel corso di una conferenza con il presidente Dmitri Medvedev al Cremlino il 6 Novembre scorso, afferma che Barack Obama è giovane bello e anche abbronzato ed ha quindi tutte le qualità per avere ottimi rapporti con la Russia".

venerdì 14 novembre 2008

Che Obama sarà?

Liberale, protezionista, centrista, guerrafondaio, pragmatico, socialista o comunista?

LIBERALE - Obama in perfetto stile Usa. In un’intervista al Corriere della Sera il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti l’ha paragonato all’imperatore Adriano: “L'America ha cominciato a configurarsi come un impero liberale e benevolo, seduttivo e democratico. E tuttavia quasi per sorte ripetitiva ha rischiato di seguire la stessa parabola dell'impero romano, Roma, conquistato il Mediterraneo, ne fu a sua volta dominata. Non solo l'America è entrata nella globalizzazione ma la globalizzazione è entrata in America con l'Asia in testa”. Su Blogonomy se ne parla così: “Obama non è certo uno statalista sulle posizioni dei nostri Democratici, che scontano ancora una storia nella quale lo Stato era sempre considerato la soluzione e mai il problema, per parafrasare un grande presidente, Ronald Reagan, che Obama ha ammesso di ammirare”.

PROTEZIONISTA - Su Il Sole 24 Ore qualcuno (Alberto Alesina) lo vede protezionista. Ma anche centrista. Due Obama, insomma. Il primo “all'estrema sinistra del partito democratico”. Un Obama che durante la campagna elettorale “parlava di protezionismo e di revisione degli accordi di libero commercio nel continente; che voleva aumentare subito (e di molto) le tasse sui ceti medio-alti; che con una buona dose di populismo voleva tassare gli speculatori petroliferi e penalizzare i capital gains, con un atteggiamento punitivo verso Wall Street; che voleva sussidiare industrie in declino”. Per Alesina con questo Obama “la recessione Usa, e di riflesso quella europea, sarà più grave e più lunga del previsto”.

CENTRISTA – Il secondo Obama è quello centrista, quello “pronto a rinviare aumenti di imposte sui ricchi a quando l'economia reale se lo potrà permettere, cioè a recessione finita, e che parlava di protezionismo solo per vincere in quegli Stati, come Pennsylvania e Ohio, pieni di industrie in difficoltà, strategia che infatti ha funzionato“. Su L’Occidentale, in un articolo firmato da Roberto Santoro si descrive un Obama molto Clintoniano, con riferimento all’ultima fase (“unitaria”) dell’era dell’ex Presidente Clinton. I riferimenti sono all’economia: “Un programma moderato contraddistinto da una politica fiscale progressiva e da un aumento degli investimenti nella sanità, nell’istruzione e nell’ambiente. Obama ha promesso di concentrarsi sulle classi medie per alleggerire il carico fiscale di chi sta sopportando il peso della crisi. Vuole offrire servizi sociali più ampi sperando di non mandare in tilt la spesa pubblica. La sua priorità è il programma di salvataggio dell’economia, che la gente torni a lavorare e produrre. Il problema è conciliare tutto questo con gli ambiziosi piani di spesa per la sanità, il cambiamento climatico e l’indipendenza energetica”. Obama centrista: “I clintoniani spingeranno Obama verso una politica di tipo centrista per conciliare le ragioni di un welfare competitivo con quelle di un mercato più controllato”.

GUERRAFONDAIO - In campagna elettorale la discontinuità con l’amministrazione Bush in termini di politica estera c’è stata: via l’unilateralismo. Ma se si parla di interventi militari all’estero la linea di confine con la precedente amministrazione non appare così tanto marcata. Via dall’Iraq, col tempo. Ma giù duro in Afghanistan. Per Valerio Pieroni (Iniziativa.info) il fatto che “Obama dovrà prima di tutto porre fine alla guerra in Iraq” e “poi, una volta riportate le truppe Usa a casa, dovrà iniziare subito a ricucire le alleanze in giro per il mondo, togliendo gli Usa dal grave isolamento e dagli attriti con le altre potenze cui l’amministrazione Bush li ha confinati” non significa che il neo-eletto Presidente americano sarà meno guerrafondaio di Bush. Da questo punto di vista “I pacifisti di casa nostra possono mettersi l'animo in pace, senza illudersi inutilmente: più volte in campagna elettorale Obama ha ostentato, nei confronti del terrorismo islamico, qualche determinazione in più dell'avversario McCain”. In campagna elettorale, infatti, Obama aveva definito “inaccettabile” il fatto che l’Iran si doti di un’arma nucleare. Una presa di posizione in perfetta linea con il suo predecessore, come prontamente fece notare il presidente del parlamento di Teheran, Ali Larijani, che parlò allora di “proseguimento della stessa erronea politica del passato”.

PRAGMATICO - C’è anche un Barack Obama non inquadrabile alla voce collocazione politica. E’ definito pragmatico da L’Espresso, nel titolo di un intervista “al padre nobile della sinistra americana”, Michael Walzer. Per Walzer non bisogna attendersi dalla nuova amministrazione chissà quale rivoluzione: “Il cambiamento sarà graduale, Obama non è né socialdemocratico né di sinistra”. Almeno per ora, perchè, dice Walzer: “Fino a oggi Obama si è presentato come un candidato non partisan, si è battuto contro la guerra ideologica che da anni va avanti a Washington. Ma sono certo che quando presenterà il suo progetto per la sanità ci sarà uno scontro frontale. E lui dovrà trovare un modo per vincerlo. Non potrà essere al di sopra delle parti”. Pragmatico è anche l’Obama descritto da Vittorio Foa su Il Giornale: “Non è un socialista, non è un rivoluzionario e forse nemmeno un Kennedy; Obama non è un visionario, è un politico ambizioso e soprattutto molto pragmatico”.

SOCIALISTA - Socialista è l’Obama visto dall’avversario, il repubblicano John McCain. “Obama socialista” è l’espressione ripetuta chissà quante volte in questa campagna elettorale in riferimento alla proposta di ridistribuzione della ricchezza avanzate dal candidato democratico. Negli Usa la parola in questione genera scetticismo. Lo stesso provocato il Italia dal termine comunista. Ma gli americano, si sa, sono sempre un passo più avanti.

COMUNISTA - Mentre l’Europa festeggiava la vittoria del candidato Democratico all’unisono c’era qualcuno del Vecchio Continente che lanciava epiteti fuori dal coro. “Obama è un cripto-comunista e presto l'America pagherà il prezzo di questo scherzo delle democrazia” è il pensiero espresso da un deputato del partito conservatore polacco Legge e Giustizia, Artur Gorski. La dichiarazione, accompagnata da espressioni pesanti, quali “messia nero” e “fine della civilizzazione dell’uomo bianco” è stata prontamente accompagnata dalle scuse del Ministro degli esteri polacco e del presidente dello stesso partito di Gorsky, che si sono dissociati dalle dichiarazioni del deputato. Ci mancherebbe.

Che Obama sarà? Ai posteri l’ardua sentenza.

martedì 11 novembre 2008

Forza Cossiga

Le esternazioni dell'ex Presidente della Repubblica sono di grande valore informativo

Gli italiani sono un popolo di ingrati. Hanno comprato milioni di copie de La Casta, che messo a nudo gli sprechi e i privilegi della classe politica del Belpaese; hanno comprato milioni di copie di Gomorra, che ha reso pubbliche e ancor più agghiaccianti le verità sulla camorra nascoste nelle carte dei tribunali; hanno fatto diventare Travaglio una star; Report di Milena Gabanelli e Blu Notte di Carlo Lucarelli sono seguitissime. E poi? E poi appena arriva l’ex presidente Francesco Cossiga a fare la tanto amata controinformazione succede il putiferio. Quando Cossiga apre bocca per svelare cose che nessuno ha mai detto, subito si grida allo scandalo: qualcuno prontamente parla di “dono dell’Alzheimer”, “doniamo un neurone a Cossiga“ si legge da qualche altra parte ironizzando sul suo stato di salute. L’ultima uscita chiacchierata di Cossiga è quella in piena protesta studentesca anti-decreto 133. Un’uscita oramai nota e stranota. “Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero Ministro dell'interno, ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città” diceva il senatore a vita una ventina di giorni fa al Quotidiano Nazionale. E specificava il piano che avrebbero dovuto adottare gli sbirri: “Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri, le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano”. Sicuramente il contenuto di queste dichiarazioni va condannato, nel senso che lo Stato non può agire nella logica del tanto peggio, tanto meglio, nè dell’istigazione, né della legge del taglione, né della violenza come procedura prediletta per garantire l’ordine pubblico. Ma vogliamo buttar via lo splendido inedito contributo su come si fa politica della sicurezza in Italia regalataci dal Picconatore? La mente corre al G8 di Genova e agli episodi di violenza subiti dai manifestanti alloggiati nella scuola Diaz. Chissà se anche in quel caso il modus agendi delle forze dell’ordine fu di cossighiana dottrina. Oggi siamo nel 2008 e fortunatamente alla messa a ferro e fuoco delle città non si è arrivati nemmeno nei giorni più caldi della protesta: soltanto (!) scontri a Piazza Navona tra pochi estremisti di destra e di sinistra. Ma ciò non scredita il metodo-Cossiga. Per Beppe Grillo, che al riguardo ha diffuso un video su You Tube con tanto di moviola, gli agenti provocatori infiltrati ci sono stati e come! Un poliziotto è mimetizzato tra gli estremisti di destra, parla serenamente con altri poliziotti che lo chiamano per nome, mentre tutti gli altri manifestanti filo-fascisti sono distesi a terra. Poi sale per ultimo nella camionetta alla fine degli scontri: è uno di loro! Un ulteriore passo in avanti nel nostro viaggio alla scoperta del Ministero degli Interni italiano, guidati da Cossiga, lo compiamo con la lettera del Picconatore inviata ultimamente al Capo della Polizia Manganelli e pubblicata per intero sul sito 19luglio1992. Anche qui le chicche sono interessanti spunti di riflessione degne della migliore controinformazione dei giorni nostri: “Un'efficace politica dell'ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti. A mio avviso, dato che un lancio di bottiglie contro le forze di polizia, insulti rivolti a poliziotti e carabinieri, a loro madri, figlie e sorelle, l'occupazione di stazioni ferroviarie, qualche automobile bruciata non e' cosa poi tanto grave, il mio consiglio e' che in attesa di tempi peggiori, che certamente verranno, Lei disponga che al minimo cenno di violenze di questo tipo, le forze di polizia si ritirino, in modo che qualche commerciante, qualche proprietario di automobili, e anche qualche passante, meglio se donna, vecchio o bambino, siano danneggiati”. Cossiga, nella stessa missiva, dice di essere stato denunciato “da molte persone, sacerdoti, frati e suore comprese”, e stando alle sue parole sembra che sia in arrivo una nuova denuncia “da parte di S.Em.za il Card. Tettamanzi, firmata anche dai alcuni suoi fedeli adepti dei Centri Sociali, dei No Global e dei Black Bloc”. Personalmente non le concepisco queste querele. Preferirei che Cossiga si spingesse oltre e ci svelasse con tutta la sua schiettezza altri segreti della storia italiana, come ha fatto a febbraio di quest’anno. Anche quella volta le sue parole hanno fatto il botto: “Furono i nostri servizi segreti che quando io ero presidente della Repubblica - affermò ai microfoni di SkyTg24 - informarono l'allora sottosegretario Giuliano Amato e me che erano stati i francesi, con un aereo della Marina, a lanciare un missile non a impatto, ma a risonanza. Se fosse stato a impatto non ci sarebbe nulla dell'aereo. La tesi è che i francesi sapevano che sarebbe passato l'aereo di Gheddafi. La verità è che Gheddafi si salvò perché il Sismi, il generale Santovito, appresa l'informazione, lo informò quando lui era appena decollato e decise di tornare indietro. I francesi questo lo sapevano videro un aereo dall'altra parte di quello italiano e si nascose dietro per non farsi prendere dai radar".
Il risultato? Riapertura delle indagini sulla strage di Ustica da parte della Procura di Roma. Forza Cossiga.

lunedì 3 novembre 2008

Italia: il Paese salva-Gheddafi

Due volte grazie al nostro Paese il leader libico Muhammar Gheddafi ha evitato la morte

STRAGE DI USTICA - E' il febbraio 2008 quando il Senatore a vita Francesco Cossiga, in un'intervista a SkyTg24, ripresa poi dal quotidiano Il Manifesto il giorno seguente, parla della Strage di Ustica del 27 giugno 1980: "Quando ero presidente della Repubblica i nostri servizi segreti mi informarono che a provocare la strage di Ustica furono i francesi".
E precisa: "Furono i nostri servizi segreti che quando io ero presidente della Repubblica informarono l'allora sottosegretario Giuliano Amato e me che erano stati i francesi, con un aereo della Marina, a lanciare un missile non a impatto, ma a risonanza. Se fosse stato a impatto non ci sarebbe nulla dell'aereo".
E conclude affermando: "La tesi è che i francesi sapevano che sarebbe passato l'aereo di Gheddafi. La verità è che Gheddafi si salvò perché il Sismi, il generale Santovito, appresa l'informazione, lo informò quando lui era appena decollato e decise di tornare indietro. I francesi questo lo sapevano videro un aereo dall'altra parte di quello italiano e si nascose dietro per non farsi prendere dai radar".
Queste dichiarazioni sulla strage che portò alla morte di 81 persone trovano riscontro anche nelle indagini degli anni passati (come nel caso del possibile ruolo della Francia) e hanno, perciò, causato la riapertura delle stesse, da parte della Procura di Roma.

RAID USA IN LIBIA - Nel 1986, l'allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi e il Ministro degli Esteri Giulio Andreotti fecero avvertire Tripoli di un raid americano contro la Libia. Lo ha affermato in un convegno della Farnesina pochi giorni fa il Ministro degli Esteri libico Mohammed Abdel-Rahman Shalgam, all'epoca ambasciatore a Roma: "Non credo di svelare un segreto se annuncio che il 14 aprile 1986 l'Italia ci informò che ci sarebbe stata un'aggressione americana contro la Libia". Era il 15 aprile quando 45 aerei americani in 12 minuti sganciarono 232 bombe e 48 missili contro 6 diversi obbiettivi. Dopo la soffiata italiana, Gheddafi riuscì a salvarsi, ma perse la vita insieme ad una decina di civili una sua figlia adottiva. Per l'operazione gli americani utilizzarono la base militare di Lampedusa, ma senza il consenso del governo italiano, contrario all'uso di cieli e mari italiani per l'aggressione. Uno dei protagonisti di questa storia, Andreotti, definisce l'operazione Usa "improvvida, un errore di carattere internazionale".