sabato 17 maggio 2008

Le primarie all'italiana

Sia nell’ottobre 2005 per la scelta del leader dell’Unione (Romano Prodi) sia nell’ottobre 2007 per la scelta del Segretario del Partito Democratico (Walter Veltroni) le primarie sono risultate utili per incoronare il leader, dargli spazio sui media, misurare i rapporti di forza all’interno di una coalizione o di un partito. Nulla di più. Chi avrebbe scommesso un centesimo sulla sconfitta di Prodi nel 2005 o di Veltroni nel 2007? Credo nessuno.
La rinuncia di Bersani, dalemiano, che ha lasciato campo libero a Veltroni alla vigilia delle primarie, dimostra che in fondo il risultato della competizione era già stato scritto in partenza. Non si possono affrontare le primarie celando le contrapposizioni interne e le diversità, pur di non rischare di minare l’unità del partito o di dare l’idea di forza politica disomogenea e poco compatta. Tutte le voci devono essere rappresentate e il vincitore non deve mai essere scontato a priori.
Sono le preferenze le vere primarie. L’indicazione del nome da parte dell’elettore è lo strumento migliore per misurare il peso, quindi l’influenza politica di un candidato all’interno di una corrente e di una corrente all’interno di un partito. La preferenza rende inutili le candidature di politici assenti dal territorio, lombardi in Campania e toscani in Sicilia, dando giusta rappresentanza a tutte le circoscrizioni. L’elettore torna al centro del gioco e smette di essere spettatore passivo della competizione politica, orfana da 16 anni oramai del porta a porta e condotta solamente attraverso i media, ed è più facile cogliere bisogni e problemi della gente.
La speranza è che le primarie all’italiana possano in futuro diventare reali competizioni aperte e dal risultato incerto. Il centrosinistra ha il merito rilevante di aver introdotto nel nostro Paese un nuovo importante strumento, purtroppo però, ancora non sfruttato al meglio.

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