giovedì 29 maggio 2008

Le case chiuse sono davvero chiuse?

Mentre i politici si interrogano sulla necessità di abolire o modificare la legge Merlin per affrontare il problema della prostituzione, basta acquistare un quotidiano e possedere una linea telefonica per scoprire che i bordelli non sono così vietati come si crede

Apprendo dai giornali la volontà da parte di Daniela Santanchè di proporre un referendum per l’abolizione della legge Merlin, a favore, quindi, la riapertura delle case chiuse. "A cinquant'anni dalla sua nascita la legge Merlin non può essere considerata un tabù. E' necessario cambiarla profondamente garantendo strade sicure ai cittadini e libertà dalla schiavitù alle prostitute" sono alcune affermazioni riportate da Repubblica.it.
Alla questione sollevata dalla candidata premier de La Destra alle scorse Elezioni Politiche, ha risposto Alessandra Mussolini del Pdl, che ad Affari Italiani si è detta contraria ai referendum proposti dalla Santanchè, ma favorevole alla creazione di quartieri a luci rosse all’interno delle città dove la prostituzione possa in qualche modo essere regolamentata.
Peccato che le case chiuse (o qualcosa di molto simile) siano già perfettamente funzionanti oggi.
Basta saper leggere e consultare un quotidiano a caso.

ANNUNCI VARI - Il Mattino di Napoli di mercoledì 28 maggio. Pagina 39, quella degli annunci. Alla voce Varie leggo tra le numerose inserzioni: ”A.A.A.A.A.A.A. novità bella fotomodella prima volta disponibilissima. Tel.:…”. Poi continuano le belle proposte, scorro tra le righe, diminuiscono le A. ma la sensualità è la stessa: “A.A.A.A.A. prima volta modella brasiliana 22enne supersexy 5a naturale tutti i giorni. Tel.:…”. Poi noto nuovi seni prorompenti: “Sono Eva sexy modella sesta naturale cerchi nuove emozioni? Eccomi tutti i giorni. Tel.:…”. Cavolo! Quante donne disponibili! Vado avanti e tra l’altro leggo: “Novità!! stupenda ventenne napoletana corpo mozzafiato per piacevoli incontri. Graditi distinti maturi. Tel.:…”. No, non può essere, non si tratta di sesso a pagamento, forse mi sono impressionato, in fondo si tratta solamente di relazioni personali, magari di qualcuno che si sente solo e cerca contatti per amicizie. Sono pur sempre “annunci vari”.

MESSAGGI CENTRI RELAX/1 – Archiviata la prima sezione di annunci vado avanti con un’altra: Vediamo meglio cosa recitano gli annunci alla voce Messaggi Centri Relax. Lo stile sembra essere lo stesso di prima, nel lessico e nel contenuto: “A.A.A.A.A.A.A.A. elegantissima ventottenne offresi. Tel.:…”; e ancora: “A.A.A.A.A.A. Trans bellissima 24enne super… travolgente. Tel.:…”; ”A.A.A.A.A.A. Angela ragazza trasgressiva sexy completissima decoltè da capogiro. Tel.:…”; “A.A.A.A.A. Trans Claudia femminile, modella spettacolare quinta seno. Chiamami. Tel.:…”. Basta! A questo punto decido di chiamare e controllare di persona:
“Ciao, ho letto l’annuncio, di cosa si tratta?”
“Che annuncio hai letto, scusa?”
“Quello del Mattino”
“Di cosa vuoi che si tratti? Di sesso”
“Come sei?”
“Trans, alta, bionda, 5a di seno, taglia 44, bel corpo, completa, sia attiva che passiva e prendo 50 euro”

MESSAGGI CENTRI RELAX/2
– Proseguo con altre intriganti conversazioni alla ricerca di conferme. Ecco un nuovo annuncio: “A.A. Trans rossa modella affascinante selvaggia fondoschiena sexy dotatissima di gentilezza. Tel.:…”. Ed ecco il mio secondo scambio di battute con un altro Centro Relax.
“Ciao, ho letto l’annuncio, di cosa si tratta? Cosa si fa?”
“Tanto tanto sesso, perché cosa pensavi?”
“No… perché ho letto Centri Relax...”
“Si scopa e ci si diverte tanto tanto”
“Come sei?”
“1 e 75, mora, seno abbondante, bel culo e xxx xxxxxxx, molto attivo e molto passivo, dipende dall’occasione che si crea”
“Quanto costa?”
“50 euro a casa”
“Dove sei?”
“C’è scritto sull’annuncio, vieni poi mi richiami”

MESSAGGI CENTRI RELAX/3 – Più relax di così si muore. L’ennesimo annuncio: “Trans nuova in zona mora mediterranea sexy bellissima transessualissima fondoschiena favoloso dotata di gentilezza. Tel.:…”. Sono pronto per l’ennesima telefonata.
“Ciao, ho letto il tuo annuncio, di cosa si tratta? cosa si fa?”
“Si fa sesso, amore, e prendo 50 euro”
“Come sei?”
“Alta 1 e 80, taglia 42, sotto sono maschietto superdotato, attivo e passivo”
E via discorrendo…

DOMANDA FINALE – Case chiuse? Ma allora, si tratterebbe di riapertura o legalizzazione?

lunedì 26 maggio 2008

Politiche 2008: Swg regina dei sondaggi

Considerando i sondaggi politico-elettorali relativi alle Elezioni Politiche 2008, pubblicati nell'ultima settimana disponibile, dal 22 al 28 marzo (i sondaggi non possono essere pubblicati nelle due settimane antecedenti il voto), Swg è stato l'istituto di ricerca che si è maggiormente avvicinato al risultato reale del 13 e 14 aprile. Gli scarti tra la rilevazione di Swg e i dati delle urne in diversi casi sono stati minimi.
Nel dettaglio: Swg, a differenza di altri dieci autori di sondaggi è stato l'unico a segnalare un boom della Lega Nord stimandola al 7,3% dei consensi, ad un solo punto percentuale dal risultato reale della Camera dei Deputati (8,3%). Tutti gli altri istituti si sono allontanati dal risultato reale di almeno 2,4 punti. Praticamente azzeccato il pronostico dell'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e dell'Unione di Centro di Pier Ferdinando Casini, dai cui risultati Swg si era allontanata di un solo decimo di punto. L'Idv era stata stimata al 4,3% rispetto al 4,4% di consenso fuoriuscito dalle urne, mentre il consenso dell'Udc era stata stimato al 5,7%, rispetto al 5,6% delle urne. Di due decimi di punto lo scarto tra previsione e risultato per quanto riguarda La Destra, di tre decimi per quanto concerne il Partito Socialista di Boselli. Accettabili le stime di Popolo della Libertà e Partito Democratico, rispettivamente 36 e 34%. In questo caso Swg si è distanziata dai dati reali di 1,4 e 0,8 punti. Imprevisto, così come avvenuto per tutti gli altri autori di sondaggi, solo il crollo della Sinistra Arcobaleno, che era data da Swg al 7,5%.

giovedì 22 maggio 2008

L'immigrazione clandestina non sarà reato

Il governo Berlusconi parte col piede giusto, perchè la fame di decisionismo del Paese era plateale, come la sete nel deserto. Da uomo di marketing qual è, il Presidente del Consiglio non si è fatto sfuggire l'occasione di mettere a segno un bel colpo dalla sua parte, porgendo agli italiani l'offerta giusta per soddisfare la loro domanda. Il pubblico ha gradito il si' al nucleare e all'esercito per la difesa delle nuove discariche campane, come dimostrano i sondaggi di Corriere.it. Non vi erano alternative alla empasse del caso monnezza di Napoli e della sua regione e al problema energetico. Le strade imboccate sono le più logiche da percorrere, un ciclo integrato dei rifiuti ancora bloccato e il prezzo del petrolio che oggi schizza a 135 dollari al barile creano disagi che è più facile affrontare col pragmatismo berlusconiano. Va bene, per adesso. Il tempo ci dirà se si intravederà la luce in fondo al tunnel nel medio termine (mi riferisco prevalentemente all'emergenza rifiuti), mentre la vicenda del costo dell'energia prevede tempi decisamente più lunghi (tra 5 anni la prima pietra per le centrali).
Diversa la questione sicurezza dove i dubbi sono maggiori. L'introduzione del reato di immigrazione clandestina resta, e ripeto, resta inapplicabile alla legislazione italiana, non per motivi tecnici. Su questo punto sono d'accordo con chi ha sostenuto che da un momento all'altro ci ritroveremmo con 650.000 latitanti in giro per il Paese e una giustizia che avrebbe bisogno di 40-50 miliardi di euro in più per procedere nel suo corso. Il fatto che nel Consiglio dei Ministri sia stato approvato un disegno di legge e non un decreto non è da sottovalutare. Senz'altro più realistico pensare all'immigrazione clandestina come aggravante di altri reati.

lunedì 19 maggio 2008

L'equazione sbagliata

Preso atto dell’impossibilità dell’introduzione del reato di immigrazione clandestina, che ha tenuto banco nei primi giorni di vita del nuovo governo, l’attenzione si è spostata quasi del tutto sul popolo Rom, che vive principalmente in baraccopoli ai margini delle grandi città italiane, quindi facilmente rintracciabile e identificabile.
La proposta simbolo di questa politica del pugno duro è la nomina del Prefetto di Milano a commissario straordinario per l’emergenza Rom, proposta poi estesa e bocciata nella Capitale.
Se anche, però, il Ministro dell’Interno con un colpo di bacchetta magica facesse scomparire nel nulla tutti i Rom dal Paese, l’allarme sicurezza non svanirebbe certamente nel nulla. Ci sarebbero ancora gli stupri italiani, i pusher nigeriani, le prostitute dell’Est, i naziskin veronesi, per non parlare poi della mafia cinese, degli omicidi nel casertano, degli estorsori parlemitani, che continuerebbero a svolgere le loro attività. E credo anche che la maggior parte delle violenze subite dalle donne continuerebbe ad essere esercitata tra le mura domestiche, così come credo con la stessa convinzione che questo tipo di violenze continuerebbero a far parlare di sé molto meno di quella esercitata da un immigrato clandestino. Come se valesse il principio: c’è violenza e violenza, quella di serie a e quella di serie b.
C’è una equazione sbagliata che ci ripetono in continuazione nei media dal momento dello spoglio delle schede delle Politiche prima e della formazione del governo poi: insicurezza=immigrazione clandestina. Come tutte le affermazioni ripetute e stra-ripetute a ritmo martellante, anche questa uguaglianza rischia di diventare una verità incontestabile. Troppo facile per i professori di matematica in questione additare tutte le responsabilità della microcriminalità ad una schiera di persone che, seppur rilevante, non può essere ritenuta come la sola responsabile del problema. La tentazione populistica è forte, perché l’equazione rende bene in termini di consenso, tanto che anche la nuova opposizione, arrancando, è costretta ad inseguire la maggioranza sulle sue argomentazioni sul tema. Quando oramai la gente si è convinta di una cosa meglio non contraddirla.

sabato 17 maggio 2008

Le primarie all'italiana

Sia nell’ottobre 2005 per la scelta del leader dell’Unione (Romano Prodi) sia nell’ottobre 2007 per la scelta del Segretario del Partito Democratico (Walter Veltroni) le primarie sono risultate utili per incoronare il leader, dargli spazio sui media, misurare i rapporti di forza all’interno di una coalizione o di un partito. Nulla di più. Chi avrebbe scommesso un centesimo sulla sconfitta di Prodi nel 2005 o di Veltroni nel 2007? Credo nessuno.
La rinuncia di Bersani, dalemiano, che ha lasciato campo libero a Veltroni alla vigilia delle primarie, dimostra che in fondo il risultato della competizione era già stato scritto in partenza. Non si possono affrontare le primarie celando le contrapposizioni interne e le diversità, pur di non rischare di minare l’unità del partito o di dare l’idea di forza politica disomogenea e poco compatta. Tutte le voci devono essere rappresentate e il vincitore non deve mai essere scontato a priori.
Sono le preferenze le vere primarie. L’indicazione del nome da parte dell’elettore è lo strumento migliore per misurare il peso, quindi l’influenza politica di un candidato all’interno di una corrente e di una corrente all’interno di un partito. La preferenza rende inutili le candidature di politici assenti dal territorio, lombardi in Campania e toscani in Sicilia, dando giusta rappresentanza a tutte le circoscrizioni. L’elettore torna al centro del gioco e smette di essere spettatore passivo della competizione politica, orfana da 16 anni oramai del porta a porta e condotta solamente attraverso i media, ed è più facile cogliere bisogni e problemi della gente.
La speranza è che le primarie all’italiana possano in futuro diventare reali competizioni aperte e dal risultato incerto. Il centrosinistra ha il merito rilevante di aver introdotto nel nostro Paese un nuovo importante strumento, purtroppo però, ancora non sfruttato al meglio.

giovedì 15 maggio 2008

Un dubbio sulle primarie del Pd alle Amministrative

Al coordinamento nazionale del Partito Democratico di oggi, Walter Veltroni ha annunciato che dalle prossime amministrative i candidati del Pd verranno scelti col metodo delle primarie, partendo, quindi, dal basso. Una scelta che appare come una maggiore garanzia per gli iscritti e per i cittadini, sicuramente più partecipi alla vita politica e democratica del loro territorio.
Ma è bene valutare anche il rovescio della medaglia.
Il metodo delle primarie da una parte impedisce l'allontanamento della base dai dirigenti regionali e nazionali, dall'altra potrebbe condurre a dinamiche perverse. Se tutte le componenti del Pd schierassero un loro rappresentante, i candidati del partito, vincitori delle primarie, potrebbero non rispecchiare i rapporti di forza reali esistenti tra le forze in campo. Ad esempio, facendo una semplificazione, potremmo considerare il Pd composto da due sole correnti, i Ds e la Margherita, di cui la prima gode di un consenso tra militanti ed elettori maggiore del 50% rispetto alla seconda. Qualora su tutto il territorio nazionale si svolgessero le primarie per scegliere il candidato sindaco del Pd in ogni comune, in pochissimi casi si verificherebbe un successo del candidato della Margherita e si avrebbe la presenza di diessini quasi in ogni competizione, o almeno il numero di vincenti di Ds e di Margherita non rispecchierebbe il rapporto di forza di 1,5 a 1.
Per evitare una sorta di dittatura della maggioranza interna occorrerebbe, quindi, accordarsi nel momento della scelta delle candidature per le primarie, affinchè venissero esclusi dalla corsa delle primarie in diversi comuni i rappresentanti della corrente maggiore (nel nostro esempio i Ds), cosa che non sarebbe molto diversa, però, dallo scegliere dall'alto i candidati come fatto finora.

mercoledì 14 maggio 2008

Meno male che Tonino c'è

I nostalgici della vecchia opposizione antiberlusconiana stamattina hanno tirato un respiro di sollievo, non ne potevano più di aperture al dialogo e toni pacati. Le parole di Antonio Di Pietro nella dichiarazione di voto dell'Italia dei Valori sono state per loro la certezza del pericolo scampato: ritrovarsi un Parlamento avaro di riferimenti alle leggi ad personam, al conflitto di interessi e alla anomalia italiana dell'informazione sarebbe stato un colpo molto duro.
Tra i più felici sicuramente i ragazzi del V-Day di Beppe Grillo (Di Pietro, tra l'altro è stato l'unico leader politico a firmare in piazza i tre referendum proposti dal comico genovese), gli appassionati del giornalismo di inchiesta di Marco Travaglio (che ha dichiarato alla vigilia del voto di votare Italia dei Valori), di Peter Gomez, di Lirio Abbate, e così via, e magari anche la sinistra radicale adesso fuori dal Parlamento, da sempre contraria ad aperture al dialogo con "le destre".
L'ex pm dai banchi di Montecitorio recita: "Berlusconi vuole un'opposizione morbida, quasi di governo. Noi dell'Italia dei valori non la faremo, né crediamo che la faranno gli amici del Pd. Sappia che da oggi esiste ed esisterà un'opposizione forte, senza compromessi". Rivolgendosi al presidente del Consiglio, poi, l'affondo finale è assai duro: "Lei vuole una giustizia forte con i deboli e debole con i forti. Lei descrive un paese dei balocchi per cercare di imbavagliare l'opposizione. Lei vuole un dialogo ad una voce sola, la sua". Poi conclude affermando: "Noi crediamo che lei si sia messo a fare politica per i suoi interessi personali".
Dai deputati del Partito Democratico non giunge nessun applauso.

martedì 13 maggio 2008

Berlusconi tra ricompense e affermazione della leadership

La sorprendente vittoria con ampio margine del centrodestra di Silvio Berlusconi non ha cambiato nulla nella prassi di inizio legislatura: i veti e i disaccordi sono gli stessi delle maggioranze larghe e disomogenee di un tempo.
Accontentata la Democrazia Cristiana di Pizza, accontentato il Nuovo Psi con Stefania Craxi, due posti destinati al Movimento per l’Autonomia, spazio per l’ex Udc Giovanardi e per il siciliano Miccichè, escluso dalla competizione regionale siciliana, mentre la Dc per le Autonomie di Rotondi era già stata ricompensata con un Ministero senza portafoglio. Emblematica nella spartizione dei posti è la vicenda della Dc di Pizza, che alla vigilia del voto avrebbe potuto far slittare le elezioni di due settimane grazie alla vittoria nel ricorso al Consiglio di Stato. La Dc, infatti, avrebbe potuto facilmente essere riammessa alla competizione elettorale dopo l’ingiusta esclusione sancita dal Viminale al momento della presentazione delle liste, causa la somiglianza dello scudo crociato con altri simboli democristiani. Lo slittamento delle Politiche conseguente alla riammissione Dc avrebbe portato tantissima visibilità al piccolo partito di Pizza, che avrebbe potuto così ottenere risultati sorprendenti per una forza quasi per nulla radicata nel territorio.
La carica di Sottosegretario unico al Ministero della Pubblica Istruzione sembra la ricompensa del Cavaliere a Giuseppe Pizza per il passo indietro in un mese fa, e la nomina di Gianfranco Miccichè la consegna del premio per aver subito la candidatura di Raffaele Lombardo alla Presidenza della Regione Sicilia.
Nel Consiglio dei Ministri non si siederà nessun Viceministro: semplicemente perché le caselle mancanti per completare il quadro saranno tutte destinate ai Sottosegretari. Nessuna delega quindi nelle mani di Castelli, Urso e Mantovano. Il Cavaliere supera i veti posti da An e Lega appiattendo la squadra di governo sui Ministri nominati meno di una settimana fa e destinando ben 6 dei 37 Sottosegretari alla Presidenza del Consiglio, mantenendo, quindi, una posizione di forte dominio sull’esecutivo: Forza Italia può contare su 3 Ministri e Sottosegretari su 4, molto più del suo peso elettorale rispetto agli alleati Alleanza Nazionale e Lega Nord, proprio come due anni fa era fortemente sbilanciato a favore dell’Ulivo, a discapito della sinistra radicale, il peso del secondo esecutivo formato da Romano Prodi (allora il rapporto dei Ministri era di 19 a 6).

lunedì 12 maggio 2008

Libertà condizionata

Una volta c’erano le battaglie contro le leggi ad personam, contro la depenalizzazione del falso in bilancio, contro la legge Gasparri. Oggi il nuovo clima politico avaro di contrasti e muri contro muri sembra quasi far dimenticare la argomentazioni cardine delle più dure critiche al governo Berlusconi 2001-2006.
Una volta i girotondini riempivano il Palavobis di Milano e le pubblicazioni di Marco Travaglio erano un vero cult per il popolo di centrosinistra, una volta. Oggi le affermazioni del giornalista sono schivate e condannate, da destra e da sinistra, senza risposta e pietà.
Alla vigilia delle Politiche 2001, la presentazione durante la trasmissione Satyricon di Daniele Luttazzi de L’odore dei soldi, scritto a quattro mani da Marco Travaglio ed Elio Veltri, che metteva in dubbio la provenienza lecita dei capitali di Silvio Berlusconi, fu uno dei motivi dell’espulsione di Luttazzi dalla Rai, la stessa sorte di Michele Santoro, che riprese l’argomento in quei giorni in una puntata de Il raggio verde, ospitando Marcello Dell’Utri.
Entrambi gli episodi scatenarono aspre polemiche alla vigilia del voto, nel 2008 avrebbero innescato, invece, inviti al rispetto delle istituzioni e alla pacificazione politica, piuttosto che alla ricerca della veridicità delle affermazioni in questione.
Molto di quanto scritto da Travaglio ne L’odore dei soldi era già stato trattato approfonditamente ne L’Intoccabile di Leo Sisti e Peter Gomez, così come le accuse delle ultime ore rivolte al presidente del Senato Renato Schifani, su presunte amicizie con alcuni boss mafiosi sono riprese da I complici di Lirio Abbate e Peter Gomez, come a dire: “Se qualcuno vuol fare inchieste compromettenti e lanciare accuse pesanti ad un personaggio politico può farlo liberamente, purchè nessuno ne parli in tv”.

venerdì 9 maggio 2008

Aspettando l'ombra

Dal governo Andreotti VI al Berlusconi IV, da Achille Occhetto a Walter Veltroni, dal dopo De Mita al dopo Prodi, dopo un ventennio ritorna in Italia lo shadow cabinet, meglio conosciuto come governo ombra: calcisticamente parleremmo di marcatura a uomo, piuttosto che a zona, sui centravanti avversari. Per ogni Ministero un esponente dell'opposizione riceverà l'incarico di controllare da vicino l'operato del relativo Ministro della Repubblica appena nominato, proprio come se si trattasse di un esecutivo alternativo, un governo ombra, appunto.
La proposta di fare opposizione con l'ausilio di un governo ombra, lanciata da Walter Veltroni all'indomani del voto, fu rivolta in un primo momento oltre che naturalmente al suo partito, all'Unione di Centro di Pier Ferdinando Casini. L'invito fu declinato dal leader della Rosa Bianca Bruno Tabacci, che si disse fin da subito intenzionato a mantenere un'opposizione distinta dal Pd, per "impedire al bipolarismo di diventare bipartitismo", restando fedeli quindi alla linea che vuole la nuova formazione centrista alternativa ai due principali blocchi, di centrodestra e di centrosinistra. Un "ni", invece, giunse da Antonio Di Pietro che, forte dell'ottima affermazione dell'Italia dei Valori, si lamentò per aver saputo solo dai giornali della proposta di Veltroni e annunciò, tra l'altro, che non avrebbe mai fatto parte di un governo ombra in cui uno dei Ministri sarebbe stato Totò Cuffaro dell'Udc.
Da lì un lungo silenzio fino agli ultimi giorni e alle consultazioni del Quirinale.
La mattina del 7 maggio Veltroni torna sul tema annunciando che il Partito Democratico avrebbe indicato il suo governo ombra entro 48 ore dal giuramento dei Ministri e del nuovo Presidente del Consiglio.
Ma ritornano i contrasti.
Dall'esterno del Parlamento Manuela Palermi dei Comunisti Italiani critica la linea del leader democratico: "La dura opposizione del Pd si esaurisce nel governo ombra, per il resto sembra di stare a corte". L'alleato Di Pietro, che si è detto "sconfortato e amareggiato", pone la stessa questione di un mese prima: "Ci dispiace che ogni giorno Veltroni prenda decisioni senza consultarci, come se noi non ci fossimo". Preoccupanti, poi, sul fronte interno, le parole di Massimo D'Alema, secondo il quale la priorità per il Pd è mantenere il dialogo con la Sinistra, fuori dal Parlamento ma ben presente nel Paese, e l'Udc. "Faremo l'opposizione. Non ho mai seguito con passione il dibattito sugli aggettivi da attribuire all'opposizione" sono state le parole dell'ex Presidente Ds, scettico verso la linea dettata oggi dal segretario del Pd.
Questa strategia sarà utile per produrre in tempi rapidi controproposte valide a quelle dei Ministri della Repubblica, rendendo più efficace l'opposizione al governo Berlusconi? Se ciò avvenisse, come verrebbero accolte quelle controproposte da Popolo della Libertà e Lega Nord? Favorirà il governo ombra il dialogo tra le parti o rivivremo ancora il muro contro muro delle ultime legislature? Difficile dare ora una risposta a queste domande.
L'unica esperienza del genere vissuta finora in Italia, dal 1989 al 1992, mai più ripresa, vedeva in campo le migliori personalità del Partito Comunista. Se anche il Partito Democratico oggi impegnasse tutti i suoi uomini migliori, il "debole" governo Berlusconi orfano dell'autorevolezza di politici navigati come Fini, Alemanno, Gasparri, Schifani, Pisanu e via discorrendo, potrebbe pagare dazio per aver caricato quasi tutto il suo peso sulle spalle del Presidente del Consiglio, oggi più che mai leader dell'esecutivo.

mercoledì 7 maggio 2008

Bye bye Campania

Chiusa la parentesi Mastella-Pecoraro Scanio-Nicolais la Campania attende la consegna della lista dei Ministri nelle mani del Presidente della Repubblica Napolitano per conoscere se e da chi verrà rappresentata. L'ufficializzazione dei nomi potrebbe rivelare una delusione: la quasi assenza di politici della regione alla guida dei Ministeri, con o senza portafoglio. Tra i papabili in corsa per le poltrone di Ministro, infatti, l'unico campano a spuntarla, per ora, dovrebbe essere il forzista Elio Vito, tra l'altro eletto alla Camera nelle liste del Popolo della Libertà in Toscana e non nella sua regione natale, che quasi sicuramente andrà al Ministero per i Rapporti col Parlamento.
La Campania aveva già visto calare il numero dei "propri uomini" nei precedenti cinque anni di governo Berlusconi. I Ministri campani furono allora i soli Renato Ruggiero agli Esteri, dimissionario dopo pochi mesi durante il governo Berlusconi II, e Mario Landolfi alle Comunicazioni e il socialista Stefano Caldoro al Ministero per l'Attuazione del Programma durante il Berlusconi III. Nella breve esperienza del '94 erano presenti, invece, i centristi Clemente Mastella (Lavoro e Previdenza Sociale) e Francesco D'Onofrio (Pubblica Istruzione).
Durante l'esperienza quinquennale ('96-2001) del centrosinistra, guidato prima da Prodi, poi da D'Alema e Amato, erano presenti pattuglie campane più numerose: degli esponenti di governo che si alternarono facevano parte Ortensio Zecchino, Antonio Maccanico, Rosa Russo Jervolino, Antonio Bassolino, l'attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Il periodo migliore però è stato senza dubbio la fine degli anni '80. Sono passati esattamente 20 anni dal giuramento dell'esecutivo formato dal democristiano avellinese Ciriaco De Mita: nel suo governo ben sei Ministri erano campani (Antonio Gava, Paolo Cirino Pomicino, Rosa Russo Jervolino, Antonio Maccanico, Antonio Ruberti e Renato Ruggiero). Da quel momento ad oggi una lenta discesa, fino a giungere al quarto governo Berlusconi.
Eppure è proprio in Campania, regione in cui vivono un decimo degli italiani e, quindi, viene eletto un decimo dei parlamentari, che il partito del Cavaliere sull'onda della devastante emergenza rifiuti, ha raccolto la maggiore affermazione di tutto il territorio nazionale. Il Popolo della Libertà ha ottenuto al Senato addirittura il 48,8% dei consensi, contro il 38,2% della media nazionale.
Forse un solo Ministro (senza portafoglio), tra l'altro quasi per niente impegnato nella politica della regione, eletto nelle ultime quattro tornate elettorali in Sicilia (1996), Umbria (2001), Toscana (2008) e una sola volta nelle liste campane (2006), è un po' poco per un Campania oggi più che mai bisognosa di rappresentanza.

domenica 4 maggio 2008

Un clima nuovo?

I numeri in Parlamento della neo-eletta maggioranza berlusconiana Popolo della Libertà-Lega Nord-Mpa descrivono una situazione in cui in tutta la legislatura il centrodestra avrà salde in mano le redini del governo del Paese. Solamente una crisi con gli alleati del Carroccio sul fronte del federalismo, chiesto finora a gran voce, può minare alla stabilità dell'esecutivo: sembra che sia quello l'unico pericolo che possa mettere in dubbio la durata quinquennale della legislatura. Anche la vittoria di Gianni Alemanno nella corsa a sindaco di Roma ha dato man forte alla ex Casa delle Libertà: ha reso più netta la vittoria politica di due settimane prima, ha dato ragione alla svolta dell'ingresso di An nel Pdl e nel Partito Popolare Europeo voluta da Fini e, soprattutto, ha spianato la strada a Berlusconi nella definizione della squadra di governo. Raggiunto un accordo di massima con la Lega Nord, la sconfitta di Alemanno avrebbe posto il problema della sistemazione dell'ex Ministro dell'Ambiente e della rappresentanza di Alleanza Nazionale nel nuovo esecutivo.
I discorsi di insediamento alle Camere di Gianfranco Fini e Renato Schifani sono stati apprezzati anche dall'opposizione, i due nuovi Presidenti delle Camere si sono augurati un clima di collaborazione che vada oltre lo schema bipolare. Il corso degli eventi ci dirà se gli auspici avranno un seguito felice: ci diranno, cioè, se rivivremo i tempi dell'approvazione della modifica del titolo V della Costituzione ai tempi del centrosinistra e della approvazione della Devolution ai tempi del centrodestra, quando, cioè, le riforme istituzionali venivano fatte a colpi di maggioranza, o se ci sarà una reale volontà da parte di tutte le forze politiche (in particolare Partito Democratico e Pdl) di raggiungere un'intesa su punti sui quali accordarsi sarebbe un bene per tutto il Paese.
La legge elettorale, ad esempio. Fino a due mesi prima del voto definita da tutti inadatta a garantire stabilità e governabilità, grazie ad un successo netto del centrodestra è riuscita a garantire una maggioranza solida in entrambi i rami del Parlamento, ma ciò non basta a rimarginare i dubbi sulla sua reale efficacia. Se non dovesse essere modificata, e dovesse essere bocciato il referendum, ci sono molte più probabilità che in futuro ci consegni maggioranze risicate, come nel caso della vittoria dell'Unione del 2006, anzicchè ampie. Berlusconi impegnato nel trovare un accordo col leader del Pd Veltroni, ad inizio anno decise di interrompere le trattative in prossimità della caduta del governo Prodi e di affontare una tornata elettorale col sistema oggi in vigore. Le urne gli hanno dato ragione, è riuscito a sventare il pericolo di ritrovarsi in Parlamento una maggioranza minima ottenendo numeri sufficientemente ampi per governare. Negare però la necessità della riforma di una legge definita dal suo stesso autore (Calderoli) una porcata, o approvare piccole modifiche al solo scopo di scongiurare il referendum, potrebbe riflettersi negativamente sull'immagine e sulla credibilità del Presidente del Consiglio e del suo governo.

giovedì 1 maggio 2008

Nessuno spostamento dalla Sinistra alla Lega Nord

I dati delle singole circoscrizioni settentrionali descrivono una situazione in cui il successo della Lega è stato quasi totalmente caratterizzato da un afflusso di consensi dagli alleati del Pdl

A più di due settimane dal voto rivediamo nel dettaglio i risultati elettorali della Sinistra Arcobaleno e della Lega Nord, protagonisti di consistenti spostamenti del consenso elettorale, in negativo per i primi, in positivo per i secondi. Come già abbiamo affermato nell'analisi del risultato elettorale a 24 ore dalla chiusura dei seggi, non vi è stato, come sostenuto da più voci, un flusso di voti partito dalla Sinistra Arcobaleno, il cui calo è stato molto omogeneo su tutto il territorio nazionale, e giunto direttamente al partito guidato da Umberto Bossi, sostanzialmente presente solo nelle regioni settentrionali.
La nuova formazione, che univa tutte le forze della sinistra radicale (Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani, Verdi e Sinistra Democratica), ha subito flessioni leggermente superiori al centro e al sud, dove i suoi consensi (confrontati con quelli delle Politiche 2006, senza considerare però la Sinistra Democratica, corrente dei Democratici di Sinistra allora non ancora nata che ha successivamente aderito all'Arcobaleno) sono calati da un minimo del 65% circa nella circoscrizione Sicilia 2 ad un massimo del 76% nella circoscrizione Molise. Al nord i cali registrati sono piuttosto simili a quelli del resto del Paese, ma leggermente inferiori. Oscillano da un minimo del 61% circa in meno rispetto a due anni fa nel Trentino Alto Adige ad un massimo di meno 72% nella circoscrizione Piemonte 2. E' già questo un primo elemento di divergenza dei dati ufficiali con la tesi di un possibile spostamento di voti direttamente dalla Sinistra Arcobaleno alla Lega Nord.
La Lega ha visto il suo elettorato aumentare sensibilmente, fino a quasi raddoppiarsi nel dato nazionale, passando dal 4,6 all'8,3% alla Camera dei Deputati. Senza considerare il piccolo collegio uninominale della Valle d'Aosta, dove la Lega ha aumentato i propri consensi del 56% circa, il partito federalista ha visto crescere i propri voti dal 72% della circoscrizione Lombardia 2 al 145% di Veneto 2. Sensibili i boom in Veneto 1 (+143,6%), Trentino Alto Adige (+110,3%), Lombardia 1 (+107,7%) e Piemonte 1 (+102,2%). I maggiori flop dell'Arcobaleno nelle regioni settentrionali (Piemonte 2, Lombardia 3 ed Emilia Romagna), però, non hanno corrisposto ai maggiori exploit della Lega, non si nota nessuna particolare relazione.
Una relazione, invece, ben visibile, è quella esistente tra il successo della Lega nelle circoscrizioni settentrionali e i passi indietro compiuti da quelle parti dal Popolo della Libertà rispetto ai numeri ottenuti da Forza Italia e Alleanza Nazionale nel 2006. In ben quattro delle cinque circoscrizioni in cui il partito di Bossi ha più che raddoppiato i suoi consensi rispetto a due anni fa il Popolo della Libertà ha subito cali rilevanti: mentre è rimasto quasi invariato il consenso del Pdl in Piemonte 1, infatti, è calato del 7% in Lombardia 1, del 10,6% in Friuli Venezia Giulia, del 15,5% in Trentino Alto Adige, del 20,4% in Veneto 2 e addirittura del 25,6% in Veneto 1. In Lombardia 2 gli 11,7 punti percentuali in più ottenuti dalla Lega sono esattamente gli stessi persi dal Pdl rispetto alla somma Fi-An di due anni fa. Al nord il partito di Fini e Berlusconi ha praticamente retto solo nella circoscrizione Piemonte 1, in Liguria e nella piccola Valle d'Aosta.
Il segno meno che caratterizza il confronto 2006-2008 del Pdl con i suoi "antenati" Forza Italia e Alleanza Nazionale palesa l'effetto domino che abbiamo descritto all'indomani del voto.