mercoledì 16 aprile 2008

L'Italia berlusconiana

L'Italia più che di centrodestra, esce dalle urne profondamente berlusconiana.
Questa è la realtà con la quale la stragrande maggioranza della sinistra italiana rappresentata oggi dal Partito Democratico e da Walter Veltroni deve fare i conti. Le precedenti vittorie del Cavaliere, '94 e 2001, erano state nette, quelle di Prodi nel '96 e nel 2006 determinate più dalla legge elettorale che dal numero di schede elettorali favorevoli. Nel '96, infatti, al cospetto di un Polo delle Libertà privo della numericamente rilevantissima Lega Nord e forte del supporto di Rifondazione Comunista, Romano Prodi, o meglio, i partiti che lo sostenevano, ottennero meno voti nella parte proporzionale dei simboli che sostenevano Silvio Berlusconi. Due anni fa nel confronto tra i due grandi schieramenti che comprendevano tutte le forze politiche italiane, dagli estremi fino al centro rappresentato da Mastella da una parte e Casini dall'altra, il centrodestra, seppur sconfitto, ottenne complessivamente 200.000 voti in più dell'Unione guidata ancora una volta da Romano Prodi.
I nove punti di vantaggio di Pdl e Lega Nord in quest'ultima tornata elettorale spezzano le gambe all'illusione che la sinistra riformista italiana possa, da sola, ambire ad un margine ampio per governare stabilmente il Paese. Quando un margine ampio è riuscita finora ad ottenerlo lo ha fatto alleandosi con la sinistra radicale, tra l'altro, senza mai eccellere nei numeri. La campagna elettorale di Veltroni ha senz'altro condotto ad una crescita di quell'area riformista fino a ieri rappresentata da Democratici di Sinistra, Margherita e Italia dei Valori, ma, stando al quadro politico di oggi, alleanze cha vadano oltre la Lista Di Pietro sono indispensabili per ambire a Palazzo Chigi.
La svolta potrebbe arrivare in futuro, tuttavia, dallo schieramento opposto.
L'abbandono della scena politica da parte di Berlusconi potrebbe rompere tutti gli equilibri del Popolo della Libertà, in cui sono presenti anime profondamente diverse. Un Pdl senza il suo principale vantaggio competitivo, determinante in ogni successo, il carisma del suo leader, correrebbe seriamente il pericolo di ridursi ad un "ectoplasma" o, quanto meno, di perdere componenti decisive per mantenere un consenso cosi' ampio. Stando ad oggi, non credo che la maggioranza possa cedere dal lato della Lega Nord: oltre al cosiddetto "voto utile" espresso dagli elettori, infatti, esiste anche una "alleanza utile" esercitata dalla classe politica.
I voti della Lega Nord decisivi per il governo delle regioni e le province del Nord, oltre che per il raggiungimento della maggioranza regionale al Senato, sono indispensabili per il Pdl ed è difficile credere che l'alleanza possa essere messa in discussione. Cedere alle richieste del partito di Bossi che vanno nella direzione del federalismo, sarà il prezzo da pagare per garantirsi una legislatura completa.

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