martedì 5 febbraio 2008

Marini rimette il mandato: al via la campagna elettorale

Il Presidente del Senato Franco Marini, preso atto dell'inesistenza di una maggioranza solida intenzionata seriamente a riscrivere una nuova legge elettorale, rimette il mandato esplorativo per la formazione di un nuovo governo nelle mani del Presidente della Repubblica, dando sostanzialmente avvio alla campagna elettorale in vista della chiamata alle urne per le elezioni politiche. La data più probabile al momento è quella del 13 aprile. Ci apprestiamo quindi ad una campagna elettorale breve, ben diversa dalle lunghe maratone vissute nel 2001 e nel 2006, quando i toni accesi, le polemiche assordanti, i continui faccia a faccia rissosi, i dibattiti sfacciati coloriti con quel po' di demagogia in più rispetto alla media come si conviene ad ogni campagna elettorale che si rispetti, cominciarono a prendere spazio nei media circa un anno prima della data elettorale, appena dopo l'appuntamento con le urne delle elezioni regionali. Le batoste pesanti subite dal centrosinistra alle regionali del 2000 e dal centrodestra nel 2005 avevano anticipato di un anno l'esito delle elezioni politiche. Così come allora, oggi la bilancia pende da una parte sola: tutto lascia presagire una vittoria della coalizione di centrodestra, guidata per la quinta volta dal Presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi. Non conosciamo ancora con certezza come sceglierà di correre il centrosinistra in questa ennesima sfida contro il Cavaliere. A tal proposito, se è vero che appare improbabile che alla Camera si presenti di nuovo compatto dai centristi fino a Rifondazione così come avvenuto nel 2006, già in diverse occasioni infatti il leader del Partito Democratico Walter Veltroni ha affermato che il Pd correrà da solo indipendentemente dal sistema elettorale, è anche vero che non si sa come si schiererà la coalizione al Senato, dove i premi di maggioranza regionali potrebbero spingere ala riformista e ala radicale a correre sotto le stesse insegne. Potrebbe essere un errore fatale per il centrosinistra infatti, regalare al centrodestra ogni premio di maggioranza regionale: significherebbe trovarsi all'opposizione ad affrontare una maggioranza forte numericamente a Montecitorio ma anche a Palazzo Madama.
Ma così come verificatosi nel 2001 e nel 2006 assisteremo ad una rimonta della coalizione che parte senza il favore del pronostico? Chissà!
Nel 2001 Francesco Rutelli, candidato premier del centrosinistra, allora Ulivo, riuscì, favorito naturalmente dalla campagna elettorale lunga, a ridurre il divario inizialmente consistente col centrodestra al Senato ad 1-2 punti percentuali, praticamente nulla, se si pensa che al Senato Rifondazione Comunista, fuoriuscita dalla coalizione dai tempi della caduta del primo governo Prodi (ottobre 1998), presentava candidati propri nei collegi uninominali (allora vigeva il Mattarellum) che ottennero circa il 5% dei consensi su scala nazionale. Con una desistenza del partito di Fausto Bertinotti al Senato, così come avvenuto alla Camera, ci sarebbe stato un sorpasso sul centrodestra.
Nel 2006 si verifica la stessa situazione a parti invertite: la Casa delle Libertà in autunno, circa 6 mesi prima delle elezioni, è avara di consensi e tutti i sondaggi lasciano presagire una facile vittoria di Romano Prodi su Silvio Berlusconi. Col sistema elettorale allora in vigore il centrodestra difficilmente sarebbe riuscito ad avere la meglio. A quel punto la decisione improvvisa di mettere mano alla riforma delle legge elettorale rimette tutto in discussione. Le modifiche in senso proporzionale della legge, i premi di maggioranza regionali, l'abolizione dei collegi uninominali, lasciano intendere una manovra strumentale ad hoc da parte dei partiti di centrodestra per ridurre il divario con l'Unione. La nuova legge, che lo stesso ideatore Roberto Calderoli definirà "una porcata" e sarà perciò definita "Porcellum", per via degli stretti margini di maggioranza che produce al Senato e della frammentazione politica che incentiva grazie ad uno sbarramento eccessivamente basso (2%), si rivela inadeguata a garantire alla futura maggioranza stabilità e governabilità. Alla fine il 9 e 10 aprile 2006 si ha la conferma che il cosiddetto Porcellum ha fortemente stimolato il recupero di Berlusconi. Il risultato che esce dalle urne è un sostanziale pareggio. Il divario si era ridotto enormemente nel corso delle settimane, fino a raggiungere la cifra minima di 24.000 voti, pari a circa lo 0,06% dei votanti. Al Senato addirittura il centrodestra pur raccogliendo circa 200.000 in più del centrosinistra si trova in svantaggio di due senatori. Una vera beffa per la casa delle Libertà: la legge elettorale che li aveva condotti ad una incredibile rimonta, gli aveva negato poi una meritata maggioranza al Senato.
Ora spaventa l'idea di doverci ripresentare alle urne e votare, col rischio di ritrovarci poi nella stessa situazione di 22 mesi fa: una coalizione vincente con una maggioranza ampia alla Camera dei Deputati e molto risicata al Senato e un governo incatenato dai diktat ora di questo senatore, ora di quel piccolo partitino, ora di quell'altro gruppetto di dissidenti, costretto, pur di accontentare tutti e a durare nel tempo, costretto ad approvare provvedimenti che sono spesso compromessi di idee troppo diverse per stare insieme nello stesso esecutivo, costretto ad assolvere solo parzialmente i punti del programma sottoscritto davanti agli elettori o, peggio ancora, in assenza di una comune convergenza costretto a depennarli dall'agenda di governo.

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