venerdì 8 febbraio 2008

Fughe dall'Udc, gli errori di Casini

Follini, Baccini, Tabacci e Giovanardi, sono quattro uomini politici di rilievo fuoriusciti dall'Udc per approdare in diverse formazioni. Il leader storico del partito Casini si ritrova all'angolo indeciso sul da farsi tra una appena annunciata lista unitaria An-Fi e la Rosa Bianca, neo formazione centrista alternativa ai due poli. Qualunque sia la scelta dell'ex Presidente della Camera, confluire nella formazione berlusconiana, restare alleati nella Casa delle Libertà mantenendo il proprio simbolo, o correre da soli senza alleanze, bisognerebbe chiedersi quali sono i motivi che hanno portato alle fughe dal partito democratico cristiano.

Dopo le elezioni europee del 2004, l'Udc rappresentava la vera novità sullo scacchiere politico italiano. Dopo un risultato non brillante alle politiche del 2001, quando l'allora Biancofiore (lista che univa Ccd di Casini e Cdu di Buttiglione), raccolse un misero 3% circa di voti, non riuscendo nemmeno a superare lo sbarramento del 4% (il 25% dei seggi veniva allora assegnato su base proporzionale), l'Udc riuscì a raggiungere il 6% di preferenze nonostante la perdita di consensi complessiva della sua coalizione, Forza Italia infatti scese al 21% perdendo ben 8 punti percentuali (4 milioni di voti circa) in soli 3 anni, mentre An e Lega Nord rimasero pressocchè stabili. Nonostante il calo della Casa delle Libertà gli elettori avevano visto nell'Udc un elemento nuovo, di discontinuità con la leadership di Berlusconi, un partito su cui puntarono elettori del centrodestra non pienamente soddisfatti dal governo, ma difficilmente disposti a passare dall'altra parte della barricata. Si crearono dunque tutti i presupposti per considerare Casini l'erede predestinato della leadership berlusconiana alla guida del centrodestra, oppure, ipotesi più realistica, il leader dell'Udc, considerati i contrasti e la non felicissima coabitazione nella Casa delle Libertà con la Lega Nord, si poteva considerarlo il futuro arbitro al centro di uno schieramento bipolare con la possibilità di far pendere l'ago della bilancia ora da una parte ora dall'altra o, ancora, il leader di una forza centrista che univa tutti gli eredi della Balena Bianca, magari una forza che comprendesse dai margheritini che non si identificavano a pieno nel progetto dell'Ulivo (Partito Democratico) come ad esempio gli ex Popolari di De Mita e Gerardo Bianco fino agli uomini di Forza Italia passando per Mastella.
Tutte ipotesi possibili che richiedevano la medesima strategia di fondo: col passare del tempo Pierferdinando Casini si sarebbe dovuto sempre più disinguere e isolare da Silvio Berlusconi, dalla sua leadership e dal suo partito, mettere in chiaro agli italiani i motivi che facevano dell'Udc un fedele alleato di governo, ma con obiettivi ben più ambiziosi di una semplice sudditanza, con un progetto più alto che andasse oltre i compromessi o i diktat imposti alla Casa delle Libertà.
A pochi mesi dalle elezioni politiche del 2006, sul finire del 2005, l'Unione di centrosinistra era ampiamente avanti nei sondaggi, quando il centrodestra cominciò ad avanzare l'ipotesi di una nuova legge elettorale, che sarà poi approvata dopo agguerriti dibattiti parlamentari. Fu una mossa escogitata con il solo intento di scongiurare una facile sconfitta alle urne e ridurre lo svantaggio col centrosinistra, netto in ogni sondaggio: la legge a vocazione proporzionale, che prendeva il posto del maggioritario, di per sè già dava una grossa mano alla Casa di Libertà, più debole nel confronto tra candidati nei collegi uninominali per via del suo minore radicamento sul territorio e più forte dal punto di vista della semplice somma dei partiti; poi, i premi di maggioranza regionali al Senato, avrebbero prodotto una maggioranza risicata a Palazzo Madama e quindi instabilità al governo, che sarebbe stato costretto troppo spesso a sottostare ai ricatti di piccoli partiti o pochi senatori. In uno scenario simile al partito di Casini sarebbe convenuto mantenere la vecchia legge elettorale, subendo una sconfitta annunciata, ma mantenedo nello stesso tempo ampi margini di movimento, di scelta, di autonomia. Col "Porcellum" svanisce l'impulso per crescere ancora e l'Udc finisce schiacciato dai due Poli e costretto ad ancorarsi al destino di Berlusconi. Marco Follini in dissenso con Casini lascia la segreteria del partito a Lorenzo Cesa e agli inizi della nuova legislatura, eletto come senatore nell'Udc cambierà schieramento fondando prima l'Italia di Mezzo per poi iscriversi al gruppo parlamentare dell'Ulivo. Riceverà poi incarichi dirigenziali nel 2007 al momento della nascita del Partito Democratico.
Durante il governo del centrosinistra poi, l'attesa virata centrista, annunciata anche al congresso nazionale, non arriva e, in vista dell'imminente caduta del governo Prodi, prevista già da alcune settimane, dopo l'annuncio di alcuni senatori di non votare più a favore dell'esecutivo dopo la votazione della finanziaria 2008, si prospetta una nuova campagna elettorale sotto le insegne della Casa delle Libertà, con il leader Berlusconi candidato premier per la quinta volta consecutiva che incalza per la formazione di un nuovo partito di centrodestra che si riconosca nei valori del Partito Popolare Europeo e che comprenda tutti i partiti della CdL controbilanciando la novità politica degli ultimi mesi: la nascita del Partito Democratico. L'annuncio improvviso e inaspettato del nuovo partito da parte di Berlusconi venne subito ignorata sia da Fini che Casini, così che il progetto, considerata l'imminenza del voto e di una campagna elettorale piuttosto breve, sembrava destinato ad arenarsi, fino a ieri, quando il nome Popolo della Libertà (questo il nome della lista, scelto democraticamente con una elezione aperta a tutti gli elettori presso stand di piazza e sul web) torna a circolare, le voci di una possibile lista unitaria tra Alleanza Nazionale e Forza Italia con relativo gruppo parlamentare unico ritornano, per poi trovare improvvisamente conferma nella giornata di oggi con le dichiarazioni dei due leader interessati. L'Udc sembra intenzionato a non aderire al progetto, ma appare destinato ad ancorarsi ancora una volta al carro berlusconiano e a rinviare ancora le ambizioni di forza autonoma al centro dei due poli. Alla notizia della presentazione di una lista unica Giovanardi dichiara che vi farà parte e di essere disposto a lasciare l'Udc, mentre è di pochi giorni fa l'annuncio di Baccini e Tabacci di abbandonare il partito per fondare insieme all'ex leader della Cisl Pezzotta e a Gerardo Bianco la Rosa Bianca, un movimento politico centrista cattolico che si presenterà al di fuori degli schieramenti come alternativa al cosiddetto "bipolarismo muscolare" (espressione utilizzata spesso dall'ex Udc Bruno Tabacci, che sarà anche il candidato premier della nuova formazione). Tabacci e Baccini sembrano percorrere la via indicata da Casini da diverso tempo ma mai intrapresa. L'alleanza tra Udc e Udeur di Mastella in vista delle europee 2009 con la presentazione di un'unica lista è cosa nota e doveva essere uno dei punti essenziali che avrebbe portato ad un rapporto diverso dell'Udc col vecchio centrodestra.
Una vera svolta centrista dell'Udc nel corso di questa breve legislatura, avrebbe fatto saltare lo schema delle coalizioni molto prima e forse in maniera più grave di quanto non sia accaduto con l'annuncio di Veltroni di guidare alle prossime elezioni un Partito Democratico solo senza alleanze nè accordi tecnici, alla Camera come al Senato. La speranza di vedersi al centro di un governo istituzionale, o meglio, di responsabilità nazionale, come ama definirlo il leader Casini, dopo la caduta di Prodi, invocato successivamente con l'aggiunta di un'inedita pregiudiziale, cioè che a quel governo avrebbe dovuto aderire necessariamente anche Berlusconi, forse ha aiutato a rafforzare l'idea negli elettori che un terzo polo, centrale nella scena politica, moderato e alternativo ai carrozzoni sui quali salgono insieme fascisti e Buttiglione, Mastella e Caruso, sia possibile. Avrebbe presumibilmente raccolto i delusi dal Pd, i vari partitini di Mastella, Dini, Rotondi, in una aggregazione sufficientemente forte da superare l'ostacolo dello sbarramento alla Camera dei Deputati e da ottenere un discreto numero di senatori.
Casini non ha colto l'attimo giusto, non ha voluto osare, nè al momento di votare una disastrosa legge elettorale, definita una porcata anche dal suo stesso ideatore, nè durante i 20 mesi del governo Prodi, nè alla vigilia di queste elezioni politiche. Il tempo ci dirà se ha avuto ragione.

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