martedì 5 febbraio 2008

Crisi della politica, liste bloccate e preferenze

I dibattiti riguardanti la crisi della politica sono numerosi e controversi viste le diverse interpretazioni che si danno al problema. E' di uso comune oramai individuare le cause dell'allontanamento, del distacco della classe politica dai bisogni dei cittadini, accusata di essere lontana dalle istanze che il popolo pone a chi governa, in vari fattori emotivi, come la sfiducia nelle istituzioni, la poca credibilità verso le classi dirigenti dei partiti, delusione verso una macchina amministrativa spesso poco efficiente e a volte nemmeno efficace. Nulla di più sbagliato. Questi fattori sono semplicemente le conseguenze, e non le cause, di un sistema elettivo sbagliato che induce le forze politiche prima ad allontanarsi dalla loro base, composta da iscritti e militanti, per poi suscitare malcontento e a volte disprezzo da parte dei cittadini verso i loro eletti. Fin dall'inizio della Seconda Repubblica gli italiani sono stati chiamati alle urne con sistemi elettorali, il "Mattarellum" prima e il "Porcellum" poi, che hanno avuto in sè una caratteristica nuova, mai vissuta in Italia in oltre 40 anni di vita della Repubblica: la lista bloccata, che nel 1994 prende il posto della preferenza.
L'attenzione in termini di leggi elettorali è quasi sempre rivolta principalmente al problema di quali soglie di sbarramento stabilire, alla scelta del tipo di sistema elettorale da adottare, proporzionale o maggioritario, a turno unico o doppio turno, francese o tedesco, o a quali norme sarebbe opportuno introdurre, modificare o abrogare per garantire governabilità agli esecutivi, stabilità alle maggioranze, alternanza tra gli opposti schieramenti, ma mai si è aperto un reale dibattitto sulla opportunità di reintrodurre dopo 14 anni la possibilità da parte degli elettori non solo di scegliere schieramento e lista, ma anche il loro candidato. E' una novità, quella della lista bloccata, che ha influenzato più di ogni altra l'agire dei politici, i loro rapporti coi cittadini e col territorio, la partecipazione della gente alla vita democratica.
La possibilità dei vertici dei partiti di stabilire l'ordine in cui saranno eletti i candidati all'interno delle liste, consente loro di conoscere a priori chi saranno gli eletti al Senato e alla Camera, con un margine di errore minimo, circa il 10%. Più di candidature quindi, si tratta di vere e proprie nomine, che consentono di accedere in Parlamento anche a persone mai realmente attive politicamente, a persone meno capaci di altre che magari sono destinate ad un posto peggiore del loro in lista e poi forse nemmeno elette, a persone a volte premiate solo per il fatto di essere moglie, fratello o amico di un esponente importante di un partito.
Inoltre, le lunghe campagne elettorali vengono condotte a mezzo stampa e non più porta a porta. I leader politici attraverso i media combattono una battaglia asfissiante, dai toni accesi dal primo all'ultimo minuto disponibile, dove il marketing politico conta più del contenuto dei progetti e delle proposte discussi. Gli slogan e gli spot così diventano più importanti per determinare il vincitore spostando molte più masse di voti di quanto possano fare la sezione, il circolo, l'amministratore locale. Si verificano anomalie perfino nei numeri: in zone dove una coalizione risulta essere da tempo molto radicata e vincente sia a livello comunale che provinciale che regionale, alle politiche riceve consensi nettamente inferiori alle aspettative. Un caso del genere di è verificato anche alle politiche del 2006, quando il centrosinistra perse il premio di maggioranza al Senato in diverse regioni nelle quali aveva vinto esattamente un anno prima alle consultazioni regionali. E' giusto calare dall'alto un listone di candidature (o nomine), spesso composto da candidati (nominati) nemmeno appartenenti al territorio di quella circoscrizione?
La preferenza, con tutti gli svantaggi che comporta (ad esempio la possibilità del candidato di effettuare un controllo-verifica in alcune sezioni dell'appoggio da parte di determinati elettori, famiglie, gruppi, associazioni, meccanismo che potrebbe innescare una logica perversa di voto di scambio), rispetto alla lista bloccata mette al centro del gioco l'elettore e il suo potere di scelta. E' il candidato ad un seggio in parlamento che deve attivarsi non solo per ottenere il consenso verso la sua lista, ma anche per vincere la competizione con i suoi colleghi di partito. Il sistema elettorale lo "costringe" ad essere vicino all'elettore, a partire dalla base e non ad attivarsi per un posto di provilegio nel partito in cui milita. A quel punto non basteranno solamente gli spot, gli slogan, i manifesti e i dibattiti televisivi per acquisire o perdere consensi, o almeno l'influenza di questi mezzi di propaganda sarebbe enormemente limitata.
In tal caso sicuramente avremmo un panorama politico molto più aperto al cambiamento, essendo stimolato molto più ad ascoltare la voce dei cittadini piuttosto che affrontare scelte poco legate alla volontà dei propri elettori, e soprattutto aperto alle nuove generazioni di politici grazie ad un ricambio generazionale più agevole, quasi fisiologico, che si determina per via della competizione democratica che si evolve all'interno dei partiti e non per abbandono della vecchia classe politica. E' utile ricordare che da quando sono state abbandonate le preferenze (1994) i leader delle principali forze politiche sono rimasti quasi gli stessi: Silvio Berlusconi (Forza Italia), Gianfranco Fini (Alleanza Nazionale), Fausto Bertinotti (Rifondazione Comunista), Umberto Bossi (Lega Nord), Pierferdinando Casini (Udc, allora Ccd), mentre Walter Veltroni (Partito Democratico) di lì a qualche anno sarebbe diventato Segretario dei Democratici di Sinistra. Sarebbe ora forse di provare a sminuire la personalizzazione della politica in atto, guardando di più alle idee, i progetti, le proposte, piuttosto che all'immagine e al carsima di una singola persona.

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