venerdì 29 febbraio 2008

Swg conferma i trend descritti da Crespi e Ipsos

Partito Democratico e Udc in ascesa. Lieve flessione di Popolo della Libertà e Sinistra Arcobaleno.

Anche Swg col sondaggio pubblicato oggi conferma i trend che avevamo notato confrontando i sondaggi di Crespi Ricerche e Ipsos di questa settimana con quelli che avevano pubblicato la settimana scorsa e due settimane fa. Notiamo che, anche prendendo in considerazione gli ultimi tre sondaggi settimanali di Swg, si trovano in una situazione di crescita la coalizione di Veltroni (Partito Democratico, Italia dei Valori e Radicali) e l'Udc di Casini, che da quando è fuoriuscito dalla ex Casa della Libertà si è stabilizzato intorno al 6%. In lieve calo invece Sinistra Arcobaleno e il centrodestra di Berlusconi. La media settimanale che pubblicheremo e confronteremo con quelle del 15 e 22 febbraio ci descriverà con maggiore chiarezza come si sta evolvendo il quadro politico elettorale. La Rosa Bianca in questa rilevazione di Swg è considerata ancora non alleata dell'Udc e viene stimata tra l'1 e l'1,5%. Pertanto solo dalla settimana prossima, a ridosso della presentazione delle liste, avremo sondaggi che ci descriveranno il peso dell'alleanza centrista.

giovedì 28 febbraio 2008

Lista unitaria tra Udc e Rosa Bianca

Quando i giochi sembravano oramai fatti e si andava delineando lo schieramento politico definitivo in vista delle prossime elezioni politiche, un nuovo cambiamento, peraltro non secondario, rinvierà ancora di qualche giorno la definizione finale del quadro italiano: Udc e Rosa Bianca hanno raggiunto l'accordo che li porterà a correre sotto un unico simbolo il 13 e il 14 aprile.
Si tratta di un accordo che irrobustisce il progetto, sostenuto a più voce da vari politici centristi, di far nascere in futuro un unico partito che raccolga consensi al centro al di fuori dei due principali partiti (Pd e Pdl) nell'elettorato moderato e cattolico. Stando ai numeri, l'Udc è ampiamente al di sopra dello sbarramento del 4% previsto per i partiti non coalizzati e non dovrebbe avere problemi di rappresentanza parlamentare alla Camera dei Deputati. I consensi del partito di Casini, secondo gli ultimi sondaggi, ruotano intorno al 6%. L'alleanza con la Rosa Bianca, il cui consenso si aggirerebbe intorno all'1-1,5%, va letta quindi come presupposto per la creazione di una forza politica che possa crescere in futuro, visto che l'Udc ad oggi non sembra avere problemi di superamento della soglia del 4%, ma può anche essere vista come viatico per ottenere alcuni seggi al Senato, dove la ripertizione avviene a livello regionale e lo sbarramento è dell'8%.
La prima domanda che sorge spotanea alla luce di questa alleanza è, dunque, se la lista Rosa Bianca-Udc possa in quest'ultimo mese e mezzo di campagna elettorale riuscire ad attrarre ancora più voti rispetto al 7-7,5% che i principali istituti di sondaggio attribuiscono attualmente ai centristi che non si identificano nè nel Partito Democratico, nè nel Popolo della Libertà.
Secondo punto: nel caso in cui l'alleanza dovesse avere successo, a chi strapperebbe più consensi la lista Udc-Rosa Bianca tra il centrosinistra di Veltroni e il centrodestra di Fini e Berlusconi, visto che in entrambi gli schieramenti diversi uomini politici, ma soprattutto diverse fette di elettorato potrebbero essere seriamente attratte dal nuovo progetto?
A mio parere, chi si dovrebbe preoccupare maggiormente della nascita del nuovo soggetto è il Popolo della Libertà, in virtù del fatto che sia Tabacci che Baccini, sia Cesa che Casini, hanno condiviso con il centrodestra oltre un decennio di alleanza, di opposizione e di governo, la loro immagine è fin troppo legata alla coalizione di centrodestra, e non solo l'immagine. La storia politica recente degli uomini che ora intraprendono questa corsa solitaria è la stessa dei leader di Forza Italia e Alleanza Nazionale, con i quali hanno condiviso sconfitte e vittorie elettorali ad ogni livello in ogni angolo d'Italia dal 1994 ad oggi. L'elettorato di riferimento di Casini, Cesa, Baccini e Tabacci, non può che essere posizionato principalmente nell'elettorato del Pdl.
Per quanto riguarda i sondaggi, le rilevazioni di questi ultimi 2-3 giorni, successive all'alleanza Radicali-Partito Democratico, sembravano essere le prime che fotografavano le intenzioni di voto degli italiani davanti allo stesso quadro politico che si sarebbero trovati di fronte il 13 e 14 aprile. Ma i sondaggi pubblicati in questi giorni e quelli che saranno pubblicati nelle prossime ore non tengono conto della novità di oggi, pertanto per avere dei numeri più affidabili di quelli attuali da commentare dovremo attendere ancora qualche giorno, quando nuovo simbolo, nuova lista e nuovo programma saranno stati già ufficializzati e sufficientemente conosciuti dagli italiani.

Crespi e Ipsos: terzo sondaggio di febbraio

Al momento, stando ai sondaggi pubblicati sul sito www.sondaggipoliticoelettrali.it, dall'inizio della campagna elettorale solo 2 istituti hanno effettuato tre rilevazioni complete (che riguardano tutte le forze politiche): Crespi e Ipsos.
E dai numeri di questi due autori si notano questi trend:

Popolo della Libertà + Lega Nord + Mpa
: in lieve calo
Partito Democratico + Italia dei Valori + Radicali: leggera crescita
La Sinistra Arcobaleno: in calo
Udc: stabile
La Destra: leggera crescita

mercoledì 27 febbraio 2008

Analisi dei flussi elettorali/1

Sinistra Arcobaleno e Rosa Bianca al di sotto delle attese. Le prossime rilevazioni ci diranno quanto vale al Pd l'alleanza coi Radicali. Bene l'Udc al 6%.

Cerchiamo di capire perchè sono cambiati nel giro di una sola settimana i dati sulle intenzioni di voto alle prossime elezioni politiche.
Innanzitutto bisogna ricordare che ci troviamo ancora nella fase iniziale della campagna elettorale, le alleanze tra partiti non sono ancora bene definite, i programmi presentati sono ancora pochi, il dibattito non è perciò ancora entrato nel vivo e la maggior parte degli elettori non conosce sufficientemente bene il quadro politico sul quale dovrà esprimersi il 13 aprile.
I motivi della riduzione del divario tra la coalizione guidata da Berlusconi sull'alleanza guidata da Veltroni, sono gli stessi di cui ho scritto pochi giorni fa, sono elencati nel post del 24 febbraio. Bisogna solo aggiungere che l'alleanza da poco messa a punto tra Pd e Radicali, che prevede la presenza di candidati radicali nelle liste democratiche, sarà un ulteriore fattore che aiuterà il partito di Veltroni a ridurre ancora il gap col centrodestra. Le rilevazioni di questi giorni, quasi tutte, non tenevano ancora conto della novità e consideravano i Radicali non coalizzati.
Per quanto riguarda le forze minori, l'Udc ha recuperato un punto percentuale. Non è facile per un partico balzare dal 5 al 6 per cento in una sola settimana. Ciò è la conseguenza del rifiuto del partito di Casini di entrare a far parte del Pdl di Fini e Berlusconi. Ha avuto maggiore visibilità e mettere in evidenza la diversità con gli ex alleati è una scelta che al momento sta pagando. Il Pdl nato da Allenaza Nazionale e Forza Italia ha aperto ampi spazi al centro dello schieramento e l'Udc sta racimolando consensi in questo mercato. Non sembrano esserci quindi problemi per il superamento della soglia si sbarramento del 4% per i soggetti non coalizzati.
Il destino della Rosa Bianca, invece, sembra legato in maniera forte alle mosse dell'Udc. In una settimana è passata dal 2,1 all'1,2 per cento e sembra si sia già svanito l'impulso col quale era nata. L'adesione dell'Udc al Popolo della Libertà avrebbe dato la possibilità alla formazione di Tabacci e Baccini di sfruttare lo spazio, di cui parlavo sopra, che si sarebbe creato al centro tra le due principali coalizioni. Non appena Casini ha sciolto le riserve, candidandosi premier, l'Udc ha riguadagnato tutto il consenso moderato centrista che la Rosa Bianca gli aveva tolto.
Anche un'altra novità del panorama politico italiano stenta a decollare: la Sinistra Arcobaleno (nata dalla unione di Rifondazione, Verdi, Comunisti Italiani e Sinistra Democratica), cala dall'8 al 7,4 per cento, lontana dai numeri delle politiche 2006, quando si attestava intorno al 10%. Sta pagando la poca presenza nei media, nessuna prosposta davvero alternativa a Veltroni per ora; forse con la presentazione del programma farà breccia nell'elettorato di sinistra che per ora si sta orientando principalmente verso il partito Democratico. Bisogna però tener presente che la sinistra radicale, così come Lega Nord e altri partiti territoriali, ha un elettorato molto radicato, quindi non ci si può attendere una chissà quale ripresa in termini di consensi. Gli indecisi storicamente si orientano di più verso le forze politiche più grandi che verso le minori. In tal senso è determinante anche l'affluenza alle urne. Maggiore è il numero di votanti, minori sono le probabilità di successo della Sinistra Arcobaleno.
Così come la Rosa Bianca, il Partito Socialista, La Destra e l'Udeur non riusciranno a raggiungere lo sbarramento alla Camera dei Deputati: per loro non resta che puntare ad ottenere qualche seggio al Senato.

Il distacco Pd-Pdl scende ad 8,4 punti

I sondaggi delle ultime due settimane ci dicono che il divario tra centrosinistra e centrodestra si è ridotto da 9,4 a 8,4 punti in soli 7 giorni.

Media di 7 sondaggi politico-elettorali le cui interviste sono state effettuate tra il 7 e il 14 febbraio.

POPOLO DELLA LIBERTA' + LEGA NORD + MPA 45,1%
PARTITO DEMOCRATICO + ITALIA DEI VALORI 35,7%
LA SINISTRA L'ARCOBALENO 8%
UDC 5%
LA DESTRA 2,2%
LA ROSA BIANCA 2,1%
PARTITO SOCIALISTA 1,3%
ALTRI 0,6%


Media di 10 sondaggi politico-elettorali le cui interviste sono state effettuate tra il 15 e il 22 febbraio.

POPOLO DELLA LIBERTA' + LEGA NORD + MPA 44,1%
PARTITO DEMOCRATICO + ITALIA DEI VALORI 35,7%
LA SINISTRA L'ARCOBALENO 7,4%
UDC 6,0%
LA DESTRA 2,0%
PARTITO SOCIALISTA 1,0%
LA ROSA BIANCA 1,2%
ALTRI 2,6%


Autori: Ipr Marketing, Ispo s.r.l., Ipsos, Euromedia Research, Gfk Eurisko, SWG, Arnaldo Ferrari Nasi, Crespi Ricerche, Demopolis, Demoskopea.

Ultimo aggiornamento: 21 marzo 2008 ore 20:20

martedì 26 febbraio 2008

A sinistra di Rifondazione Comunista: Sinistra Critica e Partito Comunista dei Lavoratori

Chi ha detto che sulla scheda elettorale alle prossime elezioni politiche non ci saranno più falce e martello?
Ecco i principali punti programmatici in vista del 13 aprile delle forze della sinistra antagonista e anticapitalista guidate da Franco Turigliatto (Sinistra Critica) e Marco Ferrando (Partito Comunista dei Lavoratori), entrambi fuoriusciti dal Prc durante l'esperienza del governo Prodi.


SINISTRA CRITICA
1)
Aumento netto del reddito mensile di almeno 300 euro da realizzare con almeno tre strumenti: un piano di riforma fiscale che diminuisca l’Irpef per i redditi più bassi e l’innalzi per quelli più alti; il recupero del fiscal drag; l’introduzione per legge di un salario minimo (1.300 euro) introducendo un meccanismo automatico di aumento progressivo;
2)
Tassazione delle rendite finanziarie a esclusione dei redditi dei pensionati e lavoratori a basso reddito (iscrizione delle rendite su dichiarazione redditi);
3)
Nuova Patrimoniale sui beni immobili e mobili delle grandi imprese, delle società finanziarie, sui beni di lusso, sugli immobili del Vaticano;
4)
Aumento significativo dei controlli alle imprese e l’inasprimento delle pene per le imprese responsabili di omicidi sul lavoro;
5)
Riscrivere una legislazione che combatta la precarietà, estenda le garanzie minime (contributi, maternità, stabilità dell’impiego) fino all’introduzione di un Salario Sociale per i disoccupati e i precari (1000 euro mensili netti);
6)
Sistema delle pensioni pubblico sotto il controllo dei lavoratori, con sistema a ripartizione e con metodo retributivo (pensione commisurata agli ultimi stipendi);
7)
Attuazione di una politica di alloggi sociali che requisisca le case sfitte, rilanci l’edilizia popolare e combatta l’usura finanziaria a cominciare da quella delle banche. Istituzione di grande banca nazionale, pubblica, controllata dai lavoratori e dagli utenti, che adotti una politica “sociale” dei prestiti e che sia da supporto a un piano economico ambientale e di riconversione (progetto da realizzare grazie ad una Cassa Depositi e Prestiti e con l’utilizzo della raccolta postale);
8)
Riduzione drastica delle spese militari, riconversione dell’industria bellica, da tenere sotto il rigoroso controllo pubblico, progressiva riconversione dell’esercito a uso civile e finalizzato alla difesa del territorio. Nessun sostegno alle moderne “guerre umanitarie” e alle missioni internazionali, ritiro di tutte le truppe all’estero, uscita dalla Nato, chiusura delle basi militari straniere;
9)
Istruzione pubblica, stipendi decenti per gli insegnanti, immediata regolarizzazione dei precari, fine del 3+2 all’Università, nuovo status per i ricercatori, diritto allo studio concreto fatto di riduzione delle tasse e di servizi affidabili per gli studenti;
10)
Attuazione di una politica di difesa ambientale al 100%: no ai rigassificatori, al ritorno del nucleare, agli inceneritori, alle centrali a carbone, alla TAV. Sì ad un'energia pulita, un sistema integrato di raccolta rifiuti, alla raccolta differenziata, ad un sistema che faccia pagare alle imprese il costo sociale degli imballaggi eccessivi e che incentivi la riduzione dei consumi energetici;
11)
Riduzione drastica delle indennità dei parlamentari, limite ai mandati, rotazione degli eletti, elezione delle cariche dirigenziali nei servizi pubblici, e attuazione di una riforma istituzionale che preveda il ruolo della partecipazione diretta per una democrazia non delegata ma legata al conflitto sociale e alle istanze che provengono dal basso;
12)
No al razzismo, sì alla effettiva uguaglianza dei diritti: diritto di cittadinanza, abolizione della Bossi-Fini, chiusura dei Cpt;
13)
Diritto alla libera sessualità, diritto all’autodeterminazione delle donne, difesa della 194, diritto ai PACS, rifiuto delle ingerenze e diritto al dissenso contro ogni dogma imposto. Appoggio agli studenti e ai professori che hanno contestato il Papa, alle donne che si battono contro la violenza maschile dei gay lesbiche, trans che vogliono vedere affermato il proprio diritto alla libera sessualità.
14)
Sì al proporzionale senza sbarramenti, alla libera dialettica, ai governi fondati sui programmi, alla rotazione degli eletti, al limite di mandato a due legislature, al divieto di cumulo degli incarichi, alla democrazia diretta e partecipata, al potere dal basso a partire da chi lavora.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
1)
Abolizione delle leggi di precarizzazione e galera per i padroni responsabili dell’insicurezza e l’esproprio delle loro aziende, senza indennizzo e sotto controllo operaio. Controllo dei lavoratori, con poteri di veto, su tutti gli aspetti dell’organizzazione del lavoro;
2)
Carattere pubblico, sotto controllo popolare, dell’intero sistema di raccolta e di smaltimento dei rifiuti; l’esproprio dei terreni delle discariche (in mano alla camorra) per la loro bonifica; un grande investimento di risorse pubbliche in una capillare raccolta differenziata, sull’intero territorio nazionale, finanziato dalla tassazione di grandi profitti e patrimoni;
3)
Nazionalizzazione delle banche senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori; annullamento dei debiti contratti da milioni di persone; la nascita di un unico istituto di credito pubblico, sotto controllo popolare, come mezzo di sostegno a lavoratori e artigiani, piccoli commercianti, oggi torchiati e truffati dalla banche.
4)
Ritiro immediato e incondizionato dalla truppe da tutti i teatri di guerra, abbattimento delle spese militari, nazionalizzaione senza indennizzo e sotto controllo operaio dell’industria bellica (come premessa della sua riconversione), abolizione della diplomazia segreta, sostegno al diritto di resistenza di tutti i popoli oppressi e aggrediti per il loro pieno diritto di autodeterminazione;
5)
Difesa della legge 194, dei diritti civili, dei principi di laicità; abolizione dei fondi pubblici a scuole e università private e confessionali, fine dell’esenzione fiscale della Chiesa (iva e ici), esproprio delle grandi proprietà immobiliari del clero da destinare ad uso sociale;
6)
Stato di tipo nuovo basato sull’autorganizzazione democratica dei lavoratori e sul loro potere, sulla revocabilità permanente di ogni eletto; sulla abolizione di ogni privilegio degli eletti rispetto ai loro elettori: con la retribuzione di un deputato del popolo non superiore a 2000 euro.

lunedì 25 febbraio 2008

Pd: Veltroni e la personalizzazione della politica

L'impostazione non solo della campagna elettorale ma anche dell'organizzazione del Partito Democratico appare fortemente legata alla figura di Walter Veltroni.
L'idea che emerge da questi primi mesi di vita del nuovo partito del centrosinistra italiano è quella di una forza politica poco frenata nelle sue scelte da contrasti interni ad essa, ostacolata molto meno di quanto ci si potesse aspettare dalla diversità di culture, storie passate e storie recenti, che è naturale siano presenti in un partito nuovo nato dalla spinta di due partiti fondamentalmente diversi che in esso si sono sciolti, e, oltre che nuovo, anche numericamente ampio, stando agli ultimi sondaggi che gli attribuiscono consensi che oscillano intorno al 34%. Veltroni più che essere la sintesi delle varie anime del Pd, più che rappresentarne la guida, sembra essere egli stesso il partito. Agli occhi degli elettori è evidente una personalizzazione della politica del centrosinistra, almeno in questa campagna elettorale, mai vissuta prima da Democratici di Sinistra e Margherita, e per anni solamente osservata dall'altra parte della barricata con la personalizzazione di Forza Italia in Silvio Berlusconi. Le candidature di personalità importanti non appartenenti direttamente al mondo della politica, come Veronesi, Colaninno, De Sena sono prerogativa del ex sindaco di Roma. Esse sicuramente avranno un ritorno in termini di consensi elettorali per il Pd su scala nazionale, dato che riusciranno ad esprimere l'idea del rinnovamento della classe dirigente e di discontinuità con la politica degli ultimi anni, che il Pd vuol comunicare in questa campagna elettorale, ma d'altra parte ignorano il maggior radicamento sul territorio tipico dei partiti di sinistra. Anche la chiusura del Pd nei confronti del Partito Socialista di Boselli, l'alleanza stipulata con Radicali e Italia dei valori, la mancata candidatura di De Mita, siano esse scelte effettuate in base ad una specifica strategia politica, siano essere state effettuate solo in base a criteri di pura convenienza elettorale, sono comunque delle scelte che hanno visto come unico attore il Segretario del partito. La compattezza del Pd intorno a Veltroni lascia sorpresi soprattutto se si pensa che è nato dal progetto di due partiti, Ds e Margherita, non certo avari di contrapposizioni interne (Correntone-Riformisti nei Ds e Prodiani-Rutelliani-ex Popolari nella Margherita).
Personalizzazione non significa solo incentrare su di sè tutta l'attenzione durante una campagna elettorale ma anche e soprattutto circondarsi nel partito di persone che assecondino solo il proprio parere più che porre critiche o proposte alternative a quelle della leadership. Il rischio della personalizzazione è quello di ritrovarsi un partito capace di cavalcare l'onda nei momenti favorevoli (opposizione), ma altrattanto capace di subire flop nei momenti più difficili per la tenuta del consenso (periodi di governo). Un esempio eloquente è quello di Forza Italia, che molti hanno accusato e accusano di essere un partito di plastica: dopo i cinque anni di governo di centrosinistra nel 2001 alle Politiche ottenne oltre il 29% di consensi nella parte proporzionale, per poi crollare dopo tre anni di governo al 21% alle Europee del 2004, con la perdita di circa 4 milioni di voti.
La presentazione delle liste e l'entità di candidati veltroniani presenti in esse ci dirà ufficialmente quanto Veltroni sia stato leader e quanto padrone del Pd.

domenica 24 febbraio 2008

Sondaggi: il distacco Pd-Pdl è di 9 punti

I circa dieci sondaggi pubblicati durante il mese in corso da alcuni dei più accreditati istituti di ricerca italiani (Ipsos, Ispo, Ferrari Nasi, Crespi, Piepoli, Ipr marketing, Swg) ci descrivono una situazione politica (in termini esclusivamente numerici ovviamente) chiara. Il vantaggio della coalizione Pdl-Lega Nord sull'alleanza Pd-italia dei Valori è di 9 punti percentuali.

45% Popolo della Libertà + Lega Nord
36% Partito Democratico + Italia dei Valori

La percentuale di indecisi è superiore al 20%

Ci si attende però nelle prossime rilevazioni un recupero di Pd e Idv.

Ecco quali elementi ci fanno presumere che Veltroni e il Partito Democratico riescano a ridurre lo svantaggio di 9 punti nei confronti del centrodestra nei prossimi giorni:
- campagna elettorale ancora lunga, che tende ad accorciare i divari tra inseguitori e inseguiti;
- percentuale di indecisi ancora alta, calerà fino a tendere allo zero a pochi giorni dal voto, quando però non sarà più possibile pubblicare sondaggi;
- maggior presenza nei media in questi primi giorni di campagna elettorale, grazie alla sua "partenza anticipata" su Silvio Berlusconi;
- migliore utilizzo della rete per lanciare il nuovo simbolo e le nuove proposte per il governo;
- annuncio anticipato dei principali punti programmatici del proprio partito;
- lancio di alcuni promettenti volti nuovi sulla scena politica italiana, anche come capilista, come risposta alla domanda di novità proveniente dall'opinione pubblica, che ha trovato riscontro negli ultimi mesi in diverse manifestazioni pubbliche;
- la candidatura di personalità di primo livello provenienti dalla società civile, dal mondo dell'impresa, delle istituzioni e della ricerca scientifica (Matteo Colaninno, Luigi De Sena e Umberto Veronesi);
- introduzione nel regolamento per la definizione delle candidature del limite di 3 legislature, che impedisce di fatto la presenza nelle liste del partito di numerosi politici di vecchia data e favorisce un ricambio generazionale oggi molto ben visto dagli elettori;
- la probabile nascita di un'alleanza centrista tra Udc e Rosa Bianca, che tenderanno a strappare voti più al centrodestra, dal quale sono appena fuoriusciti, che al Pd, come dimostrato dai primi dibattiti della campagna elettorale.

sabato 23 febbraio 2008

PdL in affanno: ecco cosa sta rimettendo in gioco il Pd

Popolo della Libertà e Lega Nord conservavano fino a pochi giorni fa un margine di vantaggio sul Partito Democratico piuttosto rassicurante, ma nei primi duelli della campagna elettorale il divario col centrosinistra è cominciato ad erodersi... così ricompare lo spettro di una possibile rimonta veltroniana o di un pareggio al Senato.

L'avvio di questa campagna elettorale appare piuttosto inedito. E' scomparso il Berlusconi rampante del '94, '96, 2001 e 2006 che a suon di promesse consistenti, slogan ad effetto e spiegamento di mezzi rilevante settimana dopo settimana riusciva sempre a mantenere il centro della scena. Ora sembra che le parti si siano invertite. Nonostante sia costretto ad inseguire (dai sondaggi risulta infatti che PdL e Lega siano avanti di almeno 6 punti percentuali sulla mini coalizione PD-Italia dei Valori), è Walter Veltroni a segnare il passo della campagna elettorale. Vanno considerati almeno tre fattori che stanno rimettendo in discussione la vittoria del Popolo della Libertà.
In primis, il leader del PD ha voluto fortemente la corsa solitaria del suo nuovo partito. Ciò ha fatto sì che lo stesso avvenisse anche dall'altra parte della barricata con Berlusconi che, "costretto", ha annunciato la nascita di un nuovo soggetto unitario o, meglio, ha accelerato il progetto di partito unico già più volte prannunciato ma mai concretamente avviato. La sua è stata una mossa immediatamente conseguente a quella di Veltroni, necessaria per scongiurare il pericolo di subire dall'avversario quegli attacchi che sarebbero puntualmente giunti nel caso il centrodestra si fosse presentato con la stessa impostazione delle ultime elezioni politiche, come una coalizione, cioè, composta da 4 soggetti diversi. Lo strappo con la sinistra radicale annunciato già dall'autunno scorso e voluto fortemente da Veltroni si è rivelato come l'evento che più di ogni altro ha modificato lo scenario politico italiano, bloccato ormamai da 14 anni nella contrapposizione di due enormi contenitori, che avevano dentro di sè tutto e il contrario di tutto e che faticavano spesso a trovare una sintesi su politiche importanti (è il caso della politica estera del governo Prodi). Il partito unico del centrodestra è costato parecchio caro a chi vi ha aderito (Forza Italia e Alleanza Nazionale) visto che hanno dovuto incassare il rifiuto di La Destra di Francesco Storace e la fuoriuscita dalla ex Casa della Libertà dell'Udc di Pierferdinando Casini. Con un lungo processo costituente, e con tutti i dibattiti che ne sarebbero scaturiti, la coalizione non avrebbe subito un cambiamento così improvviso e forte. La fuoriuscita insieme delle componenti più estreme e più moderate significano, forse, per il centrodestra perdere tutto il vantaggio in termini di consensi che poteva giungere dall'immagine di coalizione più compatta e unita sotto un unico simbolo e la espone al rischio di essere vista dall'elettorato centrista di ispirazione cattolica come troppo sbilanciata a destra.
Un'altra mossa del Partito Democratico, che vede il Popolo della Libertà in affanno ad inseguire, riguarda la composizione delle liste. Il PD ha annunciato che non saranno candidati coloro che sono stati condannati anche se solo in primo grado (è questa una delle condizioni poste dall'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro per stipulare l'alleanza col PD). Il Popolo della Libertà non ha trovato subito una posizione unanime al riguardo. Se è vero che Fini si è subito detto disponibile ad un criterio simile per la selezione dei candidati, alcune obiezioni o opposizioni a tale proposta sono giunte dalle fila di Forza Italia. Nel caso in cui comunque non si trovasse un accordo chiaro e netto al riguardo come è stato fatto nel centrosinistra, o, peggio ancora, se non venissero applicate esclusioni di alcun tipo dei politici che hanno subito condanne per reati gravi, il centrodestra potrebbe consegnare nelle mani di Veltroni un'arma facile da usare da oggi fino al 13 aprile che potrebbe causare una seria emorragia di consensi nel PdL, soprattutto sul "versante destro", storicamente molto sensibile al tema della legalità.
Terzo punto: pian piano che si vanno definendo le candidature Veltroni sembra avere le idee chiare e anche più innovative: sta presentando personalità di primo livello della società civile, che possono concretamente rappresentare per fasce di elettori piuttosto ampie la ventata di novità che ad ogni tornata elettorale ci si attende dalla politica. L'oncologo di fama mondiale Umberto Veronesi, che sarà capolista in Lombardia al Senato, Matteo Colaninno, Presidente dei giovani industriali di Confindustria, capolista alla Camera in Lombardia, Luigi De Sena, prefetto impegnato nella lotta alla criminalità, capolista in Calabria, e poi tanti giovani promettenti come Marianna Madìa, una giovane economista 27enne che sarà candidata come capolista alla Camera nel Lazio, sono i primi nomi nuovi annunciati da Veltroni che possono essere il vero valore aggiunto del Partito Democratico in questa elezione. Se nel centrodestra il dibattito dovesse arrancare ancora per molto, se le dispute per i posti nelle liste bloccate a questo o a quel partito dovessero protrarsi per molto e dovessero riguardare gli stessi politici impegnati nelle ultime legislature senza nessuna novità di rilievo, gli elettori non potrebbero cogliervi alcun segnale di discontinuità col passato e potrebbero orientarsi verso il Partito Democratico, che ad oggi incarna meglio il desiderio di cambiamento della classe politica e di apertura alle nuove generazioni, manifestato in maniera forte dall'opinione pubblica negli ultimi mesi.

mercoledì 13 febbraio 2008

Tra Udc e Popolo della Libertà manca l'accordo: si lotterà su più fronti

La scelta annunciata stasera dagli esponenti dell'Udc, che sarà ufficializzata nella giornata di domani, di correre col proprio simbolo alle prossime elezioni politiche rende il quadro nazionale più incerto del previsto. L'adesione del partito di Casini al neonato Popolo della Libertà berlusconiano avrebbe garantito al centrodestra un margine rassicurante anche al Senato, mentre ora anche se con molte probabilità la coalizione composta da PdL e Lega Nord riuscirà ugualmente ad ottenere il premio di maggioranza alla Camera, molte regioni dove il risultato sembrava quasi scontato, diventano incerte, considerando anche l'accordo siglato stamane da Partito Democratico e Italia dei Valori di coalizzarsi.
Se si andasse alle urne domani Pd-Idv otterrebbero circa il 35% delle preferenze, mentre Pdl e Lega oltre il 40%. Anche se complessivamente a livello nazionale tra i due blocchi c'è una differenza di almeno 7/8 punti percentuali, il rischio di vittoria per il PdL con una maggioranza risicata a Palazzo Madama è dietro l'angolo, meno probabile ad oggi, sondaggi alla mano, invece appare l'ipotesi di pareggio.
Due anni fa la rimonta in extremis della Casa delle Libertà sull'Unione avvenne alla fine di una campagna elettorale molto più lunga e dai toni infuocati. Oggi non ci sono più quei presupposti: siamo a soli due mesi dalle urne senza avere di fronte un quadro ancora ben chiaro su alleanze e programmi e dalle prime apparizioni di Berlusconi e Veltroni si evince che non dovremmo assistere ad un clima da muro contro muro. Le sorprese di questa campagna elettorale a questo punto, non essendoci più due ammucchiate di partiti da una parte e dall'altra l'un contro l'altra armata, potrebbero venire non dal testa a testa Veltroni-Berlusconi, ma a destra quanto a sinistra dagli attriti tra ex alleati. Le scintille tra Sinistra Arcobaleno e Pd-Idv, tra La Destra e il Pdl e tra lo stesso PdL e l'Udc o l'eventuale piccolo polo moderato centrista che potrebbe nascere nei prossimi giorni, potrebbero creare molte più difficoltà ai due principali candidati premier della loro sfida diretta e risultare più determinanti in termini di consenso. Sinistra e Pd si contendono una buona fetta di elettorato nell'area socialista, il partito di Storace cercherà consensi nel suo ex partito dove i nostalgici della fiamma potrebbero bocciare il progetto Pdl, l'Udc cercherà di strappare voti a Fi e magari anche al Pd nell'area moderata di ispirazione cattolica.
Non più su un solo fronte, dunque, ma su due o più fronti avrà dovuto combattere il futuro Presidente del Consiglio prima di approdare a Palazzo Chigi.

martedì 12 febbraio 2008

L'accordo con Di Pietro conviene davvero al Pd?

Non è ancora chiaro se il Partito Democratico e l'Italia dei Valori correranno insieme in questa campagna elettorale. Ma se è ovvia la compatibilità nel caso di una alleanza tra le due forze in termini di idee e valori, più incerta potrebbe essere la convenienza del partito di Veltroni su un accordo del genere.
I sondaggi che circolano danno l'Italia dei Valori intorno al 4% di consensi alla Camera e possono essere sicuramente un bacino di voti appetibile per il Pd, perchè darebbe qualche chances in più di realizzare una, al momento improbabile, rimonta sul Pdl di Berlusconi, soprattutto se l'Udc decidesse di correre da solo, ed inoltre, al Senato i voti di Di Pietro potrebbero aiutare ad ottenere qualche prezioso premio di maggioranza regionale in più.
Ma cosa succederebbe se l'alleanza non andasse in porto?
Il Pd sarebbe destinato ad una sicura sconfitta, col Pdl e la Lega Nord, ed eventuamente anche Udc, che si spartono il 55% dei seggi alla Camera dei Deputati. Ma, soprattutto in caso di una forte affluenza alle urne che storicamente favorisce i partiti più grandi, l'Italia dei Valori potrebbe rischiare di non superare lo sbarramento del 4%, previsto per tutti i soggetti non coalizzati o presenti in piccole coalizioni, e liberare posti per Sinistra Arcobaleno e Pd, gli unici in grado di superare la soglia. In tal caso il Pd potrebbe compensare lo svantaggio del mancato accordo con Di Pietro col maggiore numero di parlamentari e ritrovarsi anche uno schieramento di centrosinistra molto più libero da ostacoli. Una strategia simile, inoltre, potrebbe spingere sul fronte opposto Berlusconi e Fini a correre definitivamente senza l'Udc, che a quel punto risulterebbe meno determinante per la vittoria del centrodestra.

lunedì 11 febbraio 2008

Due pesi e due misure

Partito Democratico e Popolo della Libertà stanno definendo le allenze in vista del voto e offrono diverse possibilità alle forze politiche che sono ancora con le mani libere. Ad alcuni vengono proposte candidature nelle proprie fila previa la non presentazione del loro simbolo, ad altri questo diritto è concesso e l'alleanza di più liste può decollare. Perchè?

Dopo l'esperienza difficile del governo Prodi appena conclusasi, la riduzione della frammentazione e la formazione di maggioranze omogenee lontane da ricatti o diktat da parte di forze minori è un impegno al quale i maggiori esponenti politici a capo dei soggetti più importanti per peso e numero non possono sottrarsi. Presentarsi davanti agli elettori con coalizioni sullo stile del 2006 li renderebbe facile bersaglio dell'avversario e vittime di attacchi che potrebbero seriamente farsi sentire in termini di perdita di consensi.
Agli annunci di Veltroni di una corsa solitaria del Pd, hanno risposto prontamente sia la sinistra radicale con l'accelerazione nella formazione di un unica forza (la Sinistra Arcobaleno), sia il centrodestra di Berlusconi e Fini con l'improvviso lancio di una lista unica e di un successivo gruppo parlamentare unico.
Al di fuori di questi tre blocchi Partito Socialista, appena nato dall'unione di Sdi ed una piccola pattuglia fuoriuscita dai Ds, Italia dei Valori, Udc, La Destra di Storace e Radicali devono fare i conti col rischio di rimanere fuori dal parlamento per via dello sbarramento al 4%, ben più pericoloso del minuscolo 2% applicato ai partitini alleati nelle coalizioni grandi che superano complessivamente l'8% di consensi.
Ed ecco allora che Pd e Pdl si ritrovano in mano il potere di scegliere con un margine di errore piuttosto minimo chi sarà presente o meno a Montecitorio e Palazzo Madama. Il ragionamento è semplice: si offre la possibilità di presentare il proprio simbolo e allearsi a tutte le forze che raggiungerebbero lo sbarramento del 4% anche da sole al di fuori di ogni schieramento, porte chiuse, invece, con l'offerta di qualche posto di parlamentare nelle proprie fila e chi da solo sarebbe destinato a scomparire dalla scena. Questa seconda proposta è quella che, implicitamente o esplicitamente, è stata recapitata ai vari Boselli del Partito Socialista, a Storace e a tutti i partitini finiti nell'orbita del nuovo partito berlusconiano: Dc per le autonomie, Partito Repubblicano, Liberali di Della Vedova, Azione sociale della Mussolini e la Fiamma Tricolore. Udc e Italia dei Valori invece sembrano quelle destinate ad approdare col loro simbolo al fianco di Veltroni e Berlusconi per affrontare insieme la campagna elettorale. I loro numeri son ben più importanti e attraenti degli altri appena elencati e la loro adesione alla alleanza aumenta sensibilmente le probabilità di vittoria. Pur di accogliere loro i candidati premier sono anche disposti a cedere qualche metro sul terreno della omogeneità della coalizione. Infatti, se è vero che la partita alla Camera è quasi fatta (sembra improbabile un sorpasso di Pd ed eventualemnte Pd e Idv insieme sulla coalizione di centrodestra), al Senato Berlusconi potrebbe cedere alle richieste dell'Udc di ricevere lo stesso trtattamento della Lega Nord (con la presentazione del loro simbolo) e di non sciogliersi nel neonato Pdl. Il Cavaliere non vorrebbe ritrovarsi nella stessa situazione del governo Prodi a governare con una maggioranza risicata al Senato e, in tal senso, i voti dell'Udc potrebbero risultare determinanti per agguantare qualche premio di maggioranza regionale in più, come ad esempio in Sicilia, dove il partito di Casini è sensibilmente forte.

domenica 10 febbraio 2008

Una sfida Veltroni-Sinistra Arcobaleno?

Le vicende degli ultimi giorni in termini di alleanze elettorali e formazioni di nuovi soggetti politici, hanno mutato sostanzialmente lo scenario italiano. Incerti sono non solo i numeri che usciranno dalle urne, ma anche le strategie, gli argomenti prevalenti e i duelli della campagna elettorale appena cominciata.
Il Discorso per l'Italia di stamane di Walter Veltroni, che ha dato avvio al tour del sindaco di Roma per le 110 provincie italiane, ha contribuito a darci una prima idea dell'impostazione che il candidato premier del Partito Democratico intende dare alla sua campagna elettorale. I toni pacati e il non citare mai avversari politici sono già una prima inversione di tendenza significativa rispetto alle campagne elettorali vissute dal '94 ad oggi, quando gli elettori assistevano ai lunghi estenuanti duelli tra Berlusconi e Occhetto, Prodi, Rutelli. Veltroni prova a guardare avanti, al futuro, senza imbattersi in argomentazioni straripetute negli ultimi anni, quelle che miravano alla delegittimazione dell'avversario, arma usata troppo spesso da entrambi gli schieramenti. La brevità di questa competizione elettorale (solo 2 mesi) aiuta anch'essa affinchè il dibattito si incentri più su programmi e progetti per il Paese piuttosto che su meriti e demeriti per le politiche passate. Non sappiamo ancora se sarà questo il metodo utilizzato anche dagli altri candidati alla guida del Paese per parlare agli elettori, ma si può facilmente intuire come, essendo la partita più che mai aperta rispetto agli ultimi precedenti ed avendo l'elettore un margine maggiore di scelta, Veltroni cerchi di parlare ad una molto vasta platea di potenziali elettori, a sinistra come al centro. Infatti, la Rosa Bianca ed eventuali alleanze centriste e la neonata Sinistra Arcobaleno possono creare seri ostacoli alle ambizioni di crescita dell'ex Ulivo, potrebbero rappresentare una pericolosa attrattiva per il popolo di centrosinistra al quale il Pd chiede sostegno. In questo momento attaccare l'avversario a viso aperto non ha senso, non è più in atto uno scontro Unione contro Casa delle Libertà e Prodi contro Berlusconi. Nel caso specifico di Veltroni, uno scontro del genere su più fronti non sarebbe nemmeno attuabile praticamente: gli elettori non comprenderebbero la necessità di attacchi sferrati a destra e a manca a Berlusconi, a Tabacci,a Bertinotti.
Lo stesso discorso però non può essere fatto per la sinistra radicale. La nuova formazione nata dall'unione di Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi e Sinistra Democratica vede nel Pd l'unico fronte su cui combattere per conquistare più consensi del previsto o dal quale difendersi per non accusare una spiacevole defaiance. Potrebbe essere maggiormente conveniente scegliere Veltroni e il Pd come destinatari privilegiati dei loro attacchi, pittuosto che puntare il dito contro gli avversari storici, presenti dall'altra parte della barricata: il centrodestra di Fini, Berlusconi e Casini. Senz'altro alla sinistra radicale rivendicare il suo storico primato nella lotta per i diritti dei lavoratori, per un'economia più equa e per ridurre le ingiustizie sociali aiuterà ad attrarre potenziali elettori del Pd che non sono mai stati pienamente convinti da un progetto che unisce culture che sono state così tanto distanti nel secolo passato.
Il segretario del Prc Giordano ha definito negli ultimi giorni chiaro il quadro politico che si viene pian piano delineando. Ha elencato in una maniera schematica e semplice le forze in campo: una destra guidata da Berlusconi e Fini, il centro di Veltroni e una sinistra rappresentata dalla Sinistra Arcobaleno; in un'altra occasione ha affermato, chissà quanto provocatoriamente, che la nuova formazione, che parte dai lavoratori, si differenzia dal Pd che parte da Montezemolo, presidente di Confindustria.
Sono affermazioni prese non molto in considerazione dai media, ma che potrebbero rappresentare un campanello d'allarme per un Pd costretto a lottare sul fronte socialista-riformista tanto quanto su quello moderato.

venerdì 8 febbraio 2008

Fughe dall'Udc, gli errori di Casini

Follini, Baccini, Tabacci e Giovanardi, sono quattro uomini politici di rilievo fuoriusciti dall'Udc per approdare in diverse formazioni. Il leader storico del partito Casini si ritrova all'angolo indeciso sul da farsi tra una appena annunciata lista unitaria An-Fi e la Rosa Bianca, neo formazione centrista alternativa ai due poli. Qualunque sia la scelta dell'ex Presidente della Camera, confluire nella formazione berlusconiana, restare alleati nella Casa delle Libertà mantenendo il proprio simbolo, o correre da soli senza alleanze, bisognerebbe chiedersi quali sono i motivi che hanno portato alle fughe dal partito democratico cristiano.

Dopo le elezioni europee del 2004, l'Udc rappresentava la vera novità sullo scacchiere politico italiano. Dopo un risultato non brillante alle politiche del 2001, quando l'allora Biancofiore (lista che univa Ccd di Casini e Cdu di Buttiglione), raccolse un misero 3% circa di voti, non riuscendo nemmeno a superare lo sbarramento del 4% (il 25% dei seggi veniva allora assegnato su base proporzionale), l'Udc riuscì a raggiungere il 6% di preferenze nonostante la perdita di consensi complessiva della sua coalizione, Forza Italia infatti scese al 21% perdendo ben 8 punti percentuali (4 milioni di voti circa) in soli 3 anni, mentre An e Lega Nord rimasero pressocchè stabili. Nonostante il calo della Casa delle Libertà gli elettori avevano visto nell'Udc un elemento nuovo, di discontinuità con la leadership di Berlusconi, un partito su cui puntarono elettori del centrodestra non pienamente soddisfatti dal governo, ma difficilmente disposti a passare dall'altra parte della barricata. Si crearono dunque tutti i presupposti per considerare Casini l'erede predestinato della leadership berlusconiana alla guida del centrodestra, oppure, ipotesi più realistica, il leader dell'Udc, considerati i contrasti e la non felicissima coabitazione nella Casa delle Libertà con la Lega Nord, si poteva considerarlo il futuro arbitro al centro di uno schieramento bipolare con la possibilità di far pendere l'ago della bilancia ora da una parte ora dall'altra o, ancora, il leader di una forza centrista che univa tutti gli eredi della Balena Bianca, magari una forza che comprendesse dai margheritini che non si identificavano a pieno nel progetto dell'Ulivo (Partito Democratico) come ad esempio gli ex Popolari di De Mita e Gerardo Bianco fino agli uomini di Forza Italia passando per Mastella.
Tutte ipotesi possibili che richiedevano la medesima strategia di fondo: col passare del tempo Pierferdinando Casini si sarebbe dovuto sempre più disinguere e isolare da Silvio Berlusconi, dalla sua leadership e dal suo partito, mettere in chiaro agli italiani i motivi che facevano dell'Udc un fedele alleato di governo, ma con obiettivi ben più ambiziosi di una semplice sudditanza, con un progetto più alto che andasse oltre i compromessi o i diktat imposti alla Casa delle Libertà.
A pochi mesi dalle elezioni politiche del 2006, sul finire del 2005, l'Unione di centrosinistra era ampiamente avanti nei sondaggi, quando il centrodestra cominciò ad avanzare l'ipotesi di una nuova legge elettorale, che sarà poi approvata dopo agguerriti dibattiti parlamentari. Fu una mossa escogitata con il solo intento di scongiurare una facile sconfitta alle urne e ridurre lo svantaggio col centrosinistra, netto in ogni sondaggio: la legge a vocazione proporzionale, che prendeva il posto del maggioritario, di per sè già dava una grossa mano alla Casa di Libertà, più debole nel confronto tra candidati nei collegi uninominali per via del suo minore radicamento sul territorio e più forte dal punto di vista della semplice somma dei partiti; poi, i premi di maggioranza regionali al Senato, avrebbero prodotto una maggioranza risicata a Palazzo Madama e quindi instabilità al governo, che sarebbe stato costretto troppo spesso a sottostare ai ricatti di piccoli partiti o pochi senatori. In uno scenario simile al partito di Casini sarebbe convenuto mantenere la vecchia legge elettorale, subendo una sconfitta annunciata, ma mantenedo nello stesso tempo ampi margini di movimento, di scelta, di autonomia. Col "Porcellum" svanisce l'impulso per crescere ancora e l'Udc finisce schiacciato dai due Poli e costretto ad ancorarsi al destino di Berlusconi. Marco Follini in dissenso con Casini lascia la segreteria del partito a Lorenzo Cesa e agli inizi della nuova legislatura, eletto come senatore nell'Udc cambierà schieramento fondando prima l'Italia di Mezzo per poi iscriversi al gruppo parlamentare dell'Ulivo. Riceverà poi incarichi dirigenziali nel 2007 al momento della nascita del Partito Democratico.
Durante il governo del centrosinistra poi, l'attesa virata centrista, annunciata anche al congresso nazionale, non arriva e, in vista dell'imminente caduta del governo Prodi, prevista già da alcune settimane, dopo l'annuncio di alcuni senatori di non votare più a favore dell'esecutivo dopo la votazione della finanziaria 2008, si prospetta una nuova campagna elettorale sotto le insegne della Casa delle Libertà, con il leader Berlusconi candidato premier per la quinta volta consecutiva che incalza per la formazione di un nuovo partito di centrodestra che si riconosca nei valori del Partito Popolare Europeo e che comprenda tutti i partiti della CdL controbilanciando la novità politica degli ultimi mesi: la nascita del Partito Democratico. L'annuncio improvviso e inaspettato del nuovo partito da parte di Berlusconi venne subito ignorata sia da Fini che Casini, così che il progetto, considerata l'imminenza del voto e di una campagna elettorale piuttosto breve, sembrava destinato ad arenarsi, fino a ieri, quando il nome Popolo della Libertà (questo il nome della lista, scelto democraticamente con una elezione aperta a tutti gli elettori presso stand di piazza e sul web) torna a circolare, le voci di una possibile lista unitaria tra Alleanza Nazionale e Forza Italia con relativo gruppo parlamentare unico ritornano, per poi trovare improvvisamente conferma nella giornata di oggi con le dichiarazioni dei due leader interessati. L'Udc sembra intenzionato a non aderire al progetto, ma appare destinato ad ancorarsi ancora una volta al carro berlusconiano e a rinviare ancora le ambizioni di forza autonoma al centro dei due poli. Alla notizia della presentazione di una lista unica Giovanardi dichiara che vi farà parte e di essere disposto a lasciare l'Udc, mentre è di pochi giorni fa l'annuncio di Baccini e Tabacci di abbandonare il partito per fondare insieme all'ex leader della Cisl Pezzotta e a Gerardo Bianco la Rosa Bianca, un movimento politico centrista cattolico che si presenterà al di fuori degli schieramenti come alternativa al cosiddetto "bipolarismo muscolare" (espressione utilizzata spesso dall'ex Udc Bruno Tabacci, che sarà anche il candidato premier della nuova formazione). Tabacci e Baccini sembrano percorrere la via indicata da Casini da diverso tempo ma mai intrapresa. L'alleanza tra Udc e Udeur di Mastella in vista delle europee 2009 con la presentazione di un'unica lista è cosa nota e doveva essere uno dei punti essenziali che avrebbe portato ad un rapporto diverso dell'Udc col vecchio centrodestra.
Una vera svolta centrista dell'Udc nel corso di questa breve legislatura, avrebbe fatto saltare lo schema delle coalizioni molto prima e forse in maniera più grave di quanto non sia accaduto con l'annuncio di Veltroni di guidare alle prossime elezioni un Partito Democratico solo senza alleanze nè accordi tecnici, alla Camera come al Senato. La speranza di vedersi al centro di un governo istituzionale, o meglio, di responsabilità nazionale, come ama definirlo il leader Casini, dopo la caduta di Prodi, invocato successivamente con l'aggiunta di un'inedita pregiudiziale, cioè che a quel governo avrebbe dovuto aderire necessariamente anche Berlusconi, forse ha aiutato a rafforzare l'idea negli elettori che un terzo polo, centrale nella scena politica, moderato e alternativo ai carrozzoni sui quali salgono insieme fascisti e Buttiglione, Mastella e Caruso, sia possibile. Avrebbe presumibilmente raccolto i delusi dal Pd, i vari partitini di Mastella, Dini, Rotondi, in una aggregazione sufficientemente forte da superare l'ostacolo dello sbarramento alla Camera dei Deputati e da ottenere un discreto numero di senatori.
Casini non ha colto l'attimo giusto, non ha voluto osare, nè al momento di votare una disastrosa legge elettorale, definita una porcata anche dal suo stesso ideatore, nè durante i 20 mesi del governo Prodi, nè alla vigilia di queste elezioni politiche. Il tempo ci dirà se ha avuto ragione.

giovedì 7 febbraio 2008

Il Pd alle urne da solo

Nonostante gli inviti a riflettere da parte della sinistra radicale nei confronti di Veltroni affinchè in extremis si raggiungesse un accordo tecnico al Senato per coalizzare Partito Democratico e Sinistra Arcobaleno (la lista che nascerà dalla unione di Rifondazione, Verdi, Pdci e Sinistra Democratica) ed evitare che il centrodestra faccia man bassa di tutti i premi regionali previsti dalla legge in vigore, il leader del Pd sembra intenzionato a non cambiare posizione rispetto a quanto espresso più volte nelle ultime settimane e sarebbe disposto eventualmente a formulare allenze esclusivamente con piccole forze politiche (forse Italia dei Valori o Partito Socialista) disposte ad accettare il programma del Pd.
La sinistra radicale rabbrividisce al pensiero di una facile vittoria del centrodestra berlusconiano, ma Veltroni investe in un progetto politico più lungimirante. La coerenza di un programma coinciso, chiaro, immune da ricatti, compromessi ed estenuanti mediazioni tra questo o quel partitino, potrebbe far breccia sia nell'elettorato moderato, dove storicamente sono collocati la maggior parte degli indecisi, sia nella sinistra. L'idea di stabilità, di chiarezza, di governabilità del partito unito che affronta una coalizione composta da almeno 4 forze (Forza Italia, An, Udc, Lega), sicuramente non avara di conflitti interni, e già vista al lavoro per ben 5 anni dal 2001 al 2006, potrebbe portare vantaggi in termini elettorali ben superiori ai 3-4 punti percentuali previsti in caso di corsa solitaria del Pd.
Berlusconi guarda alle mosse dell'avversario con attenzione, anche lui attratto dall'idea di abbandonare alcuni alleati così poco influenti numericamente, che in uno scenario nuovo, col Pd che va da solo, potrebbero non essere più così determinanti come potevano esserlo nel '94, nel '96, 2001, e soprattutto 2006, quando a confrontarsi erano coalizioni ampissime, comprensive di tutto e il contrario di tutto: ogni forza politica, seppur piccolissima, era utile per raccogliere quel voto in più suffuciente per battere l'avversario. Si andava dall'estrema sinistra fino a Mastella e da Follini fino ai nostalgici del fascismo. Il Cavaliere potrebbe non voler correre il rischio di subire attacchi per via di una coalizione troppo eterogenea e dovrà darsi un bel po' da fare prima di trovare la quadratura del cerchio e presentarsi ai nastri di partenza. Ad esempio, Dc di Rotondi, Alternativa Sociale della Mussolini, Riformatori Liberali di Della Vedova perdono il loro peso politico, ma possono trovare collocazione nelle liste di Forza Italia. A questo si aggiungono anche i veti, dei "grandi" della ex Casa delle Libertà: Buttiglione non gradirebbe la presenza della Destra di Storace, Castelli quella di Mastella.

martedì 5 febbraio 2008

Crisi della politica, liste bloccate e preferenze

I dibattiti riguardanti la crisi della politica sono numerosi e controversi viste le diverse interpretazioni che si danno al problema. E' di uso comune oramai individuare le cause dell'allontanamento, del distacco della classe politica dai bisogni dei cittadini, accusata di essere lontana dalle istanze che il popolo pone a chi governa, in vari fattori emotivi, come la sfiducia nelle istituzioni, la poca credibilità verso le classi dirigenti dei partiti, delusione verso una macchina amministrativa spesso poco efficiente e a volte nemmeno efficace. Nulla di più sbagliato. Questi fattori sono semplicemente le conseguenze, e non le cause, di un sistema elettivo sbagliato che induce le forze politiche prima ad allontanarsi dalla loro base, composta da iscritti e militanti, per poi suscitare malcontento e a volte disprezzo da parte dei cittadini verso i loro eletti. Fin dall'inizio della Seconda Repubblica gli italiani sono stati chiamati alle urne con sistemi elettorali, il "Mattarellum" prima e il "Porcellum" poi, che hanno avuto in sè una caratteristica nuova, mai vissuta in Italia in oltre 40 anni di vita della Repubblica: la lista bloccata, che nel 1994 prende il posto della preferenza.
L'attenzione in termini di leggi elettorali è quasi sempre rivolta principalmente al problema di quali soglie di sbarramento stabilire, alla scelta del tipo di sistema elettorale da adottare, proporzionale o maggioritario, a turno unico o doppio turno, francese o tedesco, o a quali norme sarebbe opportuno introdurre, modificare o abrogare per garantire governabilità agli esecutivi, stabilità alle maggioranze, alternanza tra gli opposti schieramenti, ma mai si è aperto un reale dibattitto sulla opportunità di reintrodurre dopo 14 anni la possibilità da parte degli elettori non solo di scegliere schieramento e lista, ma anche il loro candidato. E' una novità, quella della lista bloccata, che ha influenzato più di ogni altra l'agire dei politici, i loro rapporti coi cittadini e col territorio, la partecipazione della gente alla vita democratica.
La possibilità dei vertici dei partiti di stabilire l'ordine in cui saranno eletti i candidati all'interno delle liste, consente loro di conoscere a priori chi saranno gli eletti al Senato e alla Camera, con un margine di errore minimo, circa il 10%. Più di candidature quindi, si tratta di vere e proprie nomine, che consentono di accedere in Parlamento anche a persone mai realmente attive politicamente, a persone meno capaci di altre che magari sono destinate ad un posto peggiore del loro in lista e poi forse nemmeno elette, a persone a volte premiate solo per il fatto di essere moglie, fratello o amico di un esponente importante di un partito.
Inoltre, le lunghe campagne elettorali vengono condotte a mezzo stampa e non più porta a porta. I leader politici attraverso i media combattono una battaglia asfissiante, dai toni accesi dal primo all'ultimo minuto disponibile, dove il marketing politico conta più del contenuto dei progetti e delle proposte discussi. Gli slogan e gli spot così diventano più importanti per determinare il vincitore spostando molte più masse di voti di quanto possano fare la sezione, il circolo, l'amministratore locale. Si verificano anomalie perfino nei numeri: in zone dove una coalizione risulta essere da tempo molto radicata e vincente sia a livello comunale che provinciale che regionale, alle politiche riceve consensi nettamente inferiori alle aspettative. Un caso del genere di è verificato anche alle politiche del 2006, quando il centrosinistra perse il premio di maggioranza al Senato in diverse regioni nelle quali aveva vinto esattamente un anno prima alle consultazioni regionali. E' giusto calare dall'alto un listone di candidature (o nomine), spesso composto da candidati (nominati) nemmeno appartenenti al territorio di quella circoscrizione?
La preferenza, con tutti gli svantaggi che comporta (ad esempio la possibilità del candidato di effettuare un controllo-verifica in alcune sezioni dell'appoggio da parte di determinati elettori, famiglie, gruppi, associazioni, meccanismo che potrebbe innescare una logica perversa di voto di scambio), rispetto alla lista bloccata mette al centro del gioco l'elettore e il suo potere di scelta. E' il candidato ad un seggio in parlamento che deve attivarsi non solo per ottenere il consenso verso la sua lista, ma anche per vincere la competizione con i suoi colleghi di partito. Il sistema elettorale lo "costringe" ad essere vicino all'elettore, a partire dalla base e non ad attivarsi per un posto di provilegio nel partito in cui milita. A quel punto non basteranno solamente gli spot, gli slogan, i manifesti e i dibattiti televisivi per acquisire o perdere consensi, o almeno l'influenza di questi mezzi di propaganda sarebbe enormemente limitata.
In tal caso sicuramente avremmo un panorama politico molto più aperto al cambiamento, essendo stimolato molto più ad ascoltare la voce dei cittadini piuttosto che affrontare scelte poco legate alla volontà dei propri elettori, e soprattutto aperto alle nuove generazioni di politici grazie ad un ricambio generazionale più agevole, quasi fisiologico, che si determina per via della competizione democratica che si evolve all'interno dei partiti e non per abbandono della vecchia classe politica. E' utile ricordare che da quando sono state abbandonate le preferenze (1994) i leader delle principali forze politiche sono rimasti quasi gli stessi: Silvio Berlusconi (Forza Italia), Gianfranco Fini (Alleanza Nazionale), Fausto Bertinotti (Rifondazione Comunista), Umberto Bossi (Lega Nord), Pierferdinando Casini (Udc, allora Ccd), mentre Walter Veltroni (Partito Democratico) di lì a qualche anno sarebbe diventato Segretario dei Democratici di Sinistra. Sarebbe ora forse di provare a sminuire la personalizzazione della politica in atto, guardando di più alle idee, i progetti, le proposte, piuttosto che all'immagine e al carsima di una singola persona.

Marini rimette il mandato: al via la campagna elettorale

Il Presidente del Senato Franco Marini, preso atto dell'inesistenza di una maggioranza solida intenzionata seriamente a riscrivere una nuova legge elettorale, rimette il mandato esplorativo per la formazione di un nuovo governo nelle mani del Presidente della Repubblica, dando sostanzialmente avvio alla campagna elettorale in vista della chiamata alle urne per le elezioni politiche. La data più probabile al momento è quella del 13 aprile. Ci apprestiamo quindi ad una campagna elettorale breve, ben diversa dalle lunghe maratone vissute nel 2001 e nel 2006, quando i toni accesi, le polemiche assordanti, i continui faccia a faccia rissosi, i dibattiti sfacciati coloriti con quel po' di demagogia in più rispetto alla media come si conviene ad ogni campagna elettorale che si rispetti, cominciarono a prendere spazio nei media circa un anno prima della data elettorale, appena dopo l'appuntamento con le urne delle elezioni regionali. Le batoste pesanti subite dal centrosinistra alle regionali del 2000 e dal centrodestra nel 2005 avevano anticipato di un anno l'esito delle elezioni politiche. Così come allora, oggi la bilancia pende da una parte sola: tutto lascia presagire una vittoria della coalizione di centrodestra, guidata per la quinta volta dal Presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi. Non conosciamo ancora con certezza come sceglierà di correre il centrosinistra in questa ennesima sfida contro il Cavaliere. A tal proposito, se è vero che appare improbabile che alla Camera si presenti di nuovo compatto dai centristi fino a Rifondazione così come avvenuto nel 2006, già in diverse occasioni infatti il leader del Partito Democratico Walter Veltroni ha affermato che il Pd correrà da solo indipendentemente dal sistema elettorale, è anche vero che non si sa come si schiererà la coalizione al Senato, dove i premi di maggioranza regionali potrebbero spingere ala riformista e ala radicale a correre sotto le stesse insegne. Potrebbe essere un errore fatale per il centrosinistra infatti, regalare al centrodestra ogni premio di maggioranza regionale: significherebbe trovarsi all'opposizione ad affrontare una maggioranza forte numericamente a Montecitorio ma anche a Palazzo Madama.
Ma così come verificatosi nel 2001 e nel 2006 assisteremo ad una rimonta della coalizione che parte senza il favore del pronostico? Chissà!
Nel 2001 Francesco Rutelli, candidato premier del centrosinistra, allora Ulivo, riuscì, favorito naturalmente dalla campagna elettorale lunga, a ridurre il divario inizialmente consistente col centrodestra al Senato ad 1-2 punti percentuali, praticamente nulla, se si pensa che al Senato Rifondazione Comunista, fuoriuscita dalla coalizione dai tempi della caduta del primo governo Prodi (ottobre 1998), presentava candidati propri nei collegi uninominali (allora vigeva il Mattarellum) che ottennero circa il 5% dei consensi su scala nazionale. Con una desistenza del partito di Fausto Bertinotti al Senato, così come avvenuto alla Camera, ci sarebbe stato un sorpasso sul centrodestra.
Nel 2006 si verifica la stessa situazione a parti invertite: la Casa delle Libertà in autunno, circa 6 mesi prima delle elezioni, è avara di consensi e tutti i sondaggi lasciano presagire una facile vittoria di Romano Prodi su Silvio Berlusconi. Col sistema elettorale allora in vigore il centrodestra difficilmente sarebbe riuscito ad avere la meglio. A quel punto la decisione improvvisa di mettere mano alla riforma delle legge elettorale rimette tutto in discussione. Le modifiche in senso proporzionale della legge, i premi di maggioranza regionali, l'abolizione dei collegi uninominali, lasciano intendere una manovra strumentale ad hoc da parte dei partiti di centrodestra per ridurre il divario con l'Unione. La nuova legge, che lo stesso ideatore Roberto Calderoli definirà "una porcata" e sarà perciò definita "Porcellum", per via degli stretti margini di maggioranza che produce al Senato e della frammentazione politica che incentiva grazie ad uno sbarramento eccessivamente basso (2%), si rivela inadeguata a garantire alla futura maggioranza stabilità e governabilità. Alla fine il 9 e 10 aprile 2006 si ha la conferma che il cosiddetto Porcellum ha fortemente stimolato il recupero di Berlusconi. Il risultato che esce dalle urne è un sostanziale pareggio. Il divario si era ridotto enormemente nel corso delle settimane, fino a raggiungere la cifra minima di 24.000 voti, pari a circa lo 0,06% dei votanti. Al Senato addirittura il centrodestra pur raccogliendo circa 200.000 in più del centrosinistra si trova in svantaggio di due senatori. Una vera beffa per la casa delle Libertà: la legge elettorale che li aveva condotti ad una incredibile rimonta, gli aveva negato poi una meritata maggioranza al Senato.
Ora spaventa l'idea di doverci ripresentare alle urne e votare, col rischio di ritrovarci poi nella stessa situazione di 22 mesi fa: una coalizione vincente con una maggioranza ampia alla Camera dei Deputati e molto risicata al Senato e un governo incatenato dai diktat ora di questo senatore, ora di quel piccolo partitino, ora di quell'altro gruppetto di dissidenti, costretto, pur di accontentare tutti e a durare nel tempo, costretto ad approvare provvedimenti che sono spesso compromessi di idee troppo diverse per stare insieme nello stesso esecutivo, costretto ad assolvere solo parzialmente i punti del programma sottoscritto davanti agli elettori o, peggio ancora, in assenza di una comune convergenza costretto a depennarli dall'agenda di governo.

lunedì 4 febbraio 2008

Verso le elezioni anticipate

Mentre il giro di consultazioni del Presidente del Senato Marini si conclude, si può dire svanito l'obiettivo desiderato da gran parte della coalizione di centrosinistra di costruire una maggioranza parlamentare che sostenga un nuovo governo di larghe intese al fine di riscrivere nel giro di qualche mese la legge elettorale e, se possibile, i regolamenti parlamentari. Il Presidente Marini ha incontrato stamane i leader dei più importanti, numericamente e politicamente, gruppi parlamentari, gli ultimi ad essere interpellati sul da farsi, ma l'esito delle consultazioni sembra scontato: si intravedono all'orizzonte nuove elezioni politiche (si svolgeranno quasi sicuramente tra il 6 e il 13 aprile). La necessità di una legge elettorale nuova è verità accertata da qualunque forza politica e non solo, anche sindatati e associazioni di categoria (Confindustria, Confcommercio, Confartigianato ed altre), ma l'accordo su un nuovo disegno di legge che smantelli quella in vigore, totalmente inadeguata a conferire stabilità ai governi per via dei margini di vantaggio risicati che genera al Senato, definita "Porcellum" perfino dal suo stesso ideatore, il leghista Calderoli, non è mai decollato, neanche negli ultimi mesi, quando il leader del Partito Democratico Veltroni aveva provato a dialogare sul tema con tutti i leader dell'opposizione per trovare una convergenza. Nessuna delle ipotesi in campo alternative al Porcellum (sistema tedesco, sistema francese, "Vassallum", "bozza Bianco", etc.) ha mai realmente fatto breccia nelle fila dei due schieramenti, o almeno non in maniera tale da ottenere una maggioranza ampia tra i parlamentari.
Da una parte l'Unione era frenata dall'opposizione dei piccoli partiti che la compongono, determinanti al Senato per via della maggioranza risicata, che tiene sulle spine il governo Prodi fin dai primi giorni della legislatura. Un accordo su una qualsiasi delle ipotesi prese in considerazione avrebbe, infatti, sensibilmente ridotto la frammentazione con l'innalzamento dello sbarramento al 4 o 5% dall'attuale 2% (con l'aggiunta del ripescaggio del maggiore partitino al di sotto di tale soglia!). I "piccoli" dell'Unione (PdCI, Verdi, Italia dei Valori, Sinistra Democratica, Socialisti, Udeur) sicuramente non avrebbero gradito una nuova legge elettorale per loro penalizzante, e considerato il loro fondamentale apporto all'esecutivo, avrebbero seriamente minato alla stabilità del governo Prodi.
Per quanto riguarda la coalizione di centrodestra, il freno alla trattativa è stata l'imminente e prevedibile caduta del governo Prodi, prevedibile fin dai giorni in cui si votò la legge Finanziaria 2008, quando tra i banchi di Palazzo Madama, alcuni senatori dichiararono di votare la fiducia al provvedimento ma di non aver più intenzione in futuro di sostenere l'esecutivo così come avevano fatto fin dal suo insediamento. Con un governo avaro di fiducia da parte dei cittadini, stando ai sondaggi ai suoi minimi in termini di popolarità, in caso di elezioni anticipate, meglio ancora se riavvicinate, la coalizione guidata da Silvio Berlusconi otterrebbe un margine accettabile in entrambe le Camere anche con la legge elettorale in vigore. E quando si tratta di numeri, si sa, ogni partito piccolo o grande che sia, antepone l'interesse di parte a quello generale, così An, Forza Italia e Lega si sono compattate nel chiedere elezioni anticipate evitando tutte quelle trattative con Veltroni intraprese da settimane. La richiesta invece da parte dell'UDC di un governo di responsabilità nazionale è poi svanita nel nulla, visto che stando alle parole del Segretario Casini era un'ipotesi che doveva riguardare anche Forza Italia e non poteva realizzarsi senza l'apporto di Berlusconi.
L'unico spiraglio delle lunghe trattative era quello di un accordo tra i soli due maggiori partiti italiani, Partito Democratico e Forza Italia, accordo che sarebbe andato in porto solo se i due leader avessero deciso a priori di correre da soli alla prossima tornata elettorale, liberandosi della compagnia di alleati troppo diversi tra di loro, che li hanno parecchio limitati nell'azione di governo nelle ultime legislature, sottoponendoli a continui diktat e compromessi ora da questa ora dall'altra parte della coalizione. Alleanze larghe dall'estrema destra all'UdC di Casini, Buttiglione e Tabacci e dall' estrema sinistra dei Trotskisti minoranza di Rifondazione all'Udeur di Mastella sembrano oramai al capolinea, non perchè il Partito Democratico sembra intenzionato ad andare da solo alle elezioni come dichiarato più volte nelle ultime settimane dai massimi esponenti del partito, ma perchè è stata verificata l'impossibilità di attuare progetti ampi, strutturali, di lungo periodo con governi sostenuti da maggioranze così larghe. In una coalizione larga a quanto pare si riesce a convergere dopo mille confronti e mediazioni sulla singola legge o sul programma di qualche anno, nulla più. Il centrodestra ora prova il tutto per tutto, forte dei sondaggi che strizzano l'occhio alla coalizione di Berlusconi, e dovrebbe essere il Cavaliere ad uscire vincitore dalle urne, a meno che non vi siano clamorose sorprese...