martedì 16 dicembre 2008

Di Pietro avanza: Pd, sveglia!

Per Antonio Di Pietro tutto fila liscio. Anche la sconfitta abruzzese del suo candidato, preventivabile, è indolore. Quello che palesemente balza agli occhi all’indomani del voto, infatti, è quel 15% di consensi messi in cassaforte dall’Italia dei Valori, si tratta di oltre il doppio dei voti ottenuti in Abruzzo alle Elezioni Politiche di aprile. Il Partito Democratico, invece, continua a perdere colpi: i circa 20 punti percentuali di consensi ottenuti sono solo il 60% di quelli raccolti otto mesi fa. La leadership, la collocazione europea, le liti interne, l’organizzazione, sono i nodi irrisolti che continuano imperterriti ad erodere il principale partito di opposizione. Che fare? I problemi si risolvono dalla radice e la direzione nazionale del 19 dicembre dirà poco o niente, bisognerà aspettare le Europee e il dopo Europee. Un’ulteriore batosta per il partito di Walter Veltroni lo condannerebbe a lasciare la guida, e senza una sconfitta dovrebbe lasciare lo stesso, al congresso autunnale. L’ideale sarebbe un congresso anticipato in primavera, ma oramai tutti hanno messo da parte questa ipotesi: dicevano che sarebbe stato controprodicente andare ad una resa dei conti con un congresso anticipato mettendo nero su bianco tutte le difficoltà e gli attriti, roba da masochisti. E allora si va avanti alla giornata. Veltroni ha giocato le sue chances un anno fa con la strategia dell’”andiamo da soli” e gli è andata male fin da subito. La giocata non è riuscita. Al Senato la sua coalizione avrebbe potuto ritrovarsi dopo le Politiche in una situazione di sostanziale pareggio per via di questa goffa legge elettorale, ma Popolo della Lbertà e Lega Nord hanno fatto man bassa di voti e seggi e non c’è stato più nulla da fare.
Massimo D’Alema sostiene oggi, ma forse anche prima, che il partito deve guardare tanto alla sinistra quanto al centro per stabilire alleanze, nuove alleanze. Diceva in un’intervista al Riformista: “Noi siamo la forza leader di un qualsiasi governo alternativo alla destra. Forza guida, ma non esclusiva né autosufficiente”. Alleati con chi? Gli interlocutori possono essere solo due: il Partito Socialista e l’Udc. Avanti così, con un Di Pietro col coltello dalla parte del manico, che impone candidati ed esercita un potere di veto che richiama quello della sinistra radicale ai tempi del governo Prodi, non si può andare. La sua opposizione, che tanto piace al popolo di centrosinistra, sfacciata e dura nei confronti della maggioranza e del Presidente del Consiglio, è il vero pericolo: più tempo passa più l’Idv cresce, fino ad ora a rtimi esponenziali (2,3% alle Politiche 2006, 4,4% nel 2008, i sondaggi di queste settimane parlano di un consenso che oscilla tra il 6 e l’8%). Si legge oggi sul blog di Di Pietro: “L’Italia dei Valori "ha vinto" (15,1% dei votanti, rispetto il 2,5% delle precedenti regionali), perché rappresenta ogni giorno di più il popolo italiano e non perché sta “erodendo” il consenso del Partito Democratico come si affrettano a sostenere alcuni alti dirigenti del Pd”. Excusatio non petita, accusatio manifesta: l’Italia dei Valori sta erodendo consenso al Pd.

lunedì 15 dicembre 2008

I marxisti temono i servizi segreti

Pochi giorni fa Silvio Berlusconi in occasione della presentazione del libro di Bruno Vespa ha definito “marxista-leninista” l’opposizione del Pd. Cosa ne pensano i veri marxisti-leninisti del Pmli Partito Marxista Leninista Italiano? Riportiamo integralmente il comunicato stampa:

L'accusa del neoduce Berlusconi ai partiti della sinistra parlamentare di essere dei marxisti-leinisti è un'enorme e palese bugia. Costui sa bene che nessuno di essi, e nemmeno il PRC e il PdCI, ha a che vedere col marxismo-leninismo. Ai suoi occhi, tutti coloro che in qualche misura si oppongono alla sua politica interna e estera mussoliniana sono marxisti-leninisti, perfino l'innocuo, frastornato e rincretinito PD di Veltroni.

L'uso del termine "marxista-leninista" da parte del nuovo Mussolini non ci tocca per niente. Anche se per Berlusconi, e a ragione, i marxisti-leninisti sono i veri nemici, suoi, del capitalismo e del regime neofascista, presidenzialista, federalista e interventista da lui instaurato sulla base del "piano di rinascita democratica" della P2 di Gelli e dello stesso Berlusconi.

Non passerà molto che il neoduce sarà costretto ad attaccare direttamente il nostro Partito, il PMLI, che da 14 anni non perde un solo giorno per denunciarlo come il nuovo Mussolini. Intanto ha mosso il giornale fascista di AN, "Il Secolo d'Italia", che ieri, in prima pagina, ha lanciato un sinistro segnale contro il PMLI attraverso un titolo apparentemente ironico, "L'Italia ha un faro marxista e non lo sa", riferendosi al 5° Congresso nazionale del nostro Partito che si è tenuto vittoriosamente a Firenze nei giorni 6, 7 e 8 dicembre. Si tratta evidentemente di una segnalazione a Maroni, ministro dell'interno, ai servizi segreti e ai gruppi nazi-fascisti per mettere a tacere il PMLI.

martedì 9 dicembre 2008

Il liberista che non t'aspetti

Mentre i giornali vicini al centrodestra inneggiano al liberismo di Giulio Tremonti e rassicurano i liberisti, dal più importante aggregatore dell’area liberal piovono critiche a governo e ministri

Le accuse alla sinistra tassatrice, rea di mettere le mani nelle tasche degli italiani, illiberale, violatrice della libertà dell’individuo, ostile a chi nella vita fa, produce, crea ricchezza, hanno accompagnato con successo Silvio Berlusconi nella sua avventura politica e lo hanno aiutato a diventare l’emblema italiano del liberismo economico: meno Stato, più mercato. O almeno, emblema avrebbe dovuto esserlo. Sono passati 14 anni dalla discesa in campo del Cavaliere e adesso, viste le misure adottate nel decreto anticrisi, i liberal-liberisti italiani sono incazzati neri, o quanto meno delusi dalla politica economica del governo. Ne prendiamo atto grazie al principale think thank italiano dell’area liberal-liberista-conservatrice: Tocqueville – La città dei liberi (“un aggregatore per blog liberali, conservatori, neoconservatori, riformatori e moderati” si legge nella presentazione del pensatoio ideologicamente vicino al centrodestra).

OGGETTIVISTA – Venerdì scorso campeggiava in prima pagina l’articolo di Oggettivista, dal titolo Poteva andare molto peggio, che era un duro e vero affondo nei riguardi del Popolo della Libertà. Si leggeva tra le righe: “Tutti i liberisti sono sconcertati dalla deriva statalista del governo “delle libertà”. Bastava leggere il programma per non rimanere scioccati: il programma ufficiale del Pdl, pubblicato e diffuso nella primavera del 2008, era socialdemocratico nella sua essenza, prevedendo più interventi pubblici e aggiustamenti del funzionamento dello Stato massimo italiano, non certo una sua riduzione”. Sotto accusa non solo la linea politica, ma anche i singoli provvedimenti, come la recente tassa-Sky: “Va tutto bene? No. Perché il risultato è sempre un aumento delle tasse (spacciate come tasse ad hoc, come quella su Sky, che in realtà si spalmano su tutti o quasi tutti gli italiani per i loro effetti collaterali) e della spesa pubblica, un freno alle privatizzazioni e un’ulteriore regolamentazione. Si poteva fare di meglio? Sì. Perché la libertà non è un qualcosa che si può affermare quando le cose vanno bene e da archiviare quando c’è crisi. Anzi, quando c’è crisi la libertà è ancora più urgente”. Meno dura la critica al piano anticrisi: “In tutta l’Europa e negli Usa lo Stato sta intervenendo in modo molto più massiccio. Ormai c’è la convinzione generalizzata (legittimata dal nuovo Nobel per l’economia Paul Krugmann) che sia lo Stato a dover salvare i risparmiatori, creare posti di lavoro “socialmente utili”, regolare i prezzi e imporre nuove regole contro gli “speculatori”, un po’ come si faceva negli anni ‘30, il decennio d’oro dello Stato totale. A fronte di questa tendenza, i 6,3 miliardi di euro del pacchetto anticrisi di Tremonti (lo 0,4% del Pil) sono una piuma rispetto ai macigni di interventismo che si vedono altrove. Soprattutto, in Italia non si nota la nascita di nuove grandi strutture permanenti statali. Non c’è l’equivalente di una nuova Iri, insomma”.

SALON VOLTAIRE - Poi ci sono i liberisti incazzati perché il liberismo e il liberalismo, quelli autentici, li vorrebbero per davvero, ma non lo trovano in giro, da nessuna parte. Su Salon Voltaire si leggeva lo stesso giorno (venerdì scorso) Ma quale "mercato libero": è un oligopolio di offerte ai danni della domanda, in cui la crisi globale diviene solo lo spunto per compiere un’analisi di più ampia portata. Scriveva l’autore: “Non ci sono più i liberali-liberisti e libertari d’una volta. Beati noi che ancora crediamo alle differenze tra Stati Canaglia, con despoti medievali sopravvissuti nel Sud-Est del Mondo, e Stati Virtuosi, retti da illuminati ed equanimi reggitori della res publica che hanno scelto per puro masochismo il più freddo Nord-Ovest”. Poi si ritorna sulla crisi di oggi: “Ma a nessuno è venuto in mente che il patatrac è accaduto non per "eccesso di mercato libero", ma per "difetto di mercato libero". Un finto mercato in cui la parte più importante, la domanda, i consumatori, era tenuta all’oscuro del contenuto della merce venduta. Un mercato così non verrebbe tollerato neanche alla fiera settimanale di dromedari di Islamabad, tra mercanti puzzolenti di assafetida e fieno greco. C’era bisogno di vestirsi di blu e andare profumati in ufficio a Wall Street o alla City?”. Due sono le questioni che bisogna affrontare per liberarsi di questa trappola del finto liberalismo. Primo, le responsabilità: “Com’è che la polizia finanziaria dell’FBI non ha operato arresti a migliaia, svuotando Guantanamo dei finti terroristi islamici e riempiendola di veri terroristi infiltrati a Wall Street per carenza di controlli e connivenze politiche?”. Secondo, il riequilibrio dei poteri: “Ora che la bilancia si è rotta, occorre rimettere i piatti allo stesso livello. E si deve soprattutto rafforzare il piatto della domanda, nel senso di innalzarla finalmente al medesimo livello di poteri e di informazione che leggi troppo addomesticate dalle lobbies hanno finora assegnato all’offerta, cioè ai produttori”. Per Salon Voltaire: “Gli Stati dovrebbero diventare davvero liberali in tutto, visto che beni e servizi toccano tutti gli aspetti della società”. E presenta la sua ricetta al riguardo: “Il venditore è l’unico a conoscere bene il bene venduto. Nessun acquirente può davvero sapere che cosa si nasconde nella scatola. Questo è il marcio del finto mercato, per niente libero. Del resto, quando parlano tra loro finanzieri e industriali per "mercato" intendono una cosa sola: il pubblico, i potenziali acquirenti. E dunque, perché gli Stati finto-liberali dell’Occidente non danno ampi poteri agli acquirenti che compensino la loro inferiorità contrattuale? Anche i codici civili andrebbero riscritti: sono sempre dalla parte del venditore, non del mercato”.

1776 - Sempre attraverso Tocqueville veniamo a conoscenza di un ulteriore nuovo affondo anti-Tremonti. Le parole sono del blog 1776: “Deprimente Tremonti ieri sera a Porta a Porta. Andava d'amore e d'accordo con Sansonetti che ha recitato la solita formuletta su ridistribuzione e diseguaglianza, dando pure prova della sua raffinata capacità di analisi economica incolpando della crisi odierna Ronald Reagan. Così, tanto per dire un cazzata di sinistra. E Tremonti ascoltava compiaciuto. Replicando con la formuletta della libertà malvagia del capitalismo che deve essere regolata dallo stato onnisciente e virtuoso”. 1776 si spinge oltre e ricorda quanto scritto sul Corriere della Sera da Galli della Loggia: “Ecco che cos' è per lo più la destra italiana: una caricatura della sinistra”.

IL FOGLIO - Recita così il pezzo di Francesco Forte pubblicato su Il Foglio del primo dicembre: “Leggendo il decreto anticrisi del governo si scopre che il ministro Giulio Tremonti, l’antimercatista, è molto più liberale o liberista dei suoi colleghi degli altri stati europei e perfino dei professori Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, in costante polemica con l’antimercatismo tremontiano. La linea Tremonti di questo decreto è più coerente con l’economia sociale di mercato neoliberale di Einaudi e Ropke (e con l’economia di mercato “sociale” di Vanoni) anche rispetto alle tesi di Mario Monti, che si autodefinisce paladino dell’economia sociale di mercato”.

L’OCCIDENTALE - Per Piercamillo Falasca, che ha scritto su L’Occidentale, invece, “ad oggi, i liberisti non pentiti possono essere soddisfatti di come il Governo sta reagendo alla crisi” e aggiunge nel pezzo “Non ci resta che applaudire le scelte di Tremonti, il quale ha saputo tenere a bada gli istinti di spesa della maggioranza e le obiezioni esterofile dell’opposizione”. Direi che l’analisi di Falasca sia un po’ troppo generosa nei confronti del governo. Nel pezzo si specifica che l’“iniezione di liquidità nel sistema per via fiscale” e “qualche intervento di sostegno ai redditi” hanno “un costo molto limitato, appena lo 0,3 per cento del Pil, soprattutto se paragonato a ciò che per fortuna non è stato fatto, vale a dire lasciarsi prendere dal desiderio di intervenire pesantemente nell’economia, di imitare altri paesi europei nello sfruttare gli inediti spazi concessi dall’Europa su Maastricht e di riproporre vecchie ricette di politica industriale”. Si fa riferimento per giustificare gli esili margini di movimento di cui gode il governo italiano in termini di politica fiscale, alle scelte scellerate degli anni Ottanta, quando il debito pubblico fu fatto crescere a dismisura dall’allora pentapartito. Sicuramente concordiamo, non possiamo certamente permetterci il lusso di un massiccio intervento pubblico, ma nel suo piccolo non poteva fare qualcosina anche il governo Berlusconi 2001-2006 che quel debito ha contribuito a farlo crescere erodendo i circa 5 punti di avanzo primario che aveva ereditato dal centrosinistra, che, numeri alla mano, per ridurre il debito un buon lavoro l’aveva fatto dal ’96 in poi?

martedì 2 dicembre 2008

Casini è il nuovo Prodi?

L’ESPERIMENTO - Da quando si è cominciato a parlare insistentemente di un futuro accordo tra Partito Democratico e Udc su scala nazionale? Dalla campagna elettorale per le Provinciali trentine, per la precisione. Svoltesi meno di un mese fa hanno visto il candidato del Pd, Lorenzo Dellai, vincere con l’appoggio dell’Udc. Walter Veltroni non si limitò allora solamente alla frase di rito “Il clima sta cambiando”, si spinse oltre: “Il risultato ottenuto dal nostro schieramento incarna una nuova e coerente ispirazione riformista e una visione di moderno autonomismo“. Fu più esplicito Enrico Letta: “Il modello delle Provinciali in Trentino è l'unico con il quale possiamo vincere anche a livello nazionale“. Sulla stessa lunghezza d’onda di Letta l’ex Ministro Pierluigi Bersani: “L'alleanza Pd-Udc è stata la più credibile. Ed è la stessa strada da seguire, sia a livello locale che nazionale“. Il Presidente di centrosinistra della Provincia di Milano, Filippo Penati, parlò di “modello su cui ci si può lavorare”. Dall’altra parte il Segretario centrista Lorenzo Cesa, non nascose la soddisfazione sua e del suo partito: “I nostri elettori hanno votato massicciamente per Dellai e siamo contenti del risultato. È stato un esperimento positivo che abbiamo sostenuto con convinzione in tutta la campagna elettorale, sia io che Casini”.

IL NUOVO PRODI - Sta per nascere l’Alleanza di Centro, risultato di un’ennesima fuga dall’Udc, dopo quelle messe in atto da Marco Follini (Italia di Mezzo), Carlo Giovanardi (Popolari Liberali) e Mario Baccini (Federazione dei Cristiano Popolari). Sono pesanti le parole pronunciate sabato scorso dal promotore del nuovo movimento, Francesco Pionati, il senatore appena fuoriuscito dall’Udc per dirigersi verso il centrodestra berlusconiano perchè insoddisfatto della linea dell’ex Presidente della Camera, ostile ad ogni tentativo di ricongiungimento con i vecchi alleati pidiellini: “Secondo me qualcuno ha garantito a Pier Ferdinando Casini che sarà lui il nuovo Prodi, il prossimo candidato del centrosinistra alla Presidenza del Consiglio”. Una cosa simile l’aveva già detta Carlo Giovanardi un mesetto fa, guardacaso proprio all’indomani della vittoria trentina di Dellai targata Pd-Udc: ”Casini dopo aver ricoperto altissimi incarichi di governo nel centrodestra ambisce di fatto a tornare al governo con lo schieramento opposto”. E’ solo suggestione?

I DUBBI - I sondaggi parlano di un elettorato centrista molto più vicino al Popolo della Libertà che al Pd. E questo non è un mistero. Fin troppo facile immaginare che dopo 14 anni di convivenza col centrodestra berlusconiano anche l’elettorato si sia identificato in quella parte politica e difficilmente capirebbe il salto del fosso. Punto secondo: non credo che per l’elettorato di sinistra, che in nome del voto utile ha appoggiato Veltroni alle Politiche di aprile affossando la sinistra radicale gradirebbe una operazione simile. “Ma ve li immaginate Totò Cuffaro e Giuseppe Lumia che fanno la campagna elettorale insieme nella stessa regione?” si chiederebbe tra sé e sé l’elettore medio diessino/socialista/post-comunista. Entrambi sono stati candidati ed eletti al Senato della Repubblica come capilista alle ultime elezioni Politiche, entrambi in Sicilia. Il primo nell’Udc, il secondo nel Partito Democratico. Cuffaro ad inizio anno, negli stessi giorni della caduta del Governo Prodi, è stato condannato per favoreggiamento nei confronti della mafia a 5 anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici; Lumia è uno dei simboli della lotta alla mafia, il pentito Nino Giuffrè parlò di un attentato ai suoi danni progettato da Cosa Nostra e da Bernardo Provenzano, poi mai attuato.

venerdì 28 novembre 2008

Calamita Pdl

Piccoli e grandi moderati attratti dalla vincente ex Casa delle Libertà

La cosiddetta Luna di Miele del governo Berlusconi continua e ne è un segnale chiaro l’evidente forza attrattiva del Popolo della Libertà verso le diverse cellule moderate che si staccano da altri luoghi per accomodarsi nella accogliente casa berlusconiana, la casa che naviga dritta verso il successo delle Europee. Infatti, se le alleanze del Partito Democratico dovessero rimanere queste, se la leadership veltroniana non dovesse essere messa in discussione e se lo stesso Segretario non si mettesse egli stesso in discussione con un congresso anticipato, ci sarà poco da discutere di vittorie e sconfitte nei prossimi mesi. Il quadro è chiaro.

INIZIO 2008 - Il Pdl, dicevo, è davvero una calamita. Due senatori margheritini, Giuseppe Scalera e Lamberto Dini, al momento della nascita del Partito Democratico diedero vita ad un nuovo movimento, quello dei Liberaldemocratici. Pochi mesi più tardi furono tra i protagonisti della caduta del governo Prodi II, negando la fiducia al centrosinistra insieme a Clemente Mastella e Tommaso Barbato dell’Udeur. Indette elezioni anticipate per l’aprile 2008, i Liberaldemocratici passarono dall’altra parte della barricata. Scalera è ora un deputato, Dini senatore. Furono eletti entrambi nelle fila del Pdl. Posti assicurati nelle liste bloccate. Un mese dopo il giuramento del nuovo governo i Liberaldemocratici si sciolsero per entrare a far parte a pieno titolo del Popolo delle Libertà. Il Pdl era davvero una calamita in quel periodo, quando Carlo Giovanardi lasciò il partito di Casini per fondare i Popolari Liberali, anch’essi pronti un giorno a confluire nel Pdl, ed ha continuato ad esserlo dopo lo schiacciante successo che gli ha assicurato una solida maggioranza in entrambi i rami del Parlamento.

PRIMA DEL VOTO – Alla vigilia delle Elezioni Politiche di aprile la Democrazia Cristiana di Giuseppe Pizza vinse il ricorso al Consiglio contro l’esclusione decretata al momento della presentazione delle liste dal Viminale, causa l’eccessiva somiglianza tra il simbolo Dc e quello dell’Udc di Casini. La vittoria nel ricorso ottenuta a pochi giorni dal voto avrebbe potuto far slittare di 2/3 settimane il voto di aprile e dare grandissima visibilià al partito di Pizza, molto piccolo numericamente. La Dc evitò lo slittamento delle urne rinunciando a presentarsi sulla scheda elettorale, e garantendo il proprio appoggio alla coalizione berlusconiana con la quale aveva stabilito un “accordo tecnico” per il Senato. Pizza è oggi Sottosegretario all’Istruzione, Università e Ricerca.

DOPO IL VOTO – Una calamita il Pdl lo è stato anche per il senatore Mario Baccini, eletto ad aprile tra le fila dell’Udc e per l’Udc candidato alla carica di Sindaco di Roma poche settimane prima della decisione di staccarsi dal partito centrista per approdare nella nuova casa del centrodestra. Baccini per l’occasione ha fondato a maggio la Federazione dei Cristiano Popolari. Ironia della sorte, ad inizio anno, dopo l’annuncio da parte di Fini e Berlusconi della nascita di una lista unitaria Fi-An (poi divenuta Popolo della Libertà), Baccini insieme a Bruno Tabacci aveva dato il via al progetto della Rosa Bianca, una nuova forza politica alternativa alle coalizioni di Veltroni e Berlusconi, posta al centro dello scacchiere politico italiano. In attesa di una decisione da parte del loro leader Casini se aderire o no alla nuova casa del centrodestra, loro avevano già stabilito che era giunto il momento di rompere col Cavaliere. Come si cambia.

ULTIME ATTRAZIONI - Il Pdl è stato una calamita pochi giorni fa per il senatore Sergio De Gregorio, che ha sciolto il suo movimento Italiani nel Mondo, sorto nel 2006 all’indomani della rottura con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, partito nel quale era stato eletto alle Politiche dello stesso anno. Il Pdl è stato una calamita, ultimo in ordine cronologico, per il portavoce dell’Udc, Francesco Pionati, ex giornalista del Tg1, poco interessato alle voci che vogliono il partito dello scudo crociato possibile alleato in futuro del Partito Democratico.

mercoledì 26 novembre 2008

Il Parlamento secondo Facebook

Le elezioni politiche fatte dal web. Proviamo a scoprire quale risultato uscirebbe dalle urne se a votare fosse solo il popolo della rete.

Le intenzioni di voto degli italiani le conosciamo. Sono quelle fuoriuscite dalle urne l'aprile scorso e quelle che molti istituti di sondaggi ci comunicano settimanalmente. Ma come sarebbe il Parlamento italiano se gli elettori si comportassero come i navigatori di Internet iscritti ai tanti gruppi politici presenti su Facebook? Il quadro sarebbe davvero particolare. La Lega Nord va fortissimo, è il primo gruppo italiano tra i partiti politici, seguita dal Partito Democratico. L'Italia dei Valori incalza il Popolo della Libertà nonostante alle urne raccolga un consenso quasi dieci volte inferiore. Rifondazione andrebbe ben oltre lo sbarramento ottenendo più di 50 seggi alla Camera, mentre l'Udc sarebbe fuori dal Parlamento e sarebbe una delle più piccole forze politiche. Forza Nuova per poco non riuscirebbe a superare la soglia del 4%.

RISULTATI ELEZIONI POLITICHE in base agli iscritti ai gruppi di FACEBOOK (Camera dei Deputati)

LEGA NORD (circa 7.700 iscritti) 34,1% (244 seggi)
POPOLO DELLA LIBERTA' (3.000 iscritti) 13,3% (95 seggi)
MOVIMENTO PER L'AUTONOMIA (50 iscritti) 0,2% (1 seggio)
TOTALE PDL + LEGA NORD+ MPA (10.700 iscritti) 47,6% (340 seggi)

PARTITO DEMOCRATICO (4.850 iscritti) 21,5% (159 seggi)
ITALIA DEI VALORI (2.450 iscritti) 10,8% (80 seggi)
TOTALE PD + ITALIA DEI VALORI (7.300 iscritti) 32,3% (239 seggi)

RIFONDAZIONE COMUNISTA (1.550 iscritti) 6,9% (51 seggi)
FORZA NUOVA (800 iscritti) 3,6%
SINISTRA DEMOCRATICA (600 iscritti) 2,7%
LA DESTRA (550 iscritti) 2,4%
PARTITO DEI COMUNISTI ITALIANI (350 iscritti) 1,6%
PARTITO SOCIALISTA (300 iscritti) 1,3%
SINISTRA CRITICA (200 iscritti) 0,9%
UNIONE DI CENTRO (150 iscritti) 0,7%


RISULTATI ELEZIONI POLITICHE 2008 (CAMERA DEI DEPUTATI)

POPOLO DELLA LIBERTA' 37,4%
LEGA NORD 8,3%
MOVIMENTO PER L'AUTONOMIA 1,1%
TOTALE PDL + LEGA NORD+ MPA 46,8%

PARTITO DEMOCRATICO 33,2%
ITALIA DEI VALORI 4,4%
TOTALE PD + ITALIA DEI VALORI 37,6%

UNIONE DI CENTRO 5,6%
LA SINISTRA L'ARCOBALENO 3,1%
LA DESTRA - FIAMMA TRICOLORE 2,4%
PARTITO SOCIALISTA 1,0%
TOTALE altri 3,5%

lunedì 24 novembre 2008

Yes, we can't

Cosa non va nel Partito Democratico

LEADERSHIPWalter Veltroni è stato eletto segretario di un nuovo partito, il Partito Democratico, alla sua nascita, circa un anno fa, attraverso una competizione primaria nella quale nessuno degli altri concorrenti avrebbe potuto ostacolare la sua trionfale vittoria (il ritiro della candidatura di Pierluigi Bersani gli spianò, infatti, la strada verso gratificanti percentuali bulgare); ha stabilito una nuova strategia per il neonato partito decidendo di rompere con i vecchi alleati, sancendo nuovi accordi elettorali e di fatto rompendo tutti gli schemi che tenevano inchiodato da troppi anni il quadro politico ad un “bipolarismo maccheronico”; sei mesi dopo l’inizio della missione ha subìto una dura sconfitta alle Elezioni Politiche che hanno visto trionfare il centrodestra con una maggioranza solida in entrambi i rami del Parlamento; infine, ha continuato a guidare il partito, che tra l’altro riscuote quasi un terzo dei consensi degli italiani, dai banchi dell’opposizione, come leader della minoranza. Sarebbe un sogno continuare a guidare il Pd senza imbattersi in critiche pungenti e opposizioni interne di rilievo. I dubbi e le incertezze, in uno scenario in cui il centrosinistra non sembra avere i numeri per ottenere una vittoria sulla coalizione berlsconiana nemmeno nelle prossime tornate elettorali, sono fisiologici, normali, logici. La scelta dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro come unico alleato suscita non pochi mugugni nella casa democratica. Il leader dell’Idv è legato troppo ad un’opposizione dura all’esecutivo targato Pdl-Lega Nord e ciò preclude spazi al dialogo maggioranza-minoranza nonché a spiragli di accordi elettorali con l’Udc di Pier Ferdinando Casini, espressamente avverso ad entrare in coalizione con l’ex-pm molisano. Le alleanze larghe sul modello Unione per molti sono l’unica soluzione, ed è una soluzione avversa all’impronta maggioritaria che Veltroni vuol dare al “suo” Pd.

LITI - Il duello D’Alema-Veltroni è una telenovela giunta all’ennesima puntata. In un intervista a La Stampa Enrico Letta dice: “Se tutto si riduce a una sfida tra dalemiani e veltroniani, il Pd è destinato al fallimento”. E spiega “Se tutto il partito dovesse dividersi tra dalemiani e veltroniani questo rischierebbe di fare passare il Pd per la mera continuazione dei Ds, e l'intero progetto fallirebbe”. Dalle colonne di Repubblica il fondatore Eugenio Scalari entra nei dettagli: “Con la stupefacente luna di miele tra Berlusconi e la pubblica opinione, diventarono sempre più evidenti, nacquero fondazioni che sotto l'apparenza culturale si atteggiavano a vere e proprie correnti. In particolare quella guidata da D'Alema che si dette addirittura un assetto territoriale. L'obiettivo sembrò esser quello di logorare la leadership veltroniana anche a costo di danneggiare la compattezza del partito ancora in fase organizzativa”. Il pizzino in diretta televisiva di Nicola Latorre è la prova provata che uno scontro all’interno del Pd c’è. Un dalemiano doc che fa sponda ad Italo Bocchino per controbattere a quello che dovrebbe essere un suo alleato non ha bisogno di commenti, come non ha bisogno di commenti nemmeno il voto dello stesso dalemiano doc a sostegno della candidatura di Riccardo Villari alla presidenza della Vigilanza Rai, la cui elezione sta scombussolando non poco la segreteria del Pd e tutto ciò che ha a che fare con Walter Veltroni. Era Leoluca Orlando il nome scelto per quell’incarico dall’opposizione, l’opposizione targata Pd-Idv, targata Veltroni. Riuscirà il Partito Democratico ad arrivare vivo e vegeto alle Elezioni Europee di giugno o ci sarà bisogno di anticipare il congresso previsto per l’autunno in primavera? La resa dei conti congressuale da un lato potrebbe condurre ad una nuova pax, dall’altra ad una “sanguinosa” guerra intestina, soprattutto se, come sostiene Massimo Cacciari, si dovesse di scutere della leadership di Veltroni e non di programmi e di linea politica: “Sarebbe il suicidio del Pd”.

COLLOCAZIONE EUROPEA - Il nodo della collocazione europea del Partito Democratico è una vicenda vecchia. Il problema risale ai tempi della lista Uniti dell’Ulivo delle Europee 2004, quando gli europarlamentari eletti nelle fila dei Democratici di Sinistra e della Margherita andarono a collocarsi rispettivamente nel Partito Socialista Europeo e nel gruppo dei Democratici e Liberali per l’Europa. Son passati quasi cinque anni e ben due Elezioni Politiche, ma soprattutto L’Ulivo si è fatto partito. E il nodo ritorna al pettine. Gli ex-Popolari non demordono. Anche se Enrico Letta tende a minimizzare parlando di “problema non insormontabile”, con un’intervista rilasciata da Francesco Rutelli a Panorama il punto collocazione internazionale ritorna alla ribalta. Collocazione che per l’ex sindaco di Roma “non può essere legata nè all'Internazionale socialista nè al Partito socialista europeo”. E’ l’ipotesi appoggiata anche dall’ex Ministro Beppe Fioroni, che, per la serie “così eravamo rimasti”, pone l’accento su quella che è l’ultima soluzione prospettata, un gruppo a parte tra i banchi di Strasburgo: “Finora abbiamo sempre discusso di una federazione con il Pse in Europa. E va bene, ma qui c’è chi dice che il Pd va nell’Internazionale socialista. Non era questo il presupposto con cui siamo entrati nel Pd e allora sì che serve un congresso”. Sulla stessa lunghezza d’onda le dichiarazioni di Renzo Lusetti e Gianni Vernetti. Vannino Chiti, invece, rilancia l’ipotesi pro-Pse e risponde a chi non ritiene nemmeno pensabile che il Pd confluisca in toto nel gruppo Socialista: “Il Pd è una forza riformista e dunque deve stare con i riformisti in Europa e nel mondo. Deve continuare a lavorare perchè il gruppo socialista europeo diventi la casa di tutti i riformisti”. Anche il vicecapogruppo alla Camera Marina Sereni rema contro il Rutelli-pensiero: “Sono inutili e dannose le prese di posizione che partono dall'esclusione di un percorso comune con il Pse che oggi, in Europa, rappresenta la più larga aggregazione di forze riformatrici”.

TERRITORIO – Rilanciare il Pd? “Partiamo dal territorio” si sente dire da più parti. Afferma Enrico Letta: “La nostra riscossa deve partire dai livelli territoriali. Dobbiamo costruire un partito federalisto vero. Dico di più: dobbiamo de-romanizzare il partito”. Chiamparino, ministro ombra per le Riforme parla di trasformazione dell’”attuale federazione di correnti in una federazione dei territori”, tutto ciò “per strappare il Pd dalla guerriglia tra le correnti”. Il sindaco di Torino, in vista delle amministrative, lascerebbe ai territori la “scelta dei coordinatori, delle alleanze politiche, delle candidature, delle leadership, dei programmi”. Cacciari si dice “perfettamente d’accordo” con la proposta di Chiamparino: “Ci vuole una struttura autonoma da Roma che possa prendere decisioni autonomamente. Invece il Pd continua ad essere un organismo centralistico”. Favorevole si dice anche Piero Fassino, e non solo lui nel Pd. Ma siamo sicuri che dare nuovo lustro ai territori sia la giusta cura? Sicuramente alle Amministrative una maggiore attenzione al territorio gioverebbe non poco al centrosinistra, i successi della Lega insegnano molto in tal senso. Ma se parliamo di consultazioni nazionali, beh, ci vuol ben altro per guarire i mali del Pd. In passato le vittorie alle Politiche e alle Europee incassate dal centrodestra storicamente meno radicato “alla base”, hanno coinciso con ottime affermazioni di Forza Italia prima e Popolo della Libertà poi, forze politiche che hanno avuto e hanno nel carisma e nelle capacità comunicative di Silvio Berlusconi uno dei loro punti di forza. Cinque anni fa il centrosinistra stravinse le Elezioni Comunali e Provinciali, ma non riuscì nello stesso giorno (!) a portare a casa il successo delle Europee. I risultati ci consegnarono, in un periodo di palpabile bassa popolarità per l’allora Governo Berlusconi II, una situazione di sostanziale pareggio. La neonata lista Uniti nell’Ulivo si fermò al 31,1%, dato equivalente alla sommatoria di Ds e Margherita alle Politiche di tre anni prima. Territorio sì, ma fino ad un certo punto: le Amministrative non avevano fatto da traino.

lunedì 17 novembre 2008

Coincidenze

La settimana scorsa ho scritto un pezzo sul rapporto tra il web, Facebook e la politica su Giornalettismo. Guardate cosa ho visto pubblicato stamane su La Stampa e su Repubblica. Coincidenze.

sabato 15 novembre 2008

100.000 volte "Scusa" ad Obama

A meno di dieci giorni dall'uscita poco felice su Barack Obama da parte del nostro Presidente del Consiglio, su Facebook ha tagliato un traguardo importante e quanto meno sorprendente il gruppo made in Italy che chiede scusa al neo-eletto Presidente degli Stati Uniti d'America: Sorry Barack for our prime minister.. Obama scusa, Berlusconi è un coglione. Sono addirittura centomila le facce che si sono aggiunte al gruppo che dal 12 novembre è amministrato da Matteo Miramari e Guido Dassori e che è diventato nel numero di aderenti il primo in assoluto tra quelli riguardanti il nostro Presidente del Consiglio, il terzo al mondo tra quelli riguardanti Barack Obama.
Nella pagina di descrizione del gruppo si rievoca l'episodio che ha suscitato così tanto clamore: "Neanche dopo ventiquattro ore dalla vincita delle elezioni del nuovo Presidente americano Barack Hussein Obama, il premier italiano Silvio Berlusconi, nel corso di una conferenza con il presidente Dmitri Medvedev al Cremlino il 6 Novembre scorso, afferma che Barack Obama è giovane bello e anche abbronzato ed ha quindi tutte le qualità per avere ottimi rapporti con la Russia".

venerdì 14 novembre 2008

Che Obama sarà?

Liberale, protezionista, centrista, guerrafondaio, pragmatico, socialista o comunista?

LIBERALE - Obama in perfetto stile Usa. In un’intervista al Corriere della Sera il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti l’ha paragonato all’imperatore Adriano: “L'America ha cominciato a configurarsi come un impero liberale e benevolo, seduttivo e democratico. E tuttavia quasi per sorte ripetitiva ha rischiato di seguire la stessa parabola dell'impero romano, Roma, conquistato il Mediterraneo, ne fu a sua volta dominata. Non solo l'America è entrata nella globalizzazione ma la globalizzazione è entrata in America con l'Asia in testa”. Su Blogonomy se ne parla così: “Obama non è certo uno statalista sulle posizioni dei nostri Democratici, che scontano ancora una storia nella quale lo Stato era sempre considerato la soluzione e mai il problema, per parafrasare un grande presidente, Ronald Reagan, che Obama ha ammesso di ammirare”.

PROTEZIONISTA - Su Il Sole 24 Ore qualcuno (Alberto Alesina) lo vede protezionista. Ma anche centrista. Due Obama, insomma. Il primo “all'estrema sinistra del partito democratico”. Un Obama che durante la campagna elettorale “parlava di protezionismo e di revisione degli accordi di libero commercio nel continente; che voleva aumentare subito (e di molto) le tasse sui ceti medio-alti; che con una buona dose di populismo voleva tassare gli speculatori petroliferi e penalizzare i capital gains, con un atteggiamento punitivo verso Wall Street; che voleva sussidiare industrie in declino”. Per Alesina con questo Obama “la recessione Usa, e di riflesso quella europea, sarà più grave e più lunga del previsto”.

CENTRISTA – Il secondo Obama è quello centrista, quello “pronto a rinviare aumenti di imposte sui ricchi a quando l'economia reale se lo potrà permettere, cioè a recessione finita, e che parlava di protezionismo solo per vincere in quegli Stati, come Pennsylvania e Ohio, pieni di industrie in difficoltà, strategia che infatti ha funzionato“. Su L’Occidentale, in un articolo firmato da Roberto Santoro si descrive un Obama molto Clintoniano, con riferimento all’ultima fase (“unitaria”) dell’era dell’ex Presidente Clinton. I riferimenti sono all’economia: “Un programma moderato contraddistinto da una politica fiscale progressiva e da un aumento degli investimenti nella sanità, nell’istruzione e nell’ambiente. Obama ha promesso di concentrarsi sulle classi medie per alleggerire il carico fiscale di chi sta sopportando il peso della crisi. Vuole offrire servizi sociali più ampi sperando di non mandare in tilt la spesa pubblica. La sua priorità è il programma di salvataggio dell’economia, che la gente torni a lavorare e produrre. Il problema è conciliare tutto questo con gli ambiziosi piani di spesa per la sanità, il cambiamento climatico e l’indipendenza energetica”. Obama centrista: “I clintoniani spingeranno Obama verso una politica di tipo centrista per conciliare le ragioni di un welfare competitivo con quelle di un mercato più controllato”.

GUERRAFONDAIO - In campagna elettorale la discontinuità con l’amministrazione Bush in termini di politica estera c’è stata: via l’unilateralismo. Ma se si parla di interventi militari all’estero la linea di confine con la precedente amministrazione non appare così tanto marcata. Via dall’Iraq, col tempo. Ma giù duro in Afghanistan. Per Valerio Pieroni (Iniziativa.info) il fatto che “Obama dovrà prima di tutto porre fine alla guerra in Iraq” e “poi, una volta riportate le truppe Usa a casa, dovrà iniziare subito a ricucire le alleanze in giro per il mondo, togliendo gli Usa dal grave isolamento e dagli attriti con le altre potenze cui l’amministrazione Bush li ha confinati” non significa che il neo-eletto Presidente americano sarà meno guerrafondaio di Bush. Da questo punto di vista “I pacifisti di casa nostra possono mettersi l'animo in pace, senza illudersi inutilmente: più volte in campagna elettorale Obama ha ostentato, nei confronti del terrorismo islamico, qualche determinazione in più dell'avversario McCain”. In campagna elettorale, infatti, Obama aveva definito “inaccettabile” il fatto che l’Iran si doti di un’arma nucleare. Una presa di posizione in perfetta linea con il suo predecessore, come prontamente fece notare il presidente del parlamento di Teheran, Ali Larijani, che parlò allora di “proseguimento della stessa erronea politica del passato”.

PRAGMATICO - C’è anche un Barack Obama non inquadrabile alla voce collocazione politica. E’ definito pragmatico da L’Espresso, nel titolo di un intervista “al padre nobile della sinistra americana”, Michael Walzer. Per Walzer non bisogna attendersi dalla nuova amministrazione chissà quale rivoluzione: “Il cambiamento sarà graduale, Obama non è né socialdemocratico né di sinistra”. Almeno per ora, perchè, dice Walzer: “Fino a oggi Obama si è presentato come un candidato non partisan, si è battuto contro la guerra ideologica che da anni va avanti a Washington. Ma sono certo che quando presenterà il suo progetto per la sanità ci sarà uno scontro frontale. E lui dovrà trovare un modo per vincerlo. Non potrà essere al di sopra delle parti”. Pragmatico è anche l’Obama descritto da Vittorio Foa su Il Giornale: “Non è un socialista, non è un rivoluzionario e forse nemmeno un Kennedy; Obama non è un visionario, è un politico ambizioso e soprattutto molto pragmatico”.

SOCIALISTA - Socialista è l’Obama visto dall’avversario, il repubblicano John McCain. “Obama socialista” è l’espressione ripetuta chissà quante volte in questa campagna elettorale in riferimento alla proposta di ridistribuzione della ricchezza avanzate dal candidato democratico. Negli Usa la parola in questione genera scetticismo. Lo stesso provocato il Italia dal termine comunista. Ma gli americano, si sa, sono sempre un passo più avanti.

COMUNISTA - Mentre l’Europa festeggiava la vittoria del candidato Democratico all’unisono c’era qualcuno del Vecchio Continente che lanciava epiteti fuori dal coro. “Obama è un cripto-comunista e presto l'America pagherà il prezzo di questo scherzo delle democrazia” è il pensiero espresso da un deputato del partito conservatore polacco Legge e Giustizia, Artur Gorski. La dichiarazione, accompagnata da espressioni pesanti, quali “messia nero” e “fine della civilizzazione dell’uomo bianco” è stata prontamente accompagnata dalle scuse del Ministro degli esteri polacco e del presidente dello stesso partito di Gorsky, che si sono dissociati dalle dichiarazioni del deputato. Ci mancherebbe.

Che Obama sarà? Ai posteri l’ardua sentenza.

martedì 11 novembre 2008

Forza Cossiga

Le esternazioni dell'ex Presidente della Repubblica sono di grande valore informativo

Gli italiani sono un popolo di ingrati. Hanno comprato milioni di copie de La Casta, che messo a nudo gli sprechi e i privilegi della classe politica del Belpaese; hanno comprato milioni di copie di Gomorra, che ha reso pubbliche e ancor più agghiaccianti le verità sulla camorra nascoste nelle carte dei tribunali; hanno fatto diventare Travaglio una star; Report di Milena Gabanelli e Blu Notte di Carlo Lucarelli sono seguitissime. E poi? E poi appena arriva l’ex presidente Francesco Cossiga a fare la tanto amata controinformazione succede il putiferio. Quando Cossiga apre bocca per svelare cose che nessuno ha mai detto, subito si grida allo scandalo: qualcuno prontamente parla di “dono dell’Alzheimer”, “doniamo un neurone a Cossiga“ si legge da qualche altra parte ironizzando sul suo stato di salute. L’ultima uscita chiacchierata di Cossiga è quella in piena protesta studentesca anti-decreto 133. Un’uscita oramai nota e stranota. “Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero Ministro dell'interno, ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città” diceva il senatore a vita una ventina di giorni fa al Quotidiano Nazionale. E specificava il piano che avrebbero dovuto adottare gli sbirri: “Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri, le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano”. Sicuramente il contenuto di queste dichiarazioni va condannato, nel senso che lo Stato non può agire nella logica del tanto peggio, tanto meglio, nè dell’istigazione, né della legge del taglione, né della violenza come procedura prediletta per garantire l’ordine pubblico. Ma vogliamo buttar via lo splendido inedito contributo su come si fa politica della sicurezza in Italia regalataci dal Picconatore? La mente corre al G8 di Genova e agli episodi di violenza subiti dai manifestanti alloggiati nella scuola Diaz. Chissà se anche in quel caso il modus agendi delle forze dell’ordine fu di cossighiana dottrina. Oggi siamo nel 2008 e fortunatamente alla messa a ferro e fuoco delle città non si è arrivati nemmeno nei giorni più caldi della protesta: soltanto (!) scontri a Piazza Navona tra pochi estremisti di destra e di sinistra. Ma ciò non scredita il metodo-Cossiga. Per Beppe Grillo, che al riguardo ha diffuso un video su You Tube con tanto di moviola, gli agenti provocatori infiltrati ci sono stati e come! Un poliziotto è mimetizzato tra gli estremisti di destra, parla serenamente con altri poliziotti che lo chiamano per nome, mentre tutti gli altri manifestanti filo-fascisti sono distesi a terra. Poi sale per ultimo nella camionetta alla fine degli scontri: è uno di loro! Un ulteriore passo in avanti nel nostro viaggio alla scoperta del Ministero degli Interni italiano, guidati da Cossiga, lo compiamo con la lettera del Picconatore inviata ultimamente al Capo della Polizia Manganelli e pubblicata per intero sul sito 19luglio1992. Anche qui le chicche sono interessanti spunti di riflessione degne della migliore controinformazione dei giorni nostri: “Un'efficace politica dell'ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti. A mio avviso, dato che un lancio di bottiglie contro le forze di polizia, insulti rivolti a poliziotti e carabinieri, a loro madri, figlie e sorelle, l'occupazione di stazioni ferroviarie, qualche automobile bruciata non e' cosa poi tanto grave, il mio consiglio e' che in attesa di tempi peggiori, che certamente verranno, Lei disponga che al minimo cenno di violenze di questo tipo, le forze di polizia si ritirino, in modo che qualche commerciante, qualche proprietario di automobili, e anche qualche passante, meglio se donna, vecchio o bambino, siano danneggiati”. Cossiga, nella stessa missiva, dice di essere stato denunciato “da molte persone, sacerdoti, frati e suore comprese”, e stando alle sue parole sembra che sia in arrivo una nuova denuncia “da parte di S.Em.za il Card. Tettamanzi, firmata anche dai alcuni suoi fedeli adepti dei Centri Sociali, dei No Global e dei Black Bloc”. Personalmente non le concepisco queste querele. Preferirei che Cossiga si spingesse oltre e ci svelasse con tutta la sua schiettezza altri segreti della storia italiana, come ha fatto a febbraio di quest’anno. Anche quella volta le sue parole hanno fatto il botto: “Furono i nostri servizi segreti che quando io ero presidente della Repubblica - affermò ai microfoni di SkyTg24 - informarono l'allora sottosegretario Giuliano Amato e me che erano stati i francesi, con un aereo della Marina, a lanciare un missile non a impatto, ma a risonanza. Se fosse stato a impatto non ci sarebbe nulla dell'aereo. La tesi è che i francesi sapevano che sarebbe passato l'aereo di Gheddafi. La verità è che Gheddafi si salvò perché il Sismi, il generale Santovito, appresa l'informazione, lo informò quando lui era appena decollato e decise di tornare indietro. I francesi questo lo sapevano videro un aereo dall'altra parte di quello italiano e si nascose dietro per non farsi prendere dai radar".
Il risultato? Riapertura delle indagini sulla strage di Ustica da parte della Procura di Roma. Forza Cossiga.

lunedì 3 novembre 2008

Italia: il Paese salva-Gheddafi

Due volte grazie al nostro Paese il leader libico Muhammar Gheddafi ha evitato la morte

STRAGE DI USTICA - E' il febbraio 2008 quando il Senatore a vita Francesco Cossiga, in un'intervista a SkyTg24, ripresa poi dal quotidiano Il Manifesto il giorno seguente, parla della Strage di Ustica del 27 giugno 1980: "Quando ero presidente della Repubblica i nostri servizi segreti mi informarono che a provocare la strage di Ustica furono i francesi".
E precisa: "Furono i nostri servizi segreti che quando io ero presidente della Repubblica informarono l'allora sottosegretario Giuliano Amato e me che erano stati i francesi, con un aereo della Marina, a lanciare un missile non a impatto, ma a risonanza. Se fosse stato a impatto non ci sarebbe nulla dell'aereo".
E conclude affermando: "La tesi è che i francesi sapevano che sarebbe passato l'aereo di Gheddafi. La verità è che Gheddafi si salvò perché il Sismi, il generale Santovito, appresa l'informazione, lo informò quando lui era appena decollato e decise di tornare indietro. I francesi questo lo sapevano videro un aereo dall'altra parte di quello italiano e si nascose dietro per non farsi prendere dai radar".
Queste dichiarazioni sulla strage che portò alla morte di 81 persone trovano riscontro anche nelle indagini degli anni passati (come nel caso del possibile ruolo della Francia) e hanno, perciò, causato la riapertura delle stesse, da parte della Procura di Roma.

RAID USA IN LIBIA - Nel 1986, l'allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi e il Ministro degli Esteri Giulio Andreotti fecero avvertire Tripoli di un raid americano contro la Libia. Lo ha affermato in un convegno della Farnesina pochi giorni fa il Ministro degli Esteri libico Mohammed Abdel-Rahman Shalgam, all'epoca ambasciatore a Roma: "Non credo di svelare un segreto se annuncio che il 14 aprile 1986 l'Italia ci informò che ci sarebbe stata un'aggressione americana contro la Libia". Era il 15 aprile quando 45 aerei americani in 12 minuti sganciarono 232 bombe e 48 missili contro 6 diversi obbiettivi. Dopo la soffiata italiana, Gheddafi riuscì a salvarsi, ma perse la vita insieme ad una decina di civili una sua figlia adottiva. Per l'operazione gli americani utilizzarono la base militare di Lampedusa, ma senza il consenso del governo italiano, contrario all'uso di cieli e mari italiani per l'aggressione. Uno dei protagonisti di questa storia, Andreotti, definisce l'operazione Usa "improvvida, un errore di carattere internazionale".

mercoledì 29 ottobre 2008

Obama è già il nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America

Barack Obama è già il nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America, almeno secondo i bookmakers. Ad agosto la vittoria del leader democratico veniva quotata intorno all'1,40 (1,40 euro incassati in caso di vittoria di Obama per ogni euro scommesso). Si oscillava dall'1,36 all'1,51. Oggi Snai e Totosi quotano la vittoria di Obama rispettivamente ad 1,15 e ad 1,10. John McCain è dato dalle due società di scommesse italiane, invece, a 5,50 e a 6,00.

martedì 28 ottobre 2008

Il Pd e le liste bloccate

Il partito di Veltroni critica duramente la proposta di abolizione delle preferenze. Ma le snobbò alle primarie 2007. Dissensi anche dall’interno della maggioranza alla proposta di riforma elettorale europea

LA PROPOSTA DEL PDL - Le modifiche alla legge elettorale per le Elezioni Europee dovranno essere approvate dal Parlamento entro sei mesi dalle urne. Sono poche, quindi, le settimane a disposizione della maggioranza per far approvare la bozza approvata dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, che prevede l’abolizione delle preferenze, il raddoppio delle circoscrizioni, lo sbarramento al 5% e l’introduzione delle quote rosa per l’elezione degli Europarlamentari italiani che siederanno a Strasburgo. Assisteremo, come lasciano presagire le critiche frontali dell’opposizione alla proposta avanzata dalla maggioranza, ad un duro dibattito in Parlamento.

NO ALLE LISTE BLOCCATE - Oggi Massimo D’Alema parla di “atteggiamento antidemocratico della maggioranza”, che imperterrita tira dritta per la sua strada. Arturo Parisi parla di “Porcata bis”. Persino all’interno della maggioranza nascono dissensi: alcuni esponenti dell’Mpa (Movimento per l’Autonomia), alleato del Popolo della Libertà in tutte le regioni del centro-sud alle ultime Politiche, ma non determinanti numericamente nei due rami del Parlamento ai fini dell’approvazione della legge, hanno firmato insieme ad alcuni colleghi del Partito Democratico e dell’Udc una lettera inviata a tutti i Deputati e Senatori per indurli a bocciare la proposta dell'abolizione delle preferenze, che viene definita “una pretesa che contraddice in modo grave un impegno assunto da tutte le formazioni che si sono presentate davanti agli elettori appena sei mesi fa: le regole che valgono per tutti debbono essere modificate ricercando e realizzando un consenso che non si limiti alla maggioranza parlamentare del momento”. Inoltre, il deputato del Pdl, Fabio Rampelli, in quota An, si dice “contrario all'abolizione delle preferenze, a meno che non venga stabilito un criterio oggettivo di selezione delle candidature nel quale sia ben chiara la partecipazione democratica, come potrebbe accadere con elezioni primarie regolate per legge o con una riforma strutturale dei partiti che vincoli le decisioni al rispetto della trasparenza della condivisione, pena la perdita del finanziamento pubblico”.

LE LISTE BLOCCATE DEL PD - Di fronte ad un’opposizione dura e anche a dissensi interni, perché la maggioranza non tira fuori come argomentazione a sostegno della propria proposta l’utilizzo delle liste bloccate alle elezioni primarie del Pd svoltesi un anno fa? Il 14 ottobre 2007 per la prima volta un Segretario di partito veniva eletto democraticamente da tutti gli elettori. Ma il metodo usato fu quello della lista bloccata, oggi ampiamente combattuto da quella stessa parte politica. Sulla scheda, che vedeva in corsa un solo diessino, lo strafavorito Walter Veltroni, vincitore con percentuali bulgare, e due margheritini, Enrico Letta e Rosy Bindi, di preferenze non vi era nemmeno l’ombra. Per di più fu ritirata al momento della presentazione delle liste la candidatura dell’allora Ministro dello Sviluppo Economico Pierluigi Bersani, diessino, che sarebbe stato un valido e insidioso concorrente per il compagno di partito Veltroni, e avrebbe sicuramente dato un volto diverso alla competizione primaria.

lunedì 27 ottobre 2008

Pd, Pdl, Circo Massimo e piazza San Giovanni: i soliti balletti delle cifre

Organizzatori, Questura e numero dei partecipanti: ad ogni manifestazione di piazza ritornano i dati sballati

MANIFESTAZIONE (ex) CASA DELLE LIBERTA’ 2006 - All’indomani della manifestazione dei leader del centrodestra contro il governo Prodi del 2 dicembre 2006 in piazza San Giovanni, ebbe luogo il solito balletto delle cifre che segue puntualmente eventi del genere. Per gli organizzatori il numero dei partecipanti alla manifestazione superò i 2 milioni di persone, per le forze dell’ordine, invece, si trattava di 700.000 unità. L’allora segretario dei Democratici di Sinistra, Piero Fassino, parlò di 250.000-300.000 persone.

MANIFESTAZIONE PD 2008 - Oggi, all’indomani della manifestazione del Partito Democratico al Circo Massimo, si ripropone lo stesso scenario: i manifestanti e gli organizzatori dicono superiore ai 2 milioni di persone il numero di presenti al discorso di Walter Veltroni sabato scorso, mentre la Questura ritiene che i partecipanti siano stati 200.000, alcuni funzionari 700.000. In ogni caso, la Polizia sostiene che il Circo Massimo non può contenere il numero di persone sbandierato dal Pd.

DATI UFFICIALI – Secondo uno studio del Comune di Roma, realizzato ai tempi di Veltroni sindaco, si stimò che il Circo Massimo, lungo 621 metri e largo 118, con una superficie pari a 73 mila metri quadrati, può accogliere 300.000 persone. Si tratta di una stima di massima che parlava di una densità di 4 persone per metro quadrato e che non teneva conto del palco, del corridoio centrale, degli spazi laterali nelle vie limitrofe e dell'afflusso continuo, con il ricambio dei presenti in piazza. Piazza San Giovanni è notoriamente la seconda piazza più grande di Roma, seconda solo al Circo Massimo. La sua superficie è di 40.000 metri quadri e quindi, col solito indice di affollamento di 4 per metro quadro, tiene 160.000 persone, che arrivano a 180.000, persino 200.000 quando sono piene le vie di afflusso.

DATI FALSATI - Veltroni ha esagerato affermando la presenza di oltre 2 milioni e mezzo di persone al Circo Massimo. Berlusconi esagerò a suo tempo ancor di più affermando la presenza di 2 milioni di persone a Piazza San Giovanni. Le stime della Questura sulla manifestazione targata Pd del 25 ottobre (Salva l’Italia) sono decisamente inferiori alla realtà. Le stime della Questura sulla manifestazione di due anni fa dell’allora Casa delle Libertà contro il governo Prodi furono decisamente alte.

sabato 25 ottobre 2008

Diritto di votare, divieto di esprimersi

Verso le liste bloccate e lo sbarramento al 5% alle prossime Elezioni Europee. Dopo il Porcellum del 2006 e del 2008 la maggioranza si appresta a cucirci le bocche anche in vista del rinnovo del Parlamento di Strasburgo

SBARRAMENTO AL 5% - La Commissione Affari Costituzionali della Camera ha approvato la bozza di legge elettorale per le Elezioni Europee che da lunedì comincerà ad essere discussa. Sostanzialmente la proposta iniziale del relatore Giuseppe Calderisi del Popolo della Libertà non ha subito variazioni di rilievo, nonostante le proteste dell’opposizione. La soglia di sbarramento, dunque, balza al 5%. Non vedremo più rappresentanti dei piccoli partiti sedersi nel Parlamento Europeo. Nel 2004 erano riusciti a farsi eleggere due candidati dei Popolari Udeur, Alessandra Mussolini nelle fila del movimento di estrema destra Azione Sociale, Luca Romagnoli per la Fiamma Tricolore, Achille Occhetto candidato per l’Italia dei Valori, e via discorrendo. Adesso come il commerciante taglieggiato si vede di fronte alla scelta: o pagare il pizzo o vedersi incendiata l’attività; così La Destra, il Partito Socialista, la sinistra radicale, reduce dalla sonora sconfitta alle Elezioni Politiche, tutti custodi di idee e ideologie storicamente e culturalmente importanti, per scongiurare la scomparsa da Strasburgo dovrebbero rassegnarsi o accomodarsi nelle liste dei partiti più grandi. Non dormirebbero sonno tranquilli nemmeno i più forti numericamente Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e l’Udc di Pier Ferdinando Casini, cha ad aprile hanno raccolto rispettivamente il 4,4 e il 5,6% dei consensi. La scomparsa di Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi e Sinistra Democratica dai banchi di Montecitorio e Palazzo Madama insegna che la cautela non è mai abbastanza, le urne possono all’ultimo giocare brutti scherzi, dopo aver remato per settimane contro i media avversi e la sempre presente e pericolosa dottrina del voto utile.

LISTE BLOCCATE – Così come avviene alle Politiche, anche in ambito continentale, pochi esponenti delle segreterie dei partiti principali, Partito Democratico, Pdl e Lega Nord, sedendosi ad un tavolo possono stabilire con un minimo margine di errore (10%) gli eletti al Parlamento Europeo. Anche qui, le mogli, le soubrette, i portaborse, gli amici e gli amici degli amici di turno potranno essere eletti anche senza aver mai fatto politica, senza possedere competenze e capacità idonee, senza nessuna possibilità di fallire l’obiettivo dell’elezione. La campagna elettorale viene completamente estromessa dai territori e condotta esclusivamente attraverso i media. Quasi tutti gli eletti sapranno di esserlo fin dal momento della presentazione delle liste, come del resto avverrà anche per tutti i non eletti: anch’essi lo sapranno ad un mese di distanza dal voto. Gli unici a combattere saranno i candidati posti in una posizione critica della lista bloccata: di fatto l’abolizione delle preferenze ci lascia con un solo potere all’interno della cabina, quello di poter far oscillare la percentuale dei voti di una lista all’interno di una forbice di due, tre, al massimo quattro punti: se una lista otterrà il 20 o il 22% e un’altra il 33 o il 35% spetta a noi deciderlo. Ma solo questo. E basta.

RADDOPPIO CIRCOSCRIZIONI – Le circoscrizioni passano da cinque a dieci. Una mossa che favorisce i partiti territoriali come la Lega Nord.

FIRME PER I PICCOLI – I partiti che non raggiungono i 10 parlamentari o 3 eurodeputati dovranno provvedere alla raccolta delle firme.

QUOTE ROSA – Il 50% dei candidati dovrà essere donna. Unica nota positiva. Anzi, no. Nella prima bozza era stato stabilito l’obbligo di alternanza uomo-donna. Nella lista bloccata, cioè, non potevano essere presenti uno dopo l’altro persone dello stesso sesso. In tal caso sarebbe stata garantita l’elezione di un 50% di donne. Ora potranno tranquillamente posizionate nei bassifondi della lista come accompagnatrici degli uomini eletti.

DOMANDA – Concludiamo con una domanda che si pone il Socialista Angelo Sollazzo, che tra l’altro parla di una “legge per imbavagliare le minoranze. Il quesito pone un dubbio circa l’approvazione di questa riforma elettorale europea, sulla quale l’opposizione si è fortemente compattata. Secondo Sollazzo la legge potrebbe trovare ostacoli dall’interno della maggioranza: “Con le preferenze il rischio sarebbe che i candidati di provenienza An facciano il pieno, perché avvezzi a cercare il consenso sul territorio, invece i colletti bianchi targati Fininvest in gran parte resterebbero al palo anche per la concorrenza spietata in seno a Forza Italia da parte degli ex della prima repubblica; se Berlusconi ragiona così, le altre forze politiche lo stesso Fini possono stare a guardare?”.

giovedì 23 ottobre 2008

DiDoRe: spuntano le coppie di fatto made in Pdl

Cronologia del braccio di ferro interno alla maggioranza sulla proposta di regolamentazione delle unioni civili avanzata dai Ministri Brunetta e Rotondi e firmata da 50 deputati del Popolo della Libertà e sulla proposta di introduzione di un’aggravante per il reato di discriminazione degli omosessuali avanzata dal Ministro Carfagna

17 SETTEMBRE – Il Ministro Renato Brunetta lancia i Di.Do.Re (Diritti, Doveri, Reciprocità dei Conviventi), un progetto elaborato insieme al democristiano Gianfranco Rotondi, quello che lo stesso Brunetta definisce “uomo di grande cultura e intelligenza politica”. La proposta non riguarderebbe il Welfare, non ci sarebbe l’esborso di un solo euro da parte dello Stato, sono infatti escluse, a differenza di quanto avveniva con i Di.co, le pensoni di reversibilità. Per Brunetta (lo aveva già affermato in un articolo scritto con Giuliano Cazzola e pubblicato su Libero nel febbraio 2007), il centrosinistra nella passata legislatura avrebbe preparato un “imbroglio”, un “colpo grosso”, un vero e proprio “assalto alla diligenza” del Welfare. Brunetta parla di diritti (“il diritto, in caso di malattia, di visitare il convivente e accudirlo, di designarlo come rappresentante per le decisioni in materia di salute, donazione degli organi, trattamento del corpo e celebrazioni funerarie, di succedergli nel contratto di locazione”), ma anche di doveri (“ad esempio, gli alimenti, per un periodo proporzionale alla durata della convivenza”).

18 SETTEMBRE – No degli esponenti del Popolo della Libertà alla proposta di Rotondi e Brunetta. Si dicono contrari l’ex Udc Carlo Giovanardi, la forzista Isabella Bertolini, l’aennino Maurizio Gasparri. Favorevoli, invece, i liberal del Pdl, come Adolfo Urso, Mario Pepe, Benedetto Della Vedova, o i liberi pensatori, come Alessandra Mussolini. Favorevole anche la responsabile giustizia della Lega Carolina Lussana.

19 SETTEMBRE – La deputata del Partito Democratico Paola Concia, unica parlamentare omosessuale dichiarata, si dice pronta a collaborare con Rotondi e Brunetta e sicura che la proposta dei DiDoRe riuscirebbe ad ottenere in Parlamento il 51% dei consensi.

26 SETTEMBRE – Per Giovanardi, responsabile delle politiche per la famiglia del governo, è in pericolo la fiducia dei cittadini verso la maggioranza e chiede di fare chiarezza al Presidente del Consiglio Berlusconi: “Il grande lavoro che questo governo sta facendo sui temi della famiglia rischia di essere vanificato”.

30 SETTEMBRE – Il Ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna in occasione del suo esordio in Europa si dice “favorevole a una legge che riconosca loro i diritti che gli omosessuali oggi non hanno”. E precisa “Non è nel programma di governo una legge sui diritti degli omosessuali, ma va bene farla”. Esterna il suo pensiero chiaramente: “Non ce l’ho con gli omosessuali”, e annuncia un’importante proposta: “Sto preparando una norma che prevede un'aggravante per gli atti di discriminazione di tipo sessuale, qualsiasi atto di discriminazione”.

2 OTTOBRE - Diverse le reazioni alla proposta della Carfagna. Rotondi: “Al Ministro Carfagna dico: bene; il nostro testo sui Didore è pronto, lo consegneremo la prossima settimana ai parlamentari del Pdl”. Per quanto riguarda la proposta di introduzione di un reato per la discriminazione deli omosessuali Rocco Buttiglione dell’Udc si dice contrario: “Il ministro Carfagna vuole fare una legge a favore degli omosessuali, ma non ne abbiamo mica bisogno”. Favorevole, invece, è la leghista Carolina Lussana: “La Lega ha a cuore ogni tipo di discriminazione e gli omosessuali hanno il diritto di non essere discriminati per il loro orientamento sessuale; per questo siamo disponibili a discutere la proposta di Mara Carfagna su una specifica aggravante”.

10 OTTOBRE – Viene depositata alla Camera la proposta di legge sulla regolamentazione delle coppie di fatto. I primi due firmatari dei DiDoRe sono i deputati Franco De Luca e Lucio Barani. Si tratta di otto articoli. Il primo precisa l'unicità della famiglia, il secondo definisce i titolari dei diritti della proposta di legge: persone maggiorenni, conviventi da almeno tre anni non legati da vincoli di parentela né da precedenti matrimoni. Man mano, poi, vengono elencati i diritti, su tutti il diritto di assistenza nel caso di malattie o ricovero presso strutture ospedaliere e il diritto di decisioni di questioni etiche. Si parla anche dell’abitazione della convivenza: se muore il convivente proprietario della casa, l' altro ha il diritto di rimanerci. Per quanto riguarda gli alimenti, poi, tra conviventi avviene come in una vera separazione: oltre la cessazione della convivenza è previsto che il convivente più debole, quello che non ha mezzi propri di sostentamento, abbia diritto di avere alimenti, per un periodo proporzionato alla convivenza. Il Ministro dell’Interno Roberto Maroni fa sapere: “Non sono d’accordo”. Per Imma Battaglia, leader del DiGayProjecti DiDoRe di Brunetta e Rotondi sono un passo nella direzione giusta. Anche se possiamo considerarli il minimo auspicabile, non ci devono essere chiusure pregiudiziali”. Paola Concia, invece, si tira indietro: “Apprezzo lo sforzo di Barani e De Luca di aver presentato questa proposta di legge, ma ho deciso di non firmare per ora perché credo che questa normativa vada migliorata sensibilmente”. E aggiunge: “Bisogna aprire insomma uno spazio di confronto realmente bipartisan per deologizzare questa materia: ci vorrà tempo ma il nostro obiettivo è costruire un metodo nuovo di lavoro che porti ad una proposta comune”.

18 OTTOBRE – A Saint Vincent Rotondi in un convegno della fondazione Donat-Cattin sulla questione cattolica afferma che “il progetto di legge sulle coppie di fatto se sarà esaminato con serenità potrà essere condiviso da tutti i gruppi politici e diventare legge, poiché è ben fatto”. Tra l’altro precisa: “Non contiene nessuna confusione con la famiglia, ma ribadisce che essa è l'unico istituto di diritto pubblico”.

20 OTTOBRE – In un intervista Marco Fraquelli, autore di Omosessuali di destra, fa sapere che il partito più omofono d’Italia è la Lega Nord e che il partito che non voterà mai i DiDoRe sarà “quello trasversale dei papalini: il Pd dei Rutelli, delle Binetti, l’Udc”.

21 OTTOBRE – Continua il forcing di Rotondi in difesa della proposta di legge: “Dobbiamo essere persone di buon senso: ci sono zii che non si invitano ai matrimoni e, quando ne muore uno, sappiamo che i nipoti si ricordano tutti dello zio e generalmente buttano fuori casa il suo compagno; questo non è un fatto che si inventano le associazioni omosessuali, avviene nelle cento città italiane e vale anche per il diritto all'assistenza, il diritto di decidere delle cure e qualche altro problema che ben conosciamo”.

23 OTTOBRE - Davide Betti, di GayLib (associazione di omosessuali di centrodestra) chiede l'introduzione nella legge elettorale per le europee non solo di quote rosa, ma anche di quote gay, e ricorda che "l´Italia resta uno degli ultimi paesi della Ue a non aver legiferato in materia dei diritti delle coppie omoaffettive".

lunedì 20 ottobre 2008

Pd senza Di Pietro, l’Udc è l’unica strada percorribile

DICHIARAZIONI - Lo scenario che si sta delineando in queste settimane può condurre a scossoni nel quadro politico. La notizia importante è di ieri sera: l’alleanza Partito Democratico-Italia dei Valori può dirsi conclusa. Walter Veltroni così ne ha parlato in tv, intervistato da Fabio Fazio nella sua trasmissione in onda su Rai Tre Che tempo che fa: “L’alleanza è finita nel giorno in cui Di Pietro ha stracciato l’impegno e poi abbiamo due posizioni diverse, anche se, probabilmente, ci ritroveremo assieme nelle Amministrazioni locali, come è normale”. La replica di Antonio Di Pietro non si è fatta attendere: “Noi abbiamo scelto subito un'opposizione chiara, lineare e intransigente, mentre il Pd ha ondeggiato con una linea collaborativa, a tal punto da sembrare talvolta persino collaborazionista“. Intanto dal fronte Udc Casini, parlando delle candidature per le Elezioni Regionali abruzzesi, in cui il partito centrista correrà da solo, fa sapere: “Berlusconi con il suo veto sembra quasi volerci gettare tra le braccia della sinistra, per non avere moderati tra i piedi”.

IPOTESI PD-UDC - Non ci sarebbe da sorprendersi se in un futuro prossimo, quindi, verrebbe ufficializzato un accordo tra Pd e Udc, considerando le diverse affinità tra le due forze nell’opposizione al governo Berlusconi (ultima la manifestazione per la difesa delle preferenze alle Elezioni Europee condotta insieme). Sicuramente in questa fase il Pd sta seguendo una linea molto più vicina ai centristi che a quella dell’Idv di Di Pietro, che gradirebbe da Veltroni un’opposizione più dura all’esecutivo.
In un momento in cui i consensi per l’opposizione stentano a decollare, è impensabile che il Partito Democratico si presenti da solo in una competizione nazionale. Il venir meno dell’Italia dei Valori, che non arretra di un millimetro nelle sue battaglie e crea problemi al Pd custode di visioni differenti su diversi temi, apre le porte, o almeno lascia presagire, ad un accordo con i centristi dell’Udc. Il risultato ottenuto da Di Pietro alle ultime Politiche (4,4% alla Camera dei Deputati) è un dato rilevante, il Pd privandosi di un bagaglio di voti così ampio si auto-condannerebbe alla sconfitta. Lo sa bene Di Pietro, che ne parla a chiare lettere: “Senza di noi non possono vincere nemmeno una bambolina”. Con l’Udc (5,6% alla Camera alle ultime Politiche), invece, il partito di Veltroni non solo compenserebbe quanto perso numericamente, ma sarebbe meno esposto agli attacchi della maggioranza, che hanno fatto più volte leva sui contrasti Pd-Idv, e avrebbe una capacità maggiore di attrarre voti (moderati) dal Popolo della Libertà.

REAZIONI - Intanto Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc, intanto, frena sull’ipotesi di alleanza Pd-Udc. Afferma ad Affaritaliani.it: “Noi non siamo intercambiabili con Di Pietro. Quello delle alleanze è un processo lungo. Il nostro obiettivo come Udc è rafforzare ancora il centro, rafforzare la nostra posizione nel Paese”. Vede di buon occhio la rottura, invece, il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Altero Matteoli: “Se Veltroni ha registrato l'atteggiamento di Di Pietro come un atteggiamento irresponsabile e il Pd vuole aprire una nuova stagione della trattativa e della ricerca insieme della sintesi su alcuni argomenti, certamente questo e' positivo”. Contrastanti le reazioni dello strappo nel Partito Democratico, l’ex Ministro della Difesa Arturo Parisi è duro su Veltroni: “Incapace di riconoscere i suoi errori, prigioniero del teorema che ha guidato la sua linea disastrosa, per poterne fuoriuscire Veltroni è costretto a infilarsi in contraddizioni crescenti, e a spingere con lui in un angolo il Pd e il centrosinistra”. D’accordo col Segretario Pd invece è il senatore Giorgio Tonini: “Veltroni non ha fatto altro che ribadire quello che ha sempre detto da quando di Pietro, violando il patto sottoscritto davanti agli elettori, ha rifiutato di dare seguito all'impegno di costituire un unico gruppo parlamentare”.